La strategia fallimentare dell’ANP con la nuova amministrazione Biden

E.I Di Omar Karmi. La notizia della decisione dell’Autorità palestinese di riprendere gli accordi di coordinamento con Israele, dopo sei mesi di sospensione, non è una sorpresa inaspettata. A ciò si aggiunge anche il regalo di benvenuto fatto a Biden, il presidente americano da poco eletto, che rivela ancora una volta la carenza di strategia del leader dell’Autorità Palestinese (ANP).

La decisione, presa a maggio, di sospendere il coordinamento della sicurezza con Israele è avvenuta a causa della minaccia formale di Tel Aviv di annettere il 30% dei Territori occupati della Cisgiordania.

Ma sin dall’inizio, i dirigenti palestinesi hanno ammesso che la protesta era più simbolica che pratica. Formalmente, il coordinamento tra le forze di sicurezza palestinesi e quelle militari di Israele era sospeso, ma le forze di sicurezza palestinesi si comportavano come se lo stesso fosse ancora in vigore.

In altre parole, nell’unico settore a cui Israele è interessato – la sicurezza – l’Autorità palestinese ha subito ceduto. Il resto era di facciata, ed è stato per giunta autolesivo.

Si è trattato di una mera un’ostentazione poiché con l’assenza del coordinamento qualsiasi altra mossa si è rivelata inutile, indirizzata più che altro al pubblico palestinese, così da poter dire “guardate, stiamo facendo qualcosa”, piuttosto che per portare del reale cambiamento.

È stata una scelta dannosa per la Palestina perché non ha avuto esiti positivi, se non quello di dover fare a meno delle entrate fiscali che Israele raccoglie per conto dell’ANP.

E siccome la sospensione è avvenuta durante una pandemia globale, ha avuto gravi conseguenze soprattutto su Gaza. La popolazione, già di fatto incarcerata dal blocco di Israele, non aveva quasi alcuna possibilità di lasciare il territorio per ricevere cure mediche. Con il settore sanitario sul punto di collassare, come diretto risultato delle sanzioni e dell’assedio di Israele, la sospensione del coordinamento ha causato danni e sofferenze indicibili.

Il coordinamento sulla sicurezza tra ANP-Israele è, di fatto, un meccanismo attraverso il quale Israele impone il regime di permessi sui Territori palestinesi occupati, in particolar modo nell’isolata Striscia di Gaza. Come potenza occupante Israele dovrebbe provvedere ai servizi di welfare della popolazione sotto occupazione, qualsiasi sia lo status del coordinamento di sicurezza.

Una gloriosa vittoria.

Si potrebbe ora affermare – così come potrebbero fare gli EAU e il Bahrain – che la missione è stata compiuta; il pericolo di un’annessione formale è stato scongiurato e non c’è più bisogno di sospendere il coordinamento della sicurezza, a maggior ragione se tale sospensione è dannosa per la Palestina.

Non ci sarebbero obiezioni da fare se solo due cose fossero successe:

La prima, se l’assenza del coordinamento tra Palestina e Israele avesse, in qualche modo, creato degli inconvenienti a Israele, tanto da farlo desistere dal progetto di annessione dei Territori occupati.

La seconda, se Israele avesse effettivamente abbandonato l’idea dell’annessione.

È vero che Israele ha accantonato, per il momento, il piano di annettere ufficialmente i Territori occupati (di fatto ha già formalmente annesso le alture del Golan e Gerusalemme est) ma ha continuato a costruire insediamenti ed ogni insediamento costruito è un’annessione de facto. Israele non sta facendo trasferire su quei territori degli israeliani per poi evacuare l’area per dare vita ad uno stato palestinese.

Quindi, la sospensione del coordinamento con Israele non è servita a nulla. Ciò, però, non ha impedito agli alti funzionari dell’ANP di affermare che la ripresa del coordinamento è una “vittoria” per il popolo palestinese.

Sicuramente si tratta di sarcasmo.

Ci sono due ragioni per cui l’ANP ha ripreso il coordinamento, e nessuno dei due ha nulla a che fare con un successo diplomatico.

La prima è la stretta finanziaria. La seconda sono le elezioni presidenziali americane. L’ANP è ansiosa di presentare all’amministrazione del nuovo (presunto) presidente Biden, una situazione nuova e positiva.

Ma in questo modo non farà altro che ripristinare i rapporti e gli accordi delle legislazioni precedenti a quella di Trump, che non sono serviti ai palestinesi e che hanno fatto solo gli interessi degli israeliani negli ultimi decenni.

Ancora, ancora e ancora.

Tra i primi obbiettivi dell’ANP c’è la volontà di ristabilire relazioni diplomatiche con gli EAU e il Bahrain, nonostante il “tradimento” avvenuto attraverso la normalizzazione delle relazioni con Israele.

Altro obbiettivo è quello di assicurarsi che la missione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina a Washington riapra e che le relazioni con gli Stati Uniti riprendano.

Questo sembra essere il momento adatto per strappare qualche concessione da un’amministrazione in entrata desiderosa di prendere le distanze da quella in uscita.

Una, tra le possibili concessioni, è già fuori discussione. Biden ha affermato tempo fa che non avrebbe rimosso l’ambasciata da Gerusalemme.

Tuttavia, la Palestina potrebbero chiedere che gli Stati Uniti chiarifichino la loro posizione su Gerusalemme est, in quanto territorio occupato, e sugli insediamenti israeliani – illegali secondo quanto previsto dalle leggi internazionali.

Queste, infatti, non sono posizioni controverse a livello internazionale.

Purtroppo, però, da molti anni gli Stati Uniti hanno gradualmente ammorbidito le loro posizioni sugli insediamenti israeliani, raggiungendo il punto più basso durante l’amministrazione Trump che li ha definiti come “non…incoerenti” con il diritto internazionale. Ciò potrebbe consentire a Biden l’opportunità di prendere le distanze da Trump.

Ma Biden è profondamente radicato nella cultura pro-Israele di Washington e, in ogni caso, a prescindere da quale partito controlli il Congresso degli Stati Uniti, il neopresidente incontrerà sempre forti ostilità quando si tratta di Israele. Qualsiasi concessione sarà difficile da ottenere. L’autorità palestinese sarà costretta, ancora una volta a resistere, quando la Casa Bianca gli strizzerà l’occhio. Non c’è da aspettarsi alcuna vera richiesta dell’ANP agli Stati Uniti o a Israele quando l’amministrazione Biden chiamerà. Al contrario, se e quando l’amministrazione Biden inviterà l’OLP a Washington, la leadership palestinese perderà solo tempo.

Di conseguenza, aspettatevi di vedere gli sforzi di unità e ogni discussione sulle elezioni con Hamas messi a tacere, poiché l’ANP cercherà di evitare in qualsiasi modo di mettere in imbarazzo il presidente Biden.

Il leader dell’ANP, Mahmoud Abbas, potrebbe chiedere un processo di pace diverso, guidato da una combinazione di attori internazionali piuttosto che dai soli Stati Uniti, richiesta che ha spesso avanzato negli ultimi anni.

Ma ci vorranno grandi sforzi da parte dei funzionari della nuova amministrazione americana per convincere le controparti palestinesi ad accettare nuovamente i fondi statunitensi – per l’ANP, o per la UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che si prende cura dei rifugiati palestinesi – e per la riapertura della missione dell’OLP a Washington. Questioni che in realtà serviranno a tenere a bada ulteriori richieste dell’ANP.

Dopodiché, sarà solo questione di tempo prima che i palestinesi possano celebrare un’altra “vittoria” diplomatica: il ritorno alla situazione precedente al governo Trump. Scenario per nulla favorevole per i palestinesi.

In assenza di un cambiamento di strategia da parte della leadership dell’OLP, stiamo per assistere allo stesso disastro del processo di pace.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio.

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