La raccolta fondi per il terrorista israeliano rivela un razzismo anti-palestinese fortemente radicato

Amiram Ben-Uliel, un estremista ebreo condannato per l'omicidio incendiario della Duma, parla a sua moglie da dietro un pannello di vetro durante un'udienza di condanna presso il tribunale distrettuale centrale della città centrale di Israele di Lod il 9 giugno 2020 [MENAHEM KAHANA / AFP via Getty Immagini]MEMO. Di Robert Andrews. Il fortemente radicato razzismo anti-palestinese è endemico in ampie fasce della società israeliana. È stato dimostrato ancora una volta la settimana scorsa con la campagna per una raccolta fondi che ha raggiunto 1,38 milioni di NIS (equivalenti a 310.000 sterline) in soli cinque giorni, per il finanziamento destinato al ricorso in appello di Amiram Ben Uliel, il terrorista israeliano che ha ricevuto tre ergastoli per aver ucciso, cinque anni fa,tre componenti della famiglia palestinese Dawabsheh. Il 31 luglio del 2015, l’attacco incendiario di Ben Uliel uccise il bambino di 18 mesi Ali Dawabsheh ed i suoi genitori Saad e Riham. Ahmed Dawabseh, l’unico sopravvissuto all’aggressione che aveva solo cinque anni all’epoca, subì ustioni di secondo e terzo grado su oltre il 60 percento del corpo.

La raccolta fondi razzista, organizzata dalla moglie di Ben Uliel, Orian, e dal gruppo di assistenza legale dell’estrema destra Honenu, dopo la sentenza emessa lunedì scorso, in soli cinque giorni ha oltrepassato gli obiettivi prefissati. Ad oggi, la campagna ha ricevuto denaro da oltre 4.900 donatori ed è stata appoggiata da numerose personalità di spicco israeliane, tra cui più di una ventina di rabbini provenienti da tutto il panorama religioso nazionale, e il figlio maggiore del primo ministro Benjamin Netanyahu, Yair.

“In preparazione per il ricorso alla Corte Suprema si sta costituendo una squadra di avvocati della difesa di prim’ordine, ad un costo particolarmente elevato” hanno scritto i rabbini in una dichiarazione congiunta sollecitando il rilascio di Ben Uliel. “Chiediamo ai cittadini di contribuire generosamente [a questa campagna di raccolta fondi], ognuno secondo le proprie capacità individuali, per questa campagna salvavita”.

In un’altra dichiarazione, il rabbino Elyakim Levanon, rabbino capo dello Shomron, e il capo di Elon Moreh Yeshiva hanno fatto notare che “Tutti gli Am Yisrael sono in crisi. Chiedo a tutti di unirsi alla campagna per far scarcerare quest’uomo innocente e per liberarlo da ogni accusa colpevolezza, sia con preghiere su Rosh HaShana che con contributi sostanziali”.

La dichiarazione congiunta dei rabbini ed il sostegno così palese da parte degli israeliani al ricorso in appello di Ben Uliel perché vada a buon fine, rivela un’ondata crescente di sentimento anti-palestinese all’interno della società israeliana che considera degli eroi coloro che attaccano ed uccidono i Palestinesi. Il video, diventato virale sui social media, che mostra alcune decine di israeliani ballare per celebrare la notizia della morte di Alí Dawabsheh dimostra l’euforia con la quale tali notizie vengono accolte in Israele.

Più recentemente un militare israeliano ha colpito alla testa il Palestinese Abdel Fattah Al-Sharif mentre era steso a terra ferito e disarmato. Elor Azaria è stato rilasciato nel maggio del 2018 dopo aver trascorso in carcere soltanto 9 mesi, sui 18 previsti dalla sentenza per omicidio colposo. Azaria ha giustiziato Al-Sharif 11 minuti dopo che era stato colpito cadendo a terra; inizialmente il militare era stato accusato di omicidio, per poi lasciar cadere ben presto l’accusa da parte della polizia militare israeliana.

Non sorprende che la condanna di Azaria per omicidio colposo abbia causato tumulti in Israele e abbia portato una variegata serie di leader sociali e politici ad esprimere totale solidarietà nei suoi confronti e a chiederne la grazia. Secondo il membro della Knesset Yifat Shasha-Biton, l’intero caso é stato “fondamentalmente distorto” sin dall’inizio, mentre Netanyahu, dopo aver appreso della condanna di Azaria, ha osservato che é stata “una giornata difficile e dolorosa per tutti noi”. Le proteste di massa che chiedevano il rilascio di Azaria si sono svolte in tutto Israele; secondo le stime della polizia, ben 5mila persone si sono radunate in piazza Rabin a Tel Aviv, cantando “morte agli arabi”.

Da quando è stato rilasciato dal carcere nel 2018, Azaria è diventato una celebrità in Israele, ricevendo ampio sostegno popolare e persino pagato per apparire nelle pubblicità della campagna politica del Likud nel 2019 insieme al viceministro della protezione ambientale Yaron Mazuz. La crescente fama di Azaria arriva sullo sfondo di un sistema giudiziario in cui, ad esempio, l’allora diciassettenne Palestinese Ahed Tamimi fu tenuta in una prigione militare per otto mesi per aver schiaffeggiato un soldato israeliano dopo che suo cugino era stato colpito alla testa con un proiettile di gomma, mentre l’omicidio a sangue freddo dei Palestinesi ottiene condanne al carcere minime o, in molti casi, del tutto assenti. “Senza le immagini che sono divenute virali nel paese e in tutto il mondo…”, ha scritto Allison Kaplan Sommer su Haaretz, “nessuno avrebbe conosciuto il suo nome [di Azaria]”. 

L’accusa di razzismo prevalente all’interno della società israeliana, dimostrata dai diffusi appelli a rilasciare l’assassino della famiglia Dawabsheh e dalla mancanza totale di responsabilità concessa ai soldati che uccidono i Palestinesi, probabilmente sorprenderà coloro che si preoccupano ancora del mito di un Israele democratico ed egualitario. Serve come campanello d’allarme che costringe le persone pensanti a confrontarsi con la realtà della società israeliana del 2020, che è così diversa dall’immagine promossa dai suoi apologeti. Lontano dal patto sociale stabilito nella sua dichiarazione di fondazione, Israele è diventato un luogo in cui anche il condannato assassino di un bambino di 18 mesi e dei suoi genitori viene difeso con veemenza e sostenuto finanziariamente sia pubblicamente che, con eterna disgrazia di Israele, con toni entusiastici.

(Nella foto: Amiram Ben-Uliel, l’estremista ebreo condannato per l’attacco omicida incendiario di Duma, parla a sua moglie da dietro un pannello di vetro durante un’udienza presso il tribunale distrettuale centrale della città israeliana di Lod, il 9 giugno 2020 [MENAHEM KAHANA/AFP via Getty Immagini]).

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

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