La Fiera delle Complicità.

La Fiera delle Complicità

 

La decisione della direzione della Fiera del Libro di Torino di accogliere Israele come ospite d’onore dell’edizione 2008 rappresenta una presa di posizione, in tema di rispetto dei diritti umani, lontana anni luce da gran parte dell’opinione pubblica italiana e mondiale.

 

Inoltre, con leggerezza impressionante, il Presidente della Repubblica è intervenuto in merito alla controversia sul boicottaggio: una questione che non lo riguarda affatto e su cui non dovrebbe far pesare il ruolo istituzionale che ricopre. Aderendo in maniera così sbilanciata all’iniziativa, ha compromesso gravemente l’autorevolezza dell’istituto che è chiamato a rappresentare.

Come garante dei diritti politici e civili di tutti i cittadini italiani, infatti, egli non può schierarsi a favore di una data parte politica se un’altra, avversa ad essa, decide di avvalersi degli stessi diritti riconosciuti dall’ordinamento giuridico medesimo. Non può, perché questi diritti hanno pari dignità. Egli dunque ha calpestato, su più fronti, la carta costituzionale.

Perché?

 

I giornali nazionali e i grandi mass media – di destra, di centro, di sinistra – hanno tuonato all’unisono contro la campagna di boicottaggio nei confronti di Israele.

Perché?

 

A queste due domande, tra molte altre, troviamo risposte puntuali nel breve testo che segue, di Bruno Guigue, un viceprefetto provinciale di quella Francia dove (da lungo tempo e con regolarità sconcertante) accadono cose non dissimili dai deplorevoli “scivolamenti torinesi” che si sono verificati in questi mesi.

I giornali non ce lo dicono, ma Guigue, servitore dello Stato francese, è stato licenziato proprio a causa dello scritto che qui presentiamo.

 

Nel testo si parla di omertà, di chiusura, di malafede, di discorsi falsi nelle premesse e nello svolgimento, di dichiarazioni opinabilissime e oggettivamente puerili che in più occasioni hanno trascinato paesi grandi e piccoli addirittura nel baratro della guerra. Con un numero di vittime che ormai ha superato i sei zeri.

Ma l’“antifona” di cui ci viene dato monito in questo scritto ha anche un altro significato. Nella litania cristiana, l’antifona è il brano che precede l’intonazione del salmo e che viene ripetuto poi alla fine di questo. Racchiude il salmo, per così dire, tra parentesi quadre. Nel caso torinese, in modo analogo, questo confronto internazionale – con tutto il fermento culturale che gli è proprio – cade, come una farfalla, in una rete di significati imposti da realtà lontane, estranee ai suoi fini e a danno della cultura, del pluralismo (che ne è il presupposto) e, nella fattispecie, a danno dei diritti umani.

 

Le responsabilità di questa situazione vanno cercate nella direzione della Fiera del Libro di Torino, nei mass media tutti e nelle più alte cariche dello Stato.

Facile, dunque, prevedere l’esito della campagna di boicottaggio. Ma sempre più persone, nonostante la martellante propaganda contro coloro che si sono opposti a questa lugubre celebrazione dell’entità sionista, iniziano ad aprire gli occhi. Non è quindi detta l’ultima parola…

 

 

 

Quando la lobby filo-israeliana si scatena contro l’ONU

di Bruno Guigue

Nella sua rubrica «Point de vue» del 27 febbraio 2008, «Le Monde» ha generosamente offerto le sue colonne ad un testo di un’isteria verbale e di una malafede incalcolabili. Le accuse che proferisce nei confronti del consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU sono così falso che l’elenco dei firmatari attenua a stento il nostro stupore: Pascal Bruckner, Alain Finkielkraut, Claude Lanzmann, Elie Wiesel, Pierre-André Taguieff, Frédéric Encel .. La lista è facile da completare tanto ci è divenuta familiare l’onnipresenza degli intellettuali organici della lobby filo-israeliana. Il titolo senza mezzi termini di questa prosa odiosa è già tutto un programma :  «L´ONU contro i diritti dell’uomo ». Fin dalla prima riga, si può leggervi questo angosciato appello :  «L’anno 2008 vedrà contemporaneamente il sessantesimo anniversario della dichiarazione dei diritti dell’uomo da parte dell’ONU e la distruzione dei suoi principi da parte della stessa ONU ? Tutto porta a temerlo, in quanto da un certo numero di anni con le sue derive l’ONU è diventata una
caricatura ». Inevitabilmente, il lettore non avverito si allarma l’organizzazione internazionale sarebbe repentinamente diventata suicida?
Ma per fortuna il seguito ci illumina subito sulle profonde preoccupazioni dei nostri firmatari:  «Su iniziativa delle Nazioni Unite, si tenne nel 2001 a Durban, in Sudafrica, la conferenza mondiale contro il razzismo. In nome dei diritti dei popoli, furono scanditi dei «morte all’America ! » e  «morte a Israele ! » e in nome del relativismo culturale fu fatto silenzio sulle discriminazioni e sulle violenze commesse contro le donne ».
Quale rapporto tra la geopolitica del Medio Oriente, manifestamente in causa negli appelli a combattere gli Stati Uniti e Israele, e l’oppressione delle donne, sarebbe assicurato dal  «relativismo culturale » ? Probabilmente nessuno. Ma amalgamare i due argomenti presenta l’interesse polemico di insinuare tra le vittime una
perniciosa concorrenza : voi che condannate Israele e l’America, non dite niente della sofferenza delle donne oppresse nei paesi musulmani. È una antifona consueta della retorica lobbysta : essa permette di distogliere il lettore occidentale dalla critica della
politica americana o israeliana fissando la sua attenzione su un problema interno delle società medio-orientali.
Eppure, questo avvicinamento polemico tra i due argomenti è particolarmente ridicolo.
L´Arabia Saudita, dove è obbligatorio portare il velo e alle donne è proibito guidare l’automobile, è l’alleato storico degli Stati Uniti nella regione. Il regime oscurantista dei Talebani era nato sotto gli auspici di una CIA che prestò i suoi campi di addestramento sul suolo americano ai combattenti del mollah Omar. In compenso, l´Iraq e la Siria baathisti, più vicini alla norma occidentale in materia di condizione femminile, non hanno avuto diritto agli stessi riguardi.
Il primo è stato polverizzato sotto le bombe USA, la seconda è classificata nella categoria degli  «Stati canaglia ». Ma poco importa : i sostenitori della politica americana in M
edio Oriente si credono autorizzati a dare lezioni in materia di emancipazione femminile.
Inoltre, trattandosi dell´ONU, non ci si stupirà per un tale risentimento da parte dei portavoce del neoconservatorismo alla francese. Perché le risoluzioni del consiglio dei diritti dell’uomo, come ieri le dichiarazioni dell’assemblea generale, hanno osato
chiamare in causa la repressione israeliana nella Palestina occupata i 47 Stati eletti dai loro pari al CDH (il Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU – ndr) beneficiano dell’uguaglianza di voto. La sensibilità che vi si esprime riflette dunque un’opinione
maggioritaria che non ha alcuna ragione per garantire l’occupazione militare dei territori arabi. Tuttavia, gli incensatori di Israele si rassicurino : non potendo essere esecutive, queste risoluzioni restano simboliche. Ma non basta. Essi devono pure stigmatizzare il principio attraverso un uso grossolano della calunnia.
A questo, i firmatari si dedicano con rabbia.  «Con la sua meccanica interna, le coalizioni e le alleanza che vi si costituiscono, per i discorsi che vi si tengono, i testi che vengono negoziati e la termologia utilizzata che annienta la libertà di espressione,
legittima l’oppressione delle donne e stigmatizza le democrazie occidentali .. Il CDH è divenuto una macchina da guerra ideologica nei confronti dei suoi principi fondatori. Ignorata dai grandi media, giorno dopo giorno, sessione dopo sessioni, risoluzione dopo risoluzione, viene forgiata una retorica politica per legittimare i
passaggi all’atto e alle violenze di domani».
Sintomo di una psicosi paranoide o monumento della demologia occidentale : siamo incerti sulla diagnosi. La sola certezza è che questa requisitoria contro dei misfatti inesistenti attesta un’inventiva fuori del comune. Il consiglio dei diritti dell’uomo
dell’ONU vorrebbe  «annientare la libertà di espressione » ? Ci si può ben domandare perché e come. Ma i nostri interrogative rimangono senza risposta. I nostri polemisti annunciano «la messa a morte dell’universalità dei diritti» da parte della stessa ONU, ma questa morte annunciata resta avvolta nel mistero. Nessuna citazione delle
risoluzioni del CDH viene a suffragare tale accusa e i detrattori dell’ONU condannano le sue presunte idee con una violenza inversamente proporzionale alle prove di quello che sostengono.
Visibilmente, essi preferiscono parlare al posto suo, procedendo direttamente al commento di quello che si presume abbia detto. Come forma di citazioni, dobbiamo allora accontentarci delle frasi riassunte in stile indiretto, senza virgolette, che avrebbe
pronunciato il signor Dudu Diène, relatore speciale presso l’ONU sul razzismo, la discriminazione razziale e la xenofobia. Così, l´intellettuale senegalese avrebbe dichiarato che  «enunciare una critica contro il porto del burqa costituisce un’aggressione razzista, che la laicità è radicata in una cultura schiavista e
colonialista e che la legge francese contro il porto di segni religiosi a scuola è partecipe del razzismo anti-musulmano ». C’è un unico problema : queste citazioni sono introvabili. Se ciascuno di questi enunciati, evidentemente, solleva delle obiezioni, ancora non è stato formulato. Una polemica grossolana su citazioni che non
esistono : il procedimento condanna i suoi autori.
Dopotutto, le sole citazioni che gli ideologi pubblicati da  «Le Monde » avrebbero dovuto produrre a sostegno della loro tesi sono quello dello stesso CDH. Ma essi si guarderanno bene dal farlo.
Fornendo la loro tendenziosa interpretazione invece del pensiero altrui, essi pontificano gravemente prendendo per realtà la loro fantasia :  «La confusione è massima, affermano, quando ogni critica  alla religione è denunciata come atteggiamento razzista ». Ma da dove viene questa idea ? Chi l’ha messa in giro ? Nessuno lo sa. Chiunque, in compenso, può verificare quanto enunciato dal CDH sulla questione religiosa. Basta consultare i verbali ufficiali delle sei sessioni
riunite dalla sua creazione, nel giugno del 2006.
Il 30 marzo 2007, il CDH ha così adottato una risoluzione  «sulla lotta contro la diffamazione delle religioni ». Questo testo moderato si basa sul  «diritto di ciascuno alla libertà di espressione, che si dovrebbe esercitare in modo responsabile e può dunque essere sottoposto a restrizioni, prescritte dalla legge e necessarie per il
rispetto dei diritti o della reputazione altrui, per la protezione della sicurezza nazionale, della salute o della morale pubbliche, e per il rispetto delle religioni e delle convinzioni ». Sul piano dei principi, questo testo non differisce affatto dal diritto positivo in vigore nella maggior parte dei paesi, avendo anche gli Stati occidentali posto dei limiti giuridici all’esercizio della libertà di espressione. In Francia, il riconoscimento della liberà di espressione non dà vita ad alcun diritto a diffamare il proprio vicino, in quanto ogni forma d’ingiuria che manifesti una discriminazione razziale o religiosa è punita dalla legge, e certe disposizioni legislative hanno inoltre avuto l’effetto di enunciare una verità ufficiale su dei fatti storici.
Naturalmente, il tenore di questa risoluzione del CDH non è indifferente al contesto politico legato alla  «guerra contro il terrorismo » condotta da Washington a tamburo battente. «Il Consiglio si dichiara preoccupato dalle immagini stereotipate negative delle religioni e dalle manifestazioni d’intolleranza e di discriminazione in material di religione o di convinzione. Si dichiara, inoltre, profondamente preoccupato dai tentativi tendenti ad associare l’Islam con il terrorismo, la violenza e le violazioni dei diritti dell’uomo. Nota con viva inquietudine l’intensificarsi della campagna di
diffamazione delle religioni e la designazione delle minoranze musulmane secondo caratteristiche etniche e religiose a partire dai tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001 ».
L´adozione di questo testo si è scontrata con l’opposizione dei paesi occidentali, messi in minoranza al momento del voto finale. Tuttavia, nessuno di loro ci ha visto il mortale pericolo per la civiltà universale denunciato dai firmatari del nostro pamphlet anti-ONU. In nome dell’Unione Europea, la rappresentante della Germania  «ha fatto
osservare che, come stabilito dal rapporto del signor Dudu Diène, la discriminazione fondata sulla religione non riguarda unicamente l´islam, ma anche il giudaismo, il cristianesimo e religioni e fedi venute dall’Asia, nonché persone senza religione. Ha inoltre sottolineato che è problematico separare la discriminazione fondata sulla religione da altre forme di discriminazione. Ha anche giudicato controproducente l’utilizzo del concetto di diffamazione, preconizzando piuttosto un testo imperniato sulla libertà di religione o di convinzione ».È evidente che questo dibattito attesta una differenza di sensibilità sulle questioni religiose tra paesi membri dell’organizzazione della conferenza islamica (OCI) e paesi occidentali. Ciò meritava una riflessione sulla relativa secolarizzazione delle società interessate e il riferimento, esplicito nei paesi musulmani, a valori religiosi. Ma questa riflessione non è nemmeno passata per la testa ai nostri intrepidi firmatari che, in mancanza dei testi ai quali fanno vagamente allusione, ne snaturano volutamente il significato.
Rifiutando di discutere razionalmente gli argomenti dell’altro, si preferisce stigmatizzarlo immaginando una grossolana drammaturgia che mette in scena personaggi reali. Di colpo, questo teatro di marionette prende il posto dell’argomentare.
È così che I nostri firmatari se la prendono violentemente con la signora Louise Arbour, alto commissario ai diritti dell’uomo dell’ONU.  «Ha partecipato ad una conferenza a Teheran dedicata ai diritti dell’uomo e alla diversità
culturale, denunciano. Portando il velo, come esige la legge della repubblica islamica, l’alto
commissario è stata testimone passivo dell’enunciazione di principi a venire, così riassunti : offesa ai valori religiosi considerata razzista. Ancor peggio, all’indomani di quella visita, 21 iraniani, tra cui numerosi minori, sono stati pubblicamente impiccati. In sua presenza, il presidente Ahmadinejad ha rinnovato il suo appello alla
distruzione di Israele ».
Ancora una volta, l´arte dell´amalgama intellettuale arriva ai suoi massimi. Mescolando tutto e il contrario di tutto, il testo pubblicato da  «Le Monde » punta sulla confusa indignazione del lettore anestetizzandone il giudizio critico. E sia: a Teheran, Louise Arbour ha portato il velo. Ma, in Israele, avrebbe potuto organizzare una riunione durante il shabbat ? I regimi religiosi hanno delle esigenze che gli altri non hanno. Si può deplorarlo, ma sono a casa loro. L´offesa alla religione, in certi paesi, è considerate una forma di razzismo. Bisogna convincerli del contrario ? E in che modo ? La pena di morte, infine, è crudelmente applicata in Iran. Ma gli aspetti odiosi del regime di Teheran non ne sono la sintesi e il regime saudita non ha nulla da invidiargli. Su tutto passa l’amicizia degli Stati Uniti, dove un presidente texano
è stato eletto per la sua reputazione di esecutore implacabile di presunti criminali. Per non parlare di Israele, solo Stato al mondo dove i cecchini abbattono ragazzine all’uscita della scuola.
Le diatribe iraniane contro lo Stato ebraico provengono anch’esse da uno scontro geopolitico del quale uno dei principali parametri è l’atteggiamento dello stesso Israele. Se da sessant’anni esso avesse applicato la pena di morte ai civili con maggiore discernimento , non avrebbe suscitato un tale rigetto da parte dei suoi vicini prossimi o allontanati. Sotto occupazione militare, amputati di una parte del
loro territorio o regolarmente bombardati dai suoi aerei, questi ultimi hanno eccellenti ragioni per detestarlo. Ma poco importa. Decisi a istruire accuse a carico della signora Arbour per il suo soggiorno a Teheran, i nostri polemisti incriminano  «il suo silenzio
e la sua passività», che ella avrebbe giustificati con  «il rispetto della legge iraniana e la preoccupazione di non offendere i suoi ospiti ».
 «Charbonnier è padrone a casa sua, commentano. Fu il dottor Goebbels ad utilizzare questo argomento per la sua opportunità, alla tribuna della Società delle Nazioni nel 1933, per sottrarsi ad ogni critica di un’istituzione internazionale impotente ». Sembra di sognare. Perché, analogia per analogia, colpisce la rassomiglianza tra il
Reich che nel 1933 sedeva alla SDN (società delle nazioni – ndr) e lo Stato ebraico che dal 1967 si fa beffe del diritto internazionale. Come il suo lontano predecessore, anche Israele si  «sottrae ad ogni critica di un’istituzione internazionale impotente ». E se lo fa, è per meglio conquistare il  «suo spazio vitale, dal mare al Giordano », seconda la bella formula usata da Effi Eitam, ministro di Ariel Sharon, nel 2002.
 «I grandi crimini politici hanno sempre avuto bisogno di parole per legittimarsi. La parola annuncia il passaggio all’atto », filosofeggiano I nostri firmatari. Non hanno torto : il 29 febbraio, il viceministro israeliano della Difesa, Matan Vilnaï, ha brandito la minaccia di una  «shoah » contro i Palestinesi prima di lanciare a Gaza la sanguinosa operazione che ha fatto 110 vittime palestinesi in una settimana. Libero di infrangere un tabù religioso, lo Stato ebraico ha manifestamente superato uno scoglio semantico prima di scatenare la sua potenza militare : è passato  «dalla parola all’atto».
Ma il meglio è stato riservato per il finale.  «Le ideologie totalitarie avevano sostituito le religioni. I loro crimini, le promesse non mantenute di un futuro radioso, hanno aperto alla grande al ritorno di Dio in politica. L’11 settembre 2001, alcuni giorni
dopo la fine della conferenza di Durban, proprio in nome di Dio, è stato commesso il più grande crimine terroristico della storia ».
Legare in una stessa trama l’11 settembre 2001 e le risoluzioni del CDH: ce ne voleva di faccia tosta. È vero, abbiamo a che fare con degli specialisti. «Ritorno di Dio in politica », dicono. I nostri intellettuali sanno di che cosa parlano : Israele non è lo Stato confessionale per eccellenza ?  «Se la rivendicazione di un angolo di terra è
legittimo, afferma Theodor Herzl, allora tutti i popoli che credono nella Bibbia hanno il dovere di riconoscere il diritto degli Ebrei ».
Biblicamente fondata, la legittimità di uno Stato ebreo in Palestina va da sè : il testo sacro prende il posto del titolo di proprietà.
Per i sionisti religiosi, il ritorno degli ebrei in Eretz Israël è inscritto nel racconto della stessa Alleanza. Prendere possesso della terra che Dio ha dato agli Ebrei fa parte del piano divino e rinunciare a questa offerta vorrebbe dire contrariarlo.
Di colpo, con gli Arabi, nessun compromesso è possibile. Nel 1947, il grande rabbino di Palestina ribadisce lo statuto teologico del futuro Stato ebraico :  «E’ nostra forte convinzione che nessuno, né individuo né potere costituito, abbia il diritto di alterare lo statuto della Palestina che è stato stabilito dal diritto divino ».
Capo del partito nazional-religioso, il generale Effi Eitam spiega a sua volta nel 2002 :  «In quanto popolo, noi siamo i soli al mondo ad intrattenere un dialogo con Dio. Uno Stato realmente ebreo avrà per fondamento il territorio, dal mare al Giordano, che costituisce lo spazio vitale del popolo ebreo ». Almeno, è chiaro. Di conseguenza, non c’è da stupirsi che la lobby filo-israeliana esecri l’ONU : il suo desiderio per il diritto internazionale è inversamente proporzionale al suo invischiamento nel diritto divino.
È vero che l’uno è infinitamente più favorevole dell’altro al Grande Israele. Dare contro alle risoluzioni dell’ONU con la Thora ha dell’exploit intellettuale e del prodigio politico : Israele lo ha fatto. Per i nostri firmatari,  «in nome di Dio, è stato commesso il più grande crimine terroristico della storia ». Non è del tutto falso, a condizione di includere nell’analisi lo Stato ebraico, questo artefatto coloniale costruito col forcipe sulle rovine della Palestina, in nome della Bibbia e della Shoah.
A proposito di terrorismo, lo Stato di Israele è quello più titolato, con un palmares da fuoriclasse. Gli odiosi attentati dell’11 settembre 2001 hanno fatto dieci volte meno vittime dell’assedio di Beyruh da parte di Tsahal nel 1982. I suoi ammiratori occidentali devono certamente essere estasiati dalle prove di un esercito in grado di uccidere così facilmente dei bambini con i missili. Devono anche essere confusi per l’ammirazione di fronte alle galere israeliane dove, grazie alla legge religiosa, la tortura viene interrotta durante il shabbat. Lo Stato ebraico merita in pieno questo concerto di elogi che gli intellettuali organici gli sciorinano lungo le colonne. E quale tracotanza da parte dell’ONU nel voler ficcare il suo sporco naso negli affari interni israeliani !
Come le peggiori calunnie, le accuse pubblicate su  «Le Monde » del 27 febbraio si sono diffuse sulla rete. In certi blog, esse suscitano commenti odiosi che osiamo appena  citare. Il signor Dudu Diène viene definito  «difensore della setta del pedofilo folle e degli adoratori della pietra». Si legge che  «dopo le invasioni musulmane la mezzaluna fertile divenne la mezzaluna sterile e la civiltà emigrò in Occidente ». Sull’ONU, uno internauta scatenato riassume a modo suo l’articolo pubblicato da  «Le Monde»:  «l´ONU, è un’accozzaglia di feccia islamista
e terzomondista ». Che
cosa aspettiamo a sopprimere l´ONU ? Sarebbe ancora più semplice. Islamofobia dichiarata, odio del mondo arabo, stupefacente arroganza occidentale, c’è di tutto. Operazione riuscita, signore e signori intellettuali organici.
È nostro dovere non aver paura di dire la verità, per riguardo verso tutti quei Palestinesi che, come Cristi in croce, hanno sofferto e ancora dovranno soffrire a causa di Israele, ma anche a causa delle nostre cecità e dei nostri errori nel sostegno apportato.


 

 

 

Appendice: aprile 2008 (l’Ospite d’onore, l’Onu e i diritti umani)

 

Esperto ONU ribadisce il paragone con il nazismo

di Tim Franks (corrispondente per il Medio oriente della BBC- 2008/04/08):

 

Il prossimo responsabile ONU per il monitoraggio delle azioni israeliane nei territori occupati ha ribadito il paragone fatto tra le azioni israeliane in Gaza e quelle dei nazisti.
Durante una conversazione con la BBC, il professore Richard Falk ha affermato che fino a questo momento Israele è riuscito a schivare le critiche che meritano. Nel corso del 2008, il professor Falk riceverà l’incarico di monitoraggio [delle azioni israeliane in  merito al rispetto dei diritti umani] per conto del Consiglio dei diritti dell’uomo.

(…)

 

Secondo Falk, «Di fronte a situazioni simili nel Tibet o nel Darfur. dove le responsabilità ricadrebbero sulla Cina o sul governo del Sudan, non credo che si esiterebbe a fare paragoni del genere».

 

(…)

 

Un portavoce del Ministro degli Esteri israeliano ha dichiarato che Israele è del parere che il responsabile ONU debba occuparsi anche delle violazioni dei diritti umani compiute dai palestinesi.

Se ciò non avviene, il governo israeliani valuterà l’opportunità di impedire al neoincaricato ONU l’accesso [ai territori occupati].

 

Dal servizio della BBC: UN investigator says Israeli actions like Nazis

http://news.bbc.co.uk/go/pr/fr/-/2/hi/middle_east/7335875.stm

 

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