La Grande Moschea di Beersheva aspetta i suoi fedeli

Bir as-Saba‘-Beersheva-PIC. Nel profondo sud del deserto palestinese del Negev dove si può sentire il calore del luogo, un alto minareto ed una cupola bianca e stupendi corridoi potrebbero essere ammirati, ma parlano invece di una ingiustizia commessa nei confronti dei Palestinesi dagli oppressori israeliani. Un bellissimo capolavoro architettonico islamico con finestre e porte in stile andaluso, decorato con colonne di marmo estratto dalle alture della Palestina, la Grande Moschea di Bersheeba si trova proprio qui. 

La bellezza del luogo si potrebbe trovare negli spazi verdi dove crescono alberi di olive, di palme e di cedri, ed invece vi è una miseria assoluta data l’assenza dei fedeli musulmani a causa delle misure adottate dall’occupazione israeliana fin dai tempi della Nakba (catastrofe) nel 1948. 

Le Radici Storiche.

Gli Ottomani costruirono la Grande Moschea nel 1906 in un periodo nel quale il loro Impero si stava avviando verso il declino. Fu la prima moschea ad essere costruita nella città di Beersheba, la capitale del sud della Palestina, un punto di incontro tra le tribù di Hebron, di Gaza e del Sinai. Per la gente che transitava da questa zona, la Moschea serviva come luogo di riposo e punto di ristoro. La Moschea accoglieva nei suoi corridoi gente che viaggiava da Levante verso l’Egitto, così come quelli che arrivavano in Palestina dall’Egitto e da Levante, e qui potevano riposare, mangiare e dormire all’interno dei suoi vasti giardini. Ciò è stato confermato dallo storico palestinese Arif al-Arif, che è stato presidente del consiglio di Beershiba negli anni ’30, nel suo famoso libro “La Storia delle Tribù di Beersheba e del Negev”. 

Il massacro dell’Haganah.

Nel 1948 e durante la Nakba, le squadre di sionisti conosciute col nome di Haganah invasero la città di Beersheba protetti dell’esercito britannico e trasformarono questa moschea in un centro di detenzione nel quale vennero massacrati centinaia di prigionieri Palestinesi ed Egiziani. Le squadre sioniste uccisero decine di loro dopo che un militare sionista aveva lanciato una bomba a mano all’interno della moschea ed in mezzo ai prigionieri, cospargendo di brandelli di carne e sangue tutti i muri della moschea ed i suoi cortili. 

La preghiera nella Moschea di Beersheba è stata vietata dal periodo dell’occupazione della città, nel 1948. 

Nel 1952 la moschea venne trasformata in un museo, il Negev Museum. La decisione fu presa dall’architetto israeliano della città di Beersheba, Zeppi Ofer, che permise ai visitatori ed ai turisti di entrare nel museo, ed anche di salire sul minareto, in cambio di denaro. 

Dopo varie ristrutturazioni della moschea e lo sviluppo del museo, venne dato un nuovo nome: The Museum of Islamic and Orient Civilizations. Le autorità israeliane misero all’interno della moschea, trasformata in museo, molte pietre di epoca bizantina, manufatti e mosaici risalenti al V e VI secolo, ed anche un orologio solare fatto con pietra bianca con al suo interno lettere bizantine. Il museo ha poi falsamente attribuito queste antichità alla storia della Israele sionista. 

La Rivolta della Rabbia.

I Palestinesi hanno combattuto e lottato varie battaglie pubbliche e legali contro le autorità occupazione per ristabilire i loro siti religiosi, uno dei quali era la Grande Moschea di Beersheba. Hanno effettuato preghiere nei cortili della moschea ed hanno organizzato sit-in e manifestazioni di fronte al Knesset e ad altre sedi del governo. La Islamic Foundation for the Defense of Waqf  ha presentato varie denunce legali contro l’ebraicizzazione della moschea. Nel giugno 2011, un tribunale israeliano ha ufficialmente escluso che la moschea fosse uno speciale museo per la cultura islamica ed i popoli orientali. La moschea è stata quindi utilizzata settimanalmente per spettacoli e concerti. 

Nell’agosto del 2002, il pubblico palestinese si è ribellato contro una decisione presa dalla municipalità di Beersheba con la quale si sarebbe tenuto un festival del vino nei cortili della Grande Moschea di Beersheba, al quale avrebbero partecipato più di 30 produttori. 

Decine di migliaia di Palestinesi si riunirono nei giardini della Moschea e nei suoi dintorni, nonostante i checkpoint militari ed altri controlli rafforzati. I manifestanti ritenevano che il festival fosse una vera e propria aggressione nei confronti dei sentimenti dei Musulmani. Gli assembramenti e le manifestazioni continuarono per molte settimane, comprese le preghiere. Oltre alle proteste, furono anche presentate varie denunce presso un tribunale israeliano di Gerusalemme che alla fine sentenziò a favore della cancellazione del festival del vino, in quanto si trattava di “una offesa alla religione islamica”, secondo il tribunale. 

La Protezione dei Luoghi Sacri.

Sheikh Ikrema Sabri, capo della Commissione Suprema Islamica, ha dichiarato che i sit-in e le proteste del Movimento Islamico nei territori occupati nel 1948 hanno protetto i luoghi sacri dalle violazioni e dall’ebraicizzazione. 

Durante un’intervista esclusiva concessa al PIC, egli ha affermato che “Il Movimento Islamico, anche attraverso la Fondazione per la Difesa del Patrimonio Religioso e dei Santuari Islamici, è stato in grado di recuperare molte moschee e cimiteri, restaurandoli e proteggendoli dall’ebraicizzazione, come ad esempio la moschea Hassan Bek che si trova alla periferia di Tel Aviv, e le moschee al-Ajami e Sea che sono a Jaffa, e la moschea di Tiberias e Bisan. Fino ad ora gli israeliani sono determinati nel continuare la giudaizzazione della moschea di Beersheba, sebbene sia una moschea islamica, e nonostante sia stata riportata per oltre 110 anni nei registri del Waqf islamico. 

Sheikh Jumaa Al-Qassasi, uno dei leader del Movimento Islamico nel Negev, ha dichiarato al PIC: “Proteggeremo le nostre moschee e luoghi religiosi in ogni modo e con coraggio. Il Movimento Islamico ha portato avanti centinaia di attività pubbliche, legali e politiche per proteggere i luoghi islamici dall’ebraicizzazione. Molti dei nostri leader sono stati arrestati, ma ciò non ci impedirà di continuare a difendere i nostri luoghi e siti religiosi”. 

Egli ha inoltre aggiunto “Noi, nel Negev, stiamo lavorando sodo per proteggere le nostre moschee e la Grande Moschea di Beersheba. Lavoriamo duramente per recuperarla ed usarla nuovamente per la preghiera. Nonostante l’occupazione e molte sentenze dei tribunali che la classificano come museo, noi non ci arrenderemo”.

Ibrahim Sarsour, un ex-deputato del Movimento Islamico al Knesset, ha dichiarato al PIC che la decisione delle autorità israeliane di chiudere le moschee e di ebraicizzarle è un atto razzista e viola il diritto e le norme internazionali.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

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