La Corte Europea: stop alle etichette “made in Israel”

IMEMC. Le merci provenienti dagli insediamenti coloniali israeliani dovranno d’ora in avanti recare un’etichetta in cui venga specificata tale origine: è questo il contenuto della sentenza emessa martedì (12/11) dalla Corte di Giustizia Europea, cui tutti gli Stati membri dell’UE sono sottoposti.

Fino ad ora tutti i prodotti israeliani esportati in Europa, inclusi quelli provenienti dalle colonie ebraiche in Cisgiordania, hanno recato la dicitura “made in Israel”. Alla luce della nuova sentenza, le merci coloniali dovranno riportare l’indicazione “Made in West Bank” (fabbricato in Cisgiordania) accompagnata dalla precisazione “Israeli settlement” o “Palestinian product” (vale a dire, rispettivamente, “insediamento israeliano” o “prodotto palestinese”).

La Corte Europea ha sottolineato la necessità che i consumatori possano operare le proprie scelte in base a informazioni che risultino il più complete possibili, secondo un principio di trasparenza che coinvolge tanto la sfera etica quanto la legislazione internazionale. In tal contesto, risulta chiaro che un’etichetta che non specifichi correttamente la provenienza di un prodotto non possa che fuorviare l’acquirente.

Già nel 2015 la Commissione Europea, posta l’illegalità degli insediamenti ebraici in Cisgiordania di fronte alle norme internazionali ed il loro non-riconoscimento come direttamente sottoposte alla sovranità israeliana, aveva sottolineato la necessità che le merci provenienti da tali aree recassero etichette differenti.

La Francia si adeguò a tale linea nel 2016, spingendo il viticoltore colonico Yaakov Berg (residente nell’insediamento di Psagot) a fare ricorso in tribunale, preoccupato per le potenziali ripercussioni sulle sue esportazioni in terra d’oltralpe e nel resto d’Europa. L’uomo, in quell’occasione, dichiarò: “l’idea sottesa dai nuovi intendimenti sulle etichette è quella di boicottare il nostro vino, creando le condizioni affinché la gente non lo acquisti più. Questo è antisemitismo”.

Com’era ampiamente prevedibile, nemmeno il governo israeliano risulta essere particolarmente felice dei nuovi regolamenti sulle etichette da applicare alle esportazioni. Secondo Tel Aviv la politica europea in materia è ingiusta e discriminatoria, posto che altre Nazioni che al momento occupano territori che si trovano al di là dei propri confini riconosciuti a livello internazionale, come la Turchia a Cipro ed in Siria o la Russia in Crimea, non vengono trattate allo stesso modo.

Il professor Eugene Kontorovich, direttore del dipartimento sul Diritto Internazionale presso il Khoelet Policy Forum (con sede a Gerusalemme) ha affermato che “la Corte Europea sta sostanzialmente avallando l’apposizione di una stella gialla sui prodotti ebraici. Questa conclamata discriminazione deve sollecitare l’amministrazione Trump a sbugiardare Bruxelles rendendo ufficiale una pratica americana di lungo corso, vale a dire etichettare questi prodotti come “Made in Israel”.

Quanti si oppongono agli insediamenti israeliani plaudono alla sentenza della Corte, che l’Osservatorio per i Diritti Umani ha definito come “un passo molto importante, poiché i consumatori devono sapere se i prodotti che acquistano sono il risultato di severe violazioni della legislazione umanitaria internazionale”. La stessa Unione Europea considera le colonie ebraiche come un pesante ostacolo alla risoluzione del conflitto con i Palestinesi.

Traduzione per InfoPal di Giuliano Stefanoni

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