La falsificazione delle notizie.

Torino – Infopal. Si è svolto sabato 8 novembre un incontro a inviti su "La fabbrica del falso", organizzato dall’ISM-Italia presso l’Oasi di Cavoretto, a Torino.

Pubblichiamo qui di seguito la relazione svolta da Enrico Contenti:

Note a margine del libro di Vladimiro Giacché, “La fabbrica del falso”

 

Devo riconoscere che il tema trattato nel libro di Giacché tocca una corda molto sensibile per quelli della mia generazione. La sensazione di essere immersi in una realtà falsa, parallela e non comunicante con quella vera è forse il tasto più dolente nella condizione esistenziale di chi, una quarantina di anni fa, era convinto di poter essere protagonista della storia, della sua evoluzione e si è poi ritrovato a fare i conti con gli esiti deludenti di quella stagione.

Alcuni giorni fa mi trovavo a parlare del libro con alcune persone, in una pausa dal lavoro,  quando, citandone il titolo, un giovane collega, un po’ distratto, mi confermò di essere già a conoscenza dell’argomento; aveva letto qualcosa al riguardo su diversi  giornali di “free press” distribuiti agli ingressi della metropolitana: la guardia di finanza aveva scoperto una “fabbrica del falso” delle griffe più famose. Al di là dell’aneddoto farsesco, l’equivoco induce a una riflessione. L’aggettivo “falso” viene oggi  normalmente associato, dai media, e quindi dalle persone, a un oggetto , a una merce il cui valore viene tutelato dai suoi anticorpi. Raramente viene associato a un concetto, a una rappresentazione della realtà.

       

            In una recente intervista al filosofo Costanzo Preve, il cui titolo recitava “Precarietà e manipolazione antropologica nell’era del capitalismo assoluto”, possiamo individuare, oltre alle tematiche caratteristiche della sua elaborazione teorica, spunti di riflessione pertinenti alle modifiche indotte nei valori e nei bisogni delle persone attraverso i mezzi di comunicazione di massa, allo scopo di esercitarne un controllo.

I giovani, sostiene Preve, rappresentano oggi il cuore di un mostruoso esperimento antropologico-sociale, rivolto a farli diventare il soggetto portatore dell’instaurazione e dello sviluppo allargato di un nuovo modello di società capitalistica assoluta ed illimitata, neoliberale, globalizzata, postborghese e postproletaria, oltre che ovviamente postfascista e postcomunista, in cui “destra” e “sinistra” cessino integralmente di essere categorie in qualche modo ancora politiche, per essere soltanto attrattori culturali e simbolici, ed in quanto tali interamente manipolati dal sistema pubblicitario e mediatico. La strategia immanente del sistema è incentrata sulla manipolazione antropologica, in modo da trasformare la precarietà in una naturale dimensione umana. Quando l’economia di mercato sarà diventata società di mercato, allora questo mostruoso esperimento antropologico potrebbe vincere, come nei più terrificanti scenari fantascientifici.

 

            La tesi sostenuta da Preve traccia un quadro che trae ulteriori elementi di veridicità se consideriamo la portata dei mutamenti epocali subiti dalla cultura e dal costume della nostra società a causa dell’imporsi del mondo virtuale dell’immagine mediatica, con la sua influenza determinante nella psicologia delle masse e nei rapporti interpersonali.

La politica finanziaria e oligarchica dominante ha previsto (ci si ricordi dei piani della P2) ed ha amministrato questo mutamento, come fosse un concime, un humus per la crescita infestante di un nuovo modello di cittadino, il consumatore-totale, onnipotente nello spazio mercificato a lui riservato. All’interno di  tale spazio, vissuto come libero ed infinito, tutto può trovare posto, anche il dissenso e la trasgressione, sempre che il “libero-cittadino-consumatore-onnipotente” non cominci a percepire i limiti di quello spazio e tenti di uscirne o, semplicemente, di volgere lo sguardo di là da questo. Ma non c’è falso socialmente più efficace di quello che si impone esibendo i canoni della libertà di parola e della possibilità di espressione delle capacità  dei singoli soggetti (libertà e opportunità per tutti). Le forme di opposizione ammesse come “corrette” e “autenticamente democratiche” sono quelle che hanno digerito il percorso di trasformazione del concetto stesso di democrazia. Anziché espressione di libertà, diventa un codice morale e universale da imporre, alla stregua di una dottrina: se si è democratici si accettano i diritti umani, il cosmopolitismo, il pacifismo, il progressismo, il mercato, l’individualismo morale e sociale, si rigetta tutto ciò che è diverso, in quanto non omologato e quindi totalitario e oscurantista. La democrazia odierna rischia di trasformarsi concettualmente nel suo opposto: un criterio selettivo che discrimina idee e comportamenti, per cui lo stesso esercizio dei diritti è subordinato all’assenso acritico a quei postulati ideologici, per definizione “democratici”.

A cominciare dalla fine degli anni settanta del secolo scorso, in una fase di relativo benessere economico, si sono introdotti stili di vita, modelli e bisogni indotti sempre più invasivi, mutuati da quelli già sperimentati nelle società a capitalismo più avanzato. I valori del denaro e del successo individuale, leve essenziali per accedere a fasce di consumo sempre più elevate, hanno sostituito valori sociali fondamentali: eguaglianza, equità sociale, solidarietà e anelito alla ricerca della verità attraverso l’uso critico della ragione. Il percorso culturale di questi valori si è interrotto. La dissoluzione di modelli statuali alternativi e delle forme politiche di riferimento ha alimentato la percezione di un intera fase storica come “vecchia”, “liquidata” e neanche degna di essere analizzata e compresa. Il “nuovo”, valore in quanto tale, ha necessariamente riscritto o cancellato la memoria storica. Un deserto storico, nel quale costruzione del nuovo individuo poteva procedere senza ostacoli attraverso la manipolazione dell’informazione o il suo occultamento, dove un sistema economico,  politico e sociale ha potuto presentarsi come vincente ed erigersi, quindi, come globale, unico possibile, naturale ed astorico, eternamente riproducibile, avendo in sé, oltretutto, le caratteristiche che gli avrebbero consentito la possibilità di autocorreggere la rotta in caso di turbolenze o criticità.     

Le forme politiche che non hanno avuto i mezzi per favorire, amministrare e sfruttare questo mutamento, che hanno tardato nell’adeguarsi all’imposizione della cultura virtuale oppure che non sono state in grado di proporre forti modelli critici alternativi, queste forme politiche hanno perso o sono del tutto scomparse dallo spazio virtuale mediatico-mercificato del nuovo cittadino.

 

            Uno dei più decisivi aspetti del mondo virtuale sta oggi nel sostituire i veri conflitti sociali con la dimensione virtuale di un “videogioco politico”. Non a caso, come in un videogioco, il cuore del dibattito politico pulsa freneticamente intorno a questioni non necessariamente fondamentali, ma sulle quali è possibile allestire un circo mediatico urlante, diviso in fazioni che si contendono il consenso del pubblico attraverso due modalità separate ed apparentemente contrapposte. Da un lato assistiamo al ricorso a  forme di comunicazione regredite e primitive, che hanno la funzione non soltanto di portare agli onori del piccolo schermo, altare della gloria universale, la sana ignoranza, la volgarità, la menzogna e il sopruso con cui populisticamente si vuol dipingere il pubblico e in tale ambito relegarlo, ma, parallelamente a questa, hanno la funzione di far percepire il politico, il tecnocrate, l’intellettuale come uno di noi, uno che “parla chiaro”, uno che “sta dalla nostra parte”. Dall’altro lato assistiamo alla messa in scena dei più svariati e tecnologicamente avanzati effetti speciali con i quali viene bombardato il cervello dello spettatore, attraverso il senso principe, la vista e quello cadetto, l’udito. Attraverso effetti speciali la manipolazione dell’informazione si snoda sui binari suadenti dell’immagine forte, crudele, pietistica e morbosa; non importa se parziale, falsata, fuorviante o costruita. Un videogioco in cui le masse sono retrocesse alla condizione animale primitiva, in competizione al loro interno per accaparrarsi effimeri beni di consumo gettati nello spazio virtuale a loro concesso, come briciole di pane secco in mezzo ai piccioni.

           

            In tale spazio virtuale, dove pur vive un uomo reale, l’essere umano resta un animale politico, quel politikòn zoòn di marxiana memoria. Il quadro sociale dipinto dalla globalizzazione, pur apparendo complessivamente desolante nelle sue tinte dominanti, e quindi maggioritarie, presenta ancora macchie di colori vivaci, non uniformate alla visione d’insieme. Sono le zone del pianeta che, pur nelle contraddizioni intrinseche ai loro sistemi socio economici, offrono maggiori ostacoli alla colonizzazione culturale, economica e militare occidentale; sono quelle coscienze,  la cui presenza è trasversale alle varie classi sociali e alle ideologie di appartenenza, che sono riuscite a mantenere un certo grado di autonomia critica; sono, in estrema sintesi, sacche di resistenza. Lo stesso sistema di controllo dell’informazione, per quanto progressivamente invasivo, non riesce a completare il suo processo di omologazione. E, in questo caso, le macchie vivaci del quadro sono rappresentate da alcune conseguenze derivate dalla diffusione di sistemi tecnologici di comunicazione che, se da un lato inducono enormi bisogni di consumo trasformandosi, perdipiù, in oggetti sociali capaci di mutare mentalità e stili di vita, dall’altro sfuggono a un controllo completo da parte degli organismi di potere per la loro stessa essenza tecnologica. Come Gűnther Anders acutamente anticipava, la tecnologia lascia l’essere umano costantemente arretrato e inseguitore rispetto al suo avanzare. Definirei queste conseguenze come spazi di “opportunità” di smascheramento del potere, spazi, però, accessibili alle finalità di chiunque e, quindi, incontrollabili per tutti. Altre vivaci macchie di colore sono senz’altro costituite dal meritorio lavoro, a volte sotterraneo, dell’informazione coraggiosa, critica, non politicamente corretta, resistente o, semplicemente ancora dotata di quel buon senso ragionante, quasi “grezzo”, derivante da una sorta di originaria incultura pasoliniana, difficilmente addomesticabile dal sistema di valori dominante.

All’animale politico però, al suo naturale istinto di aggregazione sociale, il capitalismo assoluto offre un panorama di riferimento coerente con quella trasformazione antropologica cui la tesi di Costanzo Preve faceva riferimento. Ed ecco che il centro commerciale diventa una comunità artificiale di consumo, le persone che hanno la stessa compagnia telefonica ed hanno il privilegio di conoscere il reciproco numero di telefono diventano “la tribù”, la palese irrealtà di una trasmissione televisiva diventa un pervasivo “reality”, il concerto rock la sublimazione pseudo-religiosa di massa, il pacifismo viene ridotto a cerimonia ritualizzata e salmodiante che rivolge petizioni ai potenti, l’ecologismo prende l’aspetto di  agriturismo alla moda o di snobistica, intellettualoide ed elitaria riserva dei cultori  della natura e della genuinità garantita dagli esperti per il consumo di pochi. Persino la difesa dei diritti universali dell’uomo, viene messa in campo perché si traduca nella diffusione di un’ideologia molto poco universale e a senso unico, interventista e missionaria, con contestuale legittimazione dell’interventismo militare contro i barbari in burka, in difesa della civiltà, della democrazia, della sicurezza, eccetera, eccetera.

 

            La giustificazione della guerra, che nasconde i suoi reali obiettivi di predominio e di assoggettamento attraverso la presentazione di se stessa come “guerra umanitaria”, ci offre la percezione della misura raggiunta nel capovolgimento della realtà; un ossimoro che non è più tale, poiché non più rappresentativo di una contraddizione, ma soltanto l’evidenza di un attributo, “umanitario”, che legittima e santifica, secondo canoni pseudo-religiosi (guerra santa), il concetto cui si riferisce. L’accezione positiva, umanitaria di una guerra di predominio imperiale, come quella del Kosovo, costituisce l’apice di un percorso di manipolazione del consenso, che ha reso normale e legittima una guerra non certo difensiva. Quella guerra così esecrata, bandita dalle costituzioni e dalle dichiarazioni internazionali, per essere giustificata e pronunciata senza vergogna ha dovuto subire, nel suo concetto, un processo di lavaggio e purificazione, passando attraverso gli eufemismi di “operazione di polizia internazionale”, “guerra preventiva”, ed altre creative e ipocrite forme di espressione.

Ogni impero impone la sua Lingua, non solo nel senso di lingua parlata, ma nel senso di Sistema semantico. Dove gli antichi romani avevano fatto un Deserto, lo chiamavano Pace. Da allora non è cambiato nulla, se non la forza del capillare apparato mediatico.
Il far la guerra (Warmaking) viene chiamato mantenere la pace (Peacekeeping). Questo permette di battezzare le truppe di aggressione e di occupazione in termini di garanti della pace (Peacekeepers). Il distruggere gli stati indipendenti (Statedestroying) è chiamato ora costruire le nazioni (Nationbuilding). Le intenzioni israeliane di restituire al suo legittimo popolo territori occupati con la forza vengono definite “generose concessioni”.
Questa situazione, pienamente orwelliana, è resa possibile per due ordini di ragioni: una storico politica, un’altra tecnologico sociale. La prima ragione, quella storico politica, si basa sul contesto politico in cui si diffonde nel linguaggio l’uso dell’ossimoro, tipica figura retorica dell’ambiguità rassicurante. Il suo uso prolifera in epoche di conformismo e repressione, in società nelle quali viene incoraggiata "la voglia di non sapere", magari facendola passare per una delle più lodevoli virtù.  La seconda ragione, quella tecnologico-sociale, che rende possibile la costruzione di un sistema semantico di tipo orwelliano, sta in ciò che, cinquanta anni fa, Gűnther Anders comprese già molto bene. Oggi, con la televisione, non è più necessario ”ammassare” fisicamente la gente sotto il balcone di piazza Venezia per “massificarla”. Oggi la stessa operazione è possibile con la decentralizzazione spaziale televisiva, in cui si è massificati in piena solitudine.

Una delle chiavi culturali del potere per sancire la sua indiscutibile autoreferenzialità sta nella capacità d’imporre, a tutti i livelli di azione e comunicazione, su scala planetaria, il criterio del trattamento differenziato. "Modelli" dell’autoreferenza imperiale sono Auschwitz e Hiroshima. Auschwitz è entrato nella percezione collettiva come il frutto dell’Ideologia demoniaca del nazismo, il genocidio "giudeocentrico" per eccellenza, non paragonabile a nessun altro, il Male assoluto. La colpa assoluta per cui tutti chiedono, invano, perdono. Auschwitz fu consumato a terra, in un periodo di tempo relativamente lungo, da aguzzini numerosi che si servivano di strutture tradizionali, visibili: linee ferroviarie, vagoni piombati, filo spinato, forni ecc.. Hiroshima fu tutt’altra cosa. Fu il trionfo di una tecnologia superiore, neutra, anonima, affidabile, onnipotente e, soprattutto, senza coinvolgimenti diretti. Cenere, non lacrime e sangue. Fu subito interiorizzata la menzogna fondante: le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki avevano "posto fine alla guerra", salvando "tante vite americane", si trattò di un’azione di guerra, condotta dall’aria, in un minimo arco di tempo, una “Auschwitz istantanea” come è stata definita, senza responsabilità soggettive né ideologiche e quindi senza nessun obbligo "morale" di chiederne perdono. L’assuefazione collettiva all’astratto incenerimento di esseri umani che non hanno diritto ad avere né nome né volto è garantita dall’uso spettacolare di questi ossimori.

 

            Vi è un ulteriore aspetto, che riguarda l’uso della psicologia di massa nella diffusione e nel controllo dell’informazione che definirei “l’ illusione al potere”.

In una società traboccante di mezzi per comunicare assistiamo a una progressiva regressione nei rapporti umani di comunicazione e nello stesso linguaggio usato, che si traduce in progressiva incapacità e paura di comunicare. L’agente umano viene sostituito dall’anonimo e freddo mezzo tecnologico che priva la comunicazione di identità e di responsabilità. Assistiamo ad un’ analoga involuzione dei contenuti scambiati, dove valori “alti” o “di senso” per la condizione umana vengono sostituiti con valori “di senso” per il mercato. Eppure crediamo di essere informati sulla realtà attraverso la televisione, la radio, i giornali, i libri, gli schermi cinematografici e quelli dei nostri computer, le università, le scuole e i templi religiosi. Viviamo nell’illusione democratica di poter intervenire sulla realtà, modificandola secondo la nostra etica; ma l’impossibilità di verificare l’attendibilità di una quantità infinita di notizie, di fatto, ci sottrae da una realtà che non conosciamo perchè non frequentiamo. La valanga di notizie occupa il campo del reale e più esse urlano da mezzi non-umani (schermi, onde elettromagnetiche, pagine scritte) più ci appaiono umane e convincenti.

 

            Tutti questi aspetti fanno parte integrante di un unico complesso sistemico di “uniformazione antropologica globalizzata”, in cui la virtualità è diventata “strutturale”.

Il mondo reale ha perduto ogni residua capacità di legittimazione: religiosa, filosofica o morale. La perdita di legittimazione sociale (che nelle culture occidentali è stata realizzata prima religiosamente e poi a partire dal settecento razionalmente) è stata “compensata” con una pianificata introduzione di dosi di virtualità. La somministrazione dell’una è stata incrementata in modo inversamente proporzionale al progressivo decadimento dell’altra.

 

            Più che indottrinamento attivo, penso che la funzione principale del bombardamento mediatico involutivo in corso, corredato dal lavaggio cerebrale pubblicitario, sia più finalizzata ad una sorta di sonno collettivo, di gradevole torpore dei sensi e dello spirito, un torpore in cui annegano progressivamente la consapevolezza teorica e la coscienza morale. L’individuo è sempre più isolato e slegato dalla società umana e subisce un processo di  rassegnazione passiva, i cui effetti psicologici, di tipo depressivo, trovano nella pratica del consumo esasperato l’unica compensazione possibile. In tale contesto la pepetuazione egemonica globale dell’economia di mercato, avviata a trasformarsi in società di mercato, può avvenire in assenza di opposizione reale. Il Presente diventa l’unica dimensione temporale, nel quale la teorizzata “fine della Storia” e le buonistiche e false “riconciliazioni” confondono, indeboliscono e annullano il valore della memoria. Resta l’unica dimensione del presente, in cui l’individuo, sradicato e isolato, vaga alla ricerca di legami sociali, ma si trova soltanto a competere col suo prossimo. 

 

 

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