La pauperizzazione della Palestina.

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Sonja Karkar, The Electronic Intifada, October 21, 2008

La pauperizzazione della Palestina  

L’indegna fine del mandato di Ehud Olmert come primo ministro d’Israele vedrà la continuazione dei colloqui di pace con l’Autorità Nazionale Palestinese anche con il nuovo leader, Tzipni Livni.

Per il nuovo ministro israeliano saranno tempi duri.

Il movimento illegale delle colonie ha sempre avuto il sostegno di tutte le amministrazioni israeliane, i vertici si sono rinnovati e i leader di destra si oppongono fortemente ai negoziati ‘terra contro pace’.

Con tutta probabilità vedremo una Livni mettere in atto le medesime tattiche tipiche della  situazione di stallo che finora ha permesso la sottrazione di terra palestinese a favore del sogno sionista della Grande Israele.

Dopo tutto, la stessa Livni è cresciuta coltivando proprio quel sogno.

Questo vorrebbe dire il fallimento non solo politico, ma pure economico di quindici anni di processo di pace. 

Gli accordi di pace di Oslo del 1993 avrebbero dovuto ridare ai palestinesi la libertà politica e l’indipendenza economica che spettava loro di diritto.

Da allora, alla società palestinese sono state fatte promesse, menzogne e provocazioni senza alcun beneficio o riconoscimento per le dolorose concessioni a cui era stata costretta. 

Molto è stato fatto sin dalle promesse di Oslo quando, di fatto il vero momento storico di pace si realizzò con l’accettazione da parte del presidente dell’OLP della risoluzione dei due stati, emessa dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1988, riconoscendo in tal modo, a nome del suo popolo, il diritto di Israele ad esistere sul 78% della terra rubata ai palestinesi.

Si trattava di un grande opportunità che Israele avrebbe dovuto afferrare con entrambe le mani. Israele invece non avrebbe mai rinunciato al proprio sogno di accaparrarsi l’intera terra, cosicché gli accordi di Oslo, come pure i successivi e rinnovati accordi di pace hanno, prodotto solo un rispetto formale alle aspirazioni palestinesi mentre Israele ha portato avanti i suoi obiettivi in violazione della legge internazionale.

Sono stati gli onnipotenti interessi israeliani e non l’intransigenza di ‘Arafat o il terrorismo palestinese a causare il fallimento di Oslo.

Sin dall’inizio, Israele e la Banca Mondiale hanno violato le clausole economiche degli accordi che richiedevano lo sviluppo e la ripresa dalle circostanze disastrose vissute dai palestinesi a causa degli attacchi dell’esercito israeliano e dell’occupazione nei decenni precedenti.

Come ha affermato la studiosa di economia politica, la dott.ssa Sara Roy: “Decenni di espropriazione e de-istituzionalizzazione hanno privato la Palestina del suo potenziale sviluppo così da non rendere possibile l’emersione di nessuna economia reale (e dunque nemmeno nessuna struttura politica)” (Sara Roy, A Dubai on the Mediterranean”, London Review of Book, 3 November 2005).

Un’economia reale è essenziale per il funzionamento di uno stato palestinese indipendente. 

Senza nemmeno rendere possibile un avvio dei programmi di sviluppo economico, l’infrastruttura di base che fu costituita divenne nient’altro che un ‘contentino’, mentre la costruzione di un casinò a Gerico ha avuto precedenza sugli essenziali porto, strade e canali.

Coloro che furono coinvolti nel corrotto progetto del casinò provengono dalla realtà politica israeliana – il premier Ehud Olmert, il suo predecessore Benjamin Netanyahu e Ariel Sharon, il ministro Avigdor Lieberman e il consigliere di Sharon Dov Weissglas insieme ad un uomo d’affari, loro correligionario, Martin Schlaff, attualmente indagato per aver passato milioni di dollari in tangenti a Lieberman e Sharon. 

Nell’ambito degli accordi di Oslo, la fase “Gaza and Gerico First” fu una grande opportunità per magnati del gioco d’azzardo per poter raggirare questa attività illegale per lo stato israeliano.

Il casinò ha incassato milioni di dollari al giorno per mezzo di israeliani che affluivano nella Gerico occupata per il solo gusto di una partita mentre, molti palestinesi riuscivano appena ad avere  un pasto sulla propria tavola.

Quando l’aereoporto e il porto di Gaza furono finalmente realizzati grazie agli sforzi dell’Unione Europea, con strade, acquedotti e stazioni televisive, Israele non ha atteso di citare ragioni di sicurezza per distruggerli.

Si stima che la distruzione delle infrastrutture palestinesi ammonti a circa 3,5 miliardi di dollari mentre le perdite delle potenziali entrate economiche circa 6,4 miliardi di dollari e la perdita totale eccede l’assistenza globale ricevuta dal 1994 al 1999 (UN General Assembly, Report of the Secretary General A/60/90, (d) Assistance to the Palestinian People – Mr Mansour (palestine), 14 November 2005).  

La deliberata pauperizzazione dell’economia palestinese è stata inoltre aggravata dalle chiusure punitive sull’intera popolazione.

Un complesso sistema di checkpoint e blocchi stradali ha seriamente ristretto il movimento dei palestinesi, impedendo loro di recarsi all’interno di Israele per lavorare.

I dati sulla disoccupazione vanno dal 7% del periodo prevedente il 1993 al 25% (Cisgiordania) e 38% (Gaza) dei primi quattro mesi del 1996 (Leila Farsakh, Trans-Arab research Institute factsheet n° 4. “The Palestinian Economy and the Oslo Peace Process”).

Ciò che non si conosce a sufficienza è che, nei passati 30 anni, Israele ha creato un’economia palestinese fortemente dipendente e questa situazione fa sì che le chiusure imposte siano state più devastanti di qualunque altro fenomeno.  

Con gli standard di vita precipitati e la destituzione della società palestinese ad ogni livello, i palestinesi hanno reagito rabbiosamente.

Sottoposti a continue provocazioni i gruppi minoritari e gli individui traumatizzati compiono gran parte dei reati utilizzando armi artigianali.

Tra queste provocazioni si ricorda l’attacco terroristico che provocò la morte di 29 fedeli palestinesi nella moschea di Hebron, compiuto dall’estremista di destra Baruch Goldstein, oggi venerato dal suo movimento di coloni, il Kach. 

Nonostante tutto, Israele ha sempre sferrato rappresaglie contro l’intera popolazione palestinese – almeno la metà aveva 15 anni – usando il suo potente arsenale militare in violazione della legge internazionale che proibisce l’uso di punizioni collettive.

L’opinione pubblica internazionale resta non reagisce di fronte agli sforzi della resistenza non violenta dei palestinesi attraverso il quotidiano lavoro di gruppi della comunità tra città e villaggi in tutta la Cisgiordania.

Al contrario il pubblico resta concentro sugli attacchi di palestinesi armati e quegli suicidi senza alcuna considerazione per la disintegrazione della società palestinese costretta a sottostare all’umiliante controllo israeliano e agli abusi dei diritti umani. 

A partire dal 2000 in palestinesi sono stati sottoposti ad una pressione fortissima, in particolar modo dopo che il loro presidente ‘Arafat veniva deriso per essersi rifiutato di negoziare la “pace” lasciando il premier israeliano Barak, tanto lodato a Camp David per le sue “generose” concessioni.

Le trattative su Gerusalemme e sul diritto al ritorno non furono le uniche motivazioni e Barak lo sapeva.

Pur di guadagnare consenso per le sue ambizioni politiche, Barak è stato abile  nel persuadere l’opinione pubblica che ‘Arafat avesse pianificato una seconda Intifada palestinese durante i negoziati e, tramite il ritorno di milioni di profughi, avesse chiesto la distruzione di Israele.

Ricercatori israeliani hanno dimostrato quanto i vertici dell’intelligence israeliana e lo Shin Bet (servizi di sicurezza) hanno smentito, ossia l’inesistenza di un simile piano e come l’opinione pubblica israeliana – fino ad allora pronta a concessioni territoriali anche in periodi di violenza – sia stata manipolata da Barak che presentò la realtà come se palestinesi avessero scelto il terrore anziché la pace per raggiungere i loro obiettivi ( vedi Henry Siegman, “Sharon and the future of Palestine”, The New York Review of Books, 2 December 2004). 

Contemporaneamente, nonostante gli accordi di Oslo proibissero “ogni mutamento nello status della Cisgiordania”, Israele ha potenziato l’espansione delle colonie nei Territori Palestinesi Occupati.

Nel corso degli ultimi 15 anni, tutti i governi israeliani che si sono succeduti, hanno proseguito la costruzione di queste abitazioni illegali destinate alle onde di coloni ebrei provenienti dall’estero mentre i palestinesi vengono stretti in zone aride dando vita ad una serie di Bantustan, disconnessi tra loro, molto simili all’apartheid del Sud Africa.

Nonostante la presenza di strade destinate esclusivamente ai coloni e muri, barriere elettriche e zone militari separino le due popolazioni, Israele presenta questi moderni complessi abitativi come sviluppi “normali”.

In realtà il tutto forza i palestinesi in un sistema di totale dipendenza sotto il completo controllo israeliano su frontiere e spazio aereo, acque territoriali di Gaza e l’80% delle risorse idriche. 

Impossibilitati nel produrre o nel competere con l’economia israeliana, i palestinesi, sono diventati consumatori forzati e il tutto è perpetuato dall’aiuto estero.

Effettivamente i donatori internazionali pagano il conto, mentre le compagnie israeliane traggono profitto dal disperato bisogno di un intero popolo sotto occupazione israeliana.

L’aiuto estero non ha fatto nulla per risollevare l’economia ma ha soltanto fatto dei palestinesi uno dei popoli al mondo maggiormente dipendenti dagli aiuti.

In base all’ultimo rapporto rilasciato dalla Banca Mondiale, “aiuti e riforme non potranno far rinascere l’economia palestinese se contemporaneamente Israele non rimuoverà le restrizioni economiche” (World Bank, “Palestinian Economic Prospects: Aid, Access and Reform”, 22 Septmeber 2008).

Anche se questo avvenisse, con il 98% dell’economia di Gaza inattiva a causa delle sanzioni punitive imposte da Israele, la Banca Mondiale sostiene che rimozioni di simili restrizioni non porterebbero ad una ripresa economica nel breve periodo.

La portata della distruzione sociale è dimostrabile dal fatto che 1,4 milione di palestinesi vive tra reti fognarie insufficienti, acque contaminate da rifiuti, cibo razionato, senza alcun elettricità e carburante, con una struttura stradale, scuole e ospedali, sistema di trasporti e altri servizi municipali di ordinaria amministrazione fatiscenti.

Un simile stallo economico porta sistematicamente ad una crisi umanitaria senza precedenti con gravi conseguenze politiche. 

Oggi Israele cita il problema demografico che si trova ad affrontare con la popolazione palestinese in crescita rispetto a quella israeliana. Questo è uno dei tanti problemi che Israele potrebbe dover affrontare un domani se solo non proseguisse in modo determinato i suoi tentativi e le proprie ambizioni coloniali della una Grande Israele.

Non siamo lontani dall’assistere alla chiusura di 4 milioni di palestinesi in riserve e questo sarà un problema di controllo per Israele  e di sopportazione per i palestinesi.

La parola apartheid si profila minacciosamente

Se dovessero avere inizio paragoni con l’apartheid del Sud-Africa, Israele giungerà a giustificare la sua esistenza esclusivamente come stato ebraico governato da un nuovo corpo di norme.

In tal caso, normalizzare la sua attuale posizione e intraprendere colloqui di pace sarebbero requisito minimo.

Una volta schiacciati economicamente i palestinesi  avranno poche scelte a loro disposizione: lavoro forzato nell’industria delle costruzioni o il trasferimento, se solo sopravviveranno.

Nel tempo, i palestinesi svaniranno semplicemente nell’etere come se non fossero mai esistiti.

Questa è la verità che si tace ed è la storia che l’opinione pubblica ha bisogno di sentire. 

Sonja Karkar è fondatrice e presidente di Women of Palestine e tra i fondatori e coordinatori di Australian for Palestine di Melbourne, Australia.

(Traduzione per Infopal di Elisa Gennaro)

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