La Israel Lobby. Di Stephen Walt e John J. Mearsheimer

Quell'assegno in bianco firmato «Israel lobby»
Parla il professor Walt: il disastro mediorientale frutto delle pressioni di una potente lobby filo israeliana che condiziona la politica estera Usa
Michelangelo Cocco

 

 

Un gruppo di pressione tipico del sistema americano, ma capace d'influenzare la politica statunitense in senso contrario agli interessi di Washington, favorendo un appoggio incondizionato a Tel Aviv, sulla base di considerazioni strategiche e morali ormai inesistenti. La «Israel lobby» descritta nell'omonimo libro (pubblicato in Italia da Mondadori, pp. 442, euro 18,50) di Stephen Walt e John J. Mearsheimer – rispettivamente docenti di relazioni internazionali presso l'università di Harvard e di scienza della politica a Chicago – ha suscitato un acceso dibattito negli Stati Uniti, che i due autori stanno girando in lungo e largo per presentare il loro lavoro. Abbiamo raggiunto il professor Walt nel suo studio di Harvard, da dove ha risposto alle domande del manifesto.

Professor Walt, cos'è esattamente quella che avete battezzato «Israel lobby»?
Un gruppo di pressione come molti altri nel sistema politico americano, dove i cittadini possono associarsi per far avanzare una causa politica o difendere un interesse particolare. La National rifle association s'oppone alla regolamentazione della vendita di armi, le compagnie petrolifere spingono sul Congresso per ottenere politiche energetiche a loro favorevoli. La Israel lobby è una coalizione di individui e organizzazioni che mirano a incoraggiare un sostegno incondizionato per Israele da parte degli Stati Uniti. Alcuni di questi gruppi sono costituiti prevalentemente da ebrei americani, altri no.

Descrivete una lobby capace d'influenzare la politica estera degli Stati Uniti. Da dove deriverebbe tutto questo potere?
Prendiamo ad esempio l'Aipac (American-israel public affairs committee), una delle organizzazioni più importanti all'interno della lobby. Lavora principalmente sul Congresso, cercando di convincere i parlamentari a sostenere le sue posizioni. Lo fa con successo, anche perché riesce a dirigere le campagne di raccolta fondi di diversi candidati: dispone di fondi ingenti con cui finanzia candidati che ritiene pro-israeliani. Si tratta di un tratto tipico del sistema americano: i soldi sono qualcosa di molto importante nelle elezioni. La seconda fonte d'influenza deriva dal tentativo di definire o influenzare il modo in cui Israele è descritto dai media statunitensi: ci sono scrittori, giornalisti e centri studio che lavorano costantemente per diffondere un'immagine molto favorevole d'Israele e molto negativa di qualsiasi suo oppositore. Infine alcuni di questi gruppi si dedicano ad attaccare – spesso ricorrendo all'accusa di antisemitismo – chiunque sia critico della politica israeliana o dell'appoggio statunitense a Israele.

Sostenete che Israele non rappresenti più una risorsa strategica per gli Usa e che anche il fattore morale per il sostegno allo Stato ebraico sia venuto meno.
L'appoggio incondizionato a Israele viene giustificato dichiarandolo di importanza strategica per gli Stati Uniti o sostenendo che si tratta di una democrazia che condivide i nostri stessi valori e si comporta molto meglio di altri stati. Noi riteniamo che, se anche può essere stato una risorsa strategica durante la Guerra fredda, ora Israele sia diventato un peso per gli Stati Uniti. Dare a Israele tutto questo appoggio, e darglielo in maniera incondizionata, rende gli Stati Uniti molto meno popolari in Medio Oriente. Nello stesso tempo crediamo che ci sia un forte obbligo morale per l'esistenza dello Stato d'Israele, ma che nulla ci obblighi a dare aiuto incondizionato a Israele. Anzitutto a causa del trattamento che Israele riserva ai palestinesi e la continua colonizzazione della Cisgiordania.

Avete indicato il 1967 e gli anni '70 come momento di svolta: in quel periodo l'appoggio di Washington a Tel Aviv sarebbe diventato incondizionato.
Dopo il 1967 i presidenti americani, specialmente Nixon, arrivarono alla conclusione che Israele sarebbe stato un alleato molto importante nel combattere l'influenza sovietica in Medio Oriente. Nixon e Kissinger iniziarono ad aumentare in maniera drammatica gli aiuti a Israele, che prima del 1967 erano stati piuttosto modesti. Inoltre le organizzazioni chiave della «Israel lobby» in quell'epoca divennero più influenti all'interno del sistema politico statunitense e per i presidenti americani divenne sempre più difficile fare pressione su Israele. L'unico modo per avere più influenza fu quello di «corromperli» con aiuti economici e militari sempre maggiori.

In che direzione la «Israel lobby» potrà influenzare la politica estera Usa prima dello scadere del mandato del presidente Bush?
Ci sono differenti agende all'interno della lobby. Tuttavia i gruppi più potenti, come l'Aipac o sionisti cristiani come Christians united for Israel (Cufi), la Conference of presidents of major jewish american organizations tendono ad essere oltranzisti e continueranno a premere per almeno tre obiettivi principali. Primo: vogliono che gli Usa continuino a dare ingenti aiuti economici e militari a Israele. Secondo: che gli Usa restino in Iraq, anche se la guerra è diventata impopolare tra gli americani, anche gli ebrei americani. Terzo: alcuni gruppi chiave nella lobby, specialmente i neoconservatori, rappresentano la voce più forte tra quelle che chiedono agli Stati Uniti di andare allo scontro, anche militare, con l'Iran.

Non tutti gli ebrei americani appoggiano quella che voi chiamate «Israel lobby». Perché fa notizia solo la voce di quest'ultima?
È un punto molto importante: non abbiamo mai usato il termine «lobby ebraica», ma «Israel lobby», una coalizione definita non dall'etnia o dalla religione, ma da un programma politico. I sondaggi mostrano che un terzo degli ebrei americani non s'interessa più di tanto a Israele e molti altri non appoggiano la linea per cui si batte la Israel lobby. Questo è tipico della politica dei gruppi d'interesse: le persone che sono più impegnate, più determinate, che dedicano più attenzione e soldi a un problema particolare sono spesso quelle più estremiste. Le organizzazioni della Israel lobby sono più conservatrici della media degli americani e degli ebrei americani.

Come si sta muovendo la «Israel lobby» in vista dell'incontro sul Medio Oriente che dovrebbe tenersi negli Usa a novembre?
Alcuni tra i gruppi più estremisti stanno già facendo sentire con forza la loro voce: Israele non deve fare alcuna concessione. Quelli più moderati sperano che si possa fare qualche progresso verso qualche forma di accordo di pace. Ma non conosco nessuno che sia ottimista nei confronti di quest'incontro. Una svolta è davvero improbabile. Alcuni gruppi all'interno della lobby sono fortemente a favore della soluzione dei due stati, anche se non si battono affinché gli usa facciano pressione su Israele. Vogliono che gli Usa aiutino, ma non che facciano pressione. Altri gruppi principali, come l'Aipac, non vogliono la soluzione dei due stati ma solo continuare ad avere l'appoggio degli Usa.

Avete avuto problemi dopo la pubblicazione del vostro studio?
Sì, come l'ex presidente Jimmy Carter che l'anno scorso ha scritto un libro critico della politica israeliana nei Territori occupati, siamo stati bollati come antisemiti, anche se non esiste assolutamente alcun fondamento per quest'accusa. È solo una tattica utilizzata per tentare di screditarci.

Su quali fonti vi siete basati?
Libri, articoli, molti giornali, sia statunitensi sia israeliani, interviste che abbiamo fatto a un gran numero di politici, testimonianze di persone che hanno lavorato in organizzazioni della Israel lobby.

Carter ha usato nel titolo del suo testo la parola «apartheid», voi «Israel lobby». Dopo la pubblicazione di questi due libri negli Usa sta nascendo un dibattito?
È troppo presto per capirlo, ma ci sono segnali che, almeno la discussione sui mass media, si sta facendo un po' più aperta. Assieme a Carter abbiamo aperto uno spiraglio, ma il cambiamento andrà verificato tra i politici, che sono ancora sensibili alle conseguenze che possono derivare dal contrastare gruppi come l'Aipac. Abbiamo fatto insomma un progresso nella discussione, ma per cambiare le politiche bisognerà ancora aspettare.

Sarà possibile riequilibrare il rapporto tra Israele e Usa?
Gli Stati Uniti dovrebbero trattare Israele come qualsiasi altra democrazia: appoggiarlo quando fa qualcosa con cui siamo d'accordo, opporsi alle sue politiche quando opera contro i nostri interessi. Per arrivare a questo bisogna intervenire sull'influenza politica della lobby, perché è la lobby che vuole che gli Stati Uniti trattino Israele come un paese speciale. È molto difficile che questo cambiamento possa prodursi rapidamente, ma speriamo che il nostro libro incoraggi una discussione più aperta su questo argomento che finora era tabù, nessuno voleva parlare apertamente. Inoltre speriamo di spingere alcune organizzazioni all'interno della lobby a ripensare le loro posizioni, perché si tratta di politiche che non giovano né agli Stati Uniti né a Israele. La colonizzazione della Cisgiordania non giova a Israele, l'invasione dell'Iraq – che la lobby ha sostenuto attivamente – non giova a Israele, il comportamento di Israele in Libano, nell'estate 2006, non giova a Israele. Una «Israel lobby» potente sarà una buona cosa, se si batterà per politiche giuste.
il manifesto del 06 Ottobre 2007 pagina 11

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