La dearabizzazione di Haifa

3c63ba2e7265f2652b4ebda6f7b91555A cura di Parallelo Palestina.
La dearabizzazione di Haifa. Da “La pulizia etnica della Palestina”, di Ilan Pappe
“Come ho già detto, le operazioni a Haifa furono a posteriori approvate e apprezzate dalla Consulta, benché non necessariamente inaugurate da essa. Le prime azioni per terrorizzare la popolazione araba della città, nel dicembre precedente, avevano spinto molti, tra l’élite palestinese, a partire per le loro residenze in Libano e in Egitto fino a quando non fosse tornata la calma in città. E’ difficile fare una stima di quante persone rientrarono in questa categoria: la maggior parte degli storici ritiene che possano essere stati dai 15.000 ai 20.000.
Il 12 gennaio 1948, un leader locale chiamato Farid Sa’ad, il manager della Arab Bank di Haifa, e un membro del locale comitato nazionale telegrafarono disperati al segretario dell’Alto Comitato arabo, Husayn Khalidi: “E’ un bene che gli ebrei non conoscano la verità”. La “verità” era che l’élite urbana in Palestina era crollata dopo un mese di pesanti bombardamenti e aggressioni ebraiche. Comunque, gli ebrei conoscevano perfettamente cosa stava succedendo. Senza dubbio, la Consulta sapeva bene che i ricchi e i benestanti se ne erano già andati a dicembre, che le armi non arrivavano e che i governi arabi facevano ben poco, salvo sbandierare la loro incendiaria retorica bellica per nascondere la loro inazione e riluttanza a intervenire in favore dei palestinesi. La partenza della media-alta borghesia lasciò, nell’aprile del 1948, circa 55.000-60.000 palestinesi di Haifa senza guida e, dato il numero relativamente piccolo di volontari arabi armati in città, alla mercé delle forze ebraiche, nonostante la presenza in loco di truppe britanniche, teoricamente responsabili dell’incolumità degli abitanti.
A questa fase delle operazioni ebraiche intorno alla città fu dato il minaccioso nome di “Forbici” (Misparaym), che evoca sia l’idea di un movimento a tenaglia sia il tagliare fuori la città dal suo hinterland palestinese. Haifa, come Tiberiade, era stata assegnata nel Piano delle Nazioni Unite allo Stato ebraico: lasciare l’unico grande porto del paese sotto il controllo degli ebrei era un’altra prova del trattamento sfavorevole riservato ai palestinesi nella proposta di pace dell’ONU. Gli ebrei volevano la città portuale, ma senza i 75.000 palestinesi che vi vivevano, e nell’aprile del 1948 raggiunsero il loro scopo. Come principale porto palestinese, Haifa era anche l’ultima stazione del cammino della ritirata britannica. Gli inglesi sarebbero dovuti rimanere fino ad agosto, ma nel febbraio del 1948 decisero di anticipare la data di partenza a maggio. Le loro truppe, quindi, erano presenti in gran numero e avevano ancora l’autorità legale e, si può aggiungere, forza di imporre la legge e l’ordine nella città. La loro condotta, come numerosi politici inglesi avrebbero in seguito ammesso, rappresenta uno dei capitoli più vergognosi della storia dell’impero britannico in MedioOriente. La campagna terroristica ebraica iniziò a dicembre, con pesanti bombardamenti, cecchini, fiumi di olio e carburante in fiamme buttati giù dalla montagna, e barili di esplosivo, e andò avanti nei primi mesi del 1948, intensificandosi ad aprile. Il 18 aprile, il giorno in cui i palestinesi di Haifa furono cacciati, il generale di divisione Hugh Stockwell, comandante britannico del settore settentrionale con sede a Haifa, convocò le autorità ebraiche della città e le informò che entro due giorni le forze britanniche avrebbero lasciato le postazioni che erano servite da zona cuscinetto tra le due comunità. Questo “cuscinetto” era l’unico ostacolo che impediva alle forze ebraiche di assalire direttamente e prendere il controllo delle aree palestinesi, dove risiedevano ancora più di 50.000 persone. La via per la dearabizzazione di Haifa era completamente libera.
Questo compito fu assegnato alla brigata Carmeli, un’unità scelta dell’esercito ebraico (vi erano anche brigate di minor qualità, come la Qiryati, composta da arabi ebrei che erano utilizzati solo per saccheggi oppure in “missioni” meno importanti; la definizione che la Qiryati possedesse “qualità umane inferiori”si trova nei documenti israeliani). I 2000 soldati della brigata Carmeli si trovarono di fronte un esercito poco equipaggiato di 500 uomini tra locali e volontari libanesi dotati di poche armi e scarse munizioni, che certamente non potevano competere con le autoblindo e i mortai degli ebrei.
La rimozione della barriera britannica significò che l’Operazione Forbici poté essere rimpiazzata dall’operazione Cleansing the Leaven (‘eliminare il lievito’, bi’ur hametz). Il termine ebraico significa la totale purificazione e si riferisce alla pratica religiosa ebraica di eliminare ogni traccia di pane e di farina dalle case alla vigilia della Pasqua ebraica, poiché queste sostanze sono proibite durante quei giorni di festa. Termine brutalmente appropriato, perché l’epurazione di Haifa, nella quale i palestinesi erano il pane e la farina, cominciò alla vigilia di Pasqua, il 21 aprile.
Stockwell, il comandante inglese, sapeva in anticipo dell’imminente attacco ebraico e, prima di quel giorno, invitò la “leadership palestinese” in città per una consultazione. Si incontrò con un gruppo di quattro uomini sfiniti, che lì per lì divennero i leader della comunità araba, in quanto nessuna delle posizioni che ricoprivano ufficialmente li aveva preparati a quel cruciale momento storico che veniva loro rivelato nell’ufficio di Stockwell quella mattina. La corrispondenza precedente, tra loro e Stockwell, mostra che essi lo ritenevano il custode della legge e dell’ordine in città. L’ufficiale britannico li avvisò che sarebbe stato meglio che la loro gente lasciasse la città, dove loro e la maggior parte delle loro famiglie erano vissuti e avevano lavorato fin dalla metà del XVIII secolo, quando Haifa salì alla ribalta come città moderna. Gradualmente, mentre ascoltavano Stockwell e la fiducia in lui si affievoliva, compresero che non sarebbero stati in grado di proteggere la loro comunità e si prepararono al peggio: poiché gli inglesi non li avrebbero protetti, erano condannati a essere espulsi. Dissero a Stockwell che volevano andarsene in maniera organizzata. La brigata Carmeli fece in modo che partissero in mezzo a stragi e distruzione.
Mentre si recavano all’incontro con il comandante britannico i quattro uomini avevano già potuto sentire gli ebrei che incitavano con altoparlanti donne e bambini ad andarsene prima che fosse troppo tardi. In altre parti della città gli altoparlanti diffondevano un messaggio opposto da parte del sindaco ebreo della città, Shabtai Levi, una persona rispettabile sotto tutti i punti di vista, il quale scongiurava la gente di rimanere e prometteva che non sarebbe accaduto loro nulla di male. Ma era Mordechai Maklef, l’ufficiale operativo della brigata Carmeli, a comandare, e non Levi. Maklef orchestrò la campagna di epurazione e gli ordini che diede alle sue truppe erano chiari e semplici:“Uccidete ogni arabo che incontrate, bruciate ogni oggetto infiammabile e buttate giù le porte delle case con l’esplosivo” (In seguito divenne capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano)19.
Nel momento in cui questi ordini furono eseguiti, nel chilometro e mezzo quadrato dove abitavano ancora migliaia di palestinesi indifesi, lo shock e il terrore furono tali che, senza raccogliere i loro averi o senza neanche rendersi conto di cosa stessero facendo, gli abitanti cominciarono a fuggire in massa. Presi dal panico si diressero verso il porto, dove speravano di trovare una nave o barche che li portassero via dalla città. Subito dopo la loro fuga le truppe ebraiche irruppero in città e saccheggiarono le loro case.
Quando Golda Meir, uno dei primi e più autorevoli leader sionisti, visitò Haifa alcuni giorni dopo, a fatica soffocò un primo sentimento di orrore entrando nelle case dove vi era ancora il cibo sulla tavola, i bambini avevano lasciato libri e giochi sul pavimento e la vita sembrava essersi congelata all’istante. La Meir era venuta in Palestina dagli Stati Uniti dove la sua famiglia era fuggita alla vigilia dei pogrom sovietici e quella vista le ricordò le peggiori storie che la sua famiglia le aveva raccontato sulla brutalità dei russi nei confronti degli ebrei parecchi anni addietro. Ma evidentemente questo non lasciò nessun segno duraturo sulla determinazione dei suoi complici a continuare la pulizia etnica della Palestina.
All’alba del 22 aprile la gente cominciò ad affluire al porto. Poiché in quella parte della città le strade erano già superaffollate di persone in fuga, i leader improvvisati della comunità araba tentarono di mettere un po’ d’ordine in quel caos. Si sentivano altoparlanti che spingevano la gente a radunarsi nella vecchia piazza del mercato vicino al porto e a rifugiarsi lì fino a quando non si riusciva a organizzare un’evacuazione ordinata via mare. “Gli ebrei hanno occupato Stanton road e stanno arrivando”, urlava l’altoparlante.
Il diario di guerra della brigata Carmeli, che riporta la cronaca delle loro azioni, mostra ben pochi rimorsi su ciò che avvenne in seguito. Gli ufficiali della brigata, sapendo che la popolazione era stata avvisata di radunarsi vicino all’entrata del porto, ordinarono agli uomini di piazzare mortai da tre pollici sui pendii della montagna sopra il mercato e il porto dove oggi c’è l’ospedale Rothschild e di bombardare la folla che si ammassava lì sotto. Questo per impedire alla gente di ripensarci e di assicurarsi che la fuga avvenisse in un’unica direzione. Una volta che i palestinesi si fossero radunati nella piazza del mercato – un gioiello architettonico risalente al periodo ottomano con tetti a volta, ma irriconoscibile dopo la sua distruzione successiva alla creazione dello Stato d’Israele – sarebbero stati un facile bersaglio per i tiratori scelti ebrei.
Il mercato di Haifa era a circa trenta metri dall’entrata principale del porto. Quando iniziò il bombardamento questa era la naturale via di fuga per i palestinesi presi dal panico. Quindi la folla fece irruzione nel porto scavalcando i poliziotti di guardia all’entrata. Centinaia di persone presero d’assalto le imbarcazioni ormeggiate e cominciarono a fuggire dalla città. Sappiamo che cosa accadde poi dai tremendi ricordi, di recente pubblicati, di alcuni sopravvissuti. Ne riporto uno:
Uomini che calpestavano gli amici, le donne e perfino i propri figli. Le barche si riempirono subito di un carico umano, e tutti erano orrendamente pigiati. Molte barche si capovolsero e affondarono con tutti dentro.
Le scene furono cosi spaventose che le notizie, quando giunsero a Londra, spronarono all’azione il governo inglese poiché alcuni funzionari cominciarono a rendersi conto, probabilmente per la prima volta, dell’enormità del disastro che la loro mancanza di iniziativa stava creando in Palestina. Il ministro degli Esteri Ernest Bevin era furibondo per il comportamento di Stockwell, ma il maresciallo Montgomery, Capo dello staff imperiale e quindi capo di Stockwell, lo difese. L’ultima comunicazione tra i leader palestinesi di Haifa e Stockwell fu una semplice lettera che dice tutto:
Siamo afflitti e profondamente addolorati dalla mancanza di solidarietà da parte delle autorità britanniche nel portare aiuto ai feriti, sebbene sia stato loro esplicitamente richiesto.
tratto da:
LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA di Ilan Pappe – Fazi editore – Capitolo 5
Ilan Pappé è uno dei maggiori storici del Medio Oriente. Nato ad Haifa nel 1954 da genitori ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista, si è laureato alla Hebrew University e ha conseguito il dottorato a Oxford. Nel 2005 ha sostenuto il boicottaggio (incluso quello accademico) di Israele e per questo, dopo aver insegnato per anni a Haifa, si è dovuto trasferire in Gran Bretagna, all’Università di Exeter.

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