La tragica situazione delle famiglie di Gaza durante il Ramadan

Gaza-PIC. Una donna si copre il volto davanti alla gente, si volta a destra e sinistra in attesa che il negozio di pollame vicino a casa sua, a Gaza, si svuoti dai clienti, quindi si avvicina velocemente alla spazzatura rimasta a terra alla ricerca di qualche zampa di pollo che le serve per preparare un pasto ai suoi figli che stanno digiunando. Non mangiano carne da oltre un mese.

La donna, che si fa identificare solo con le iniziali, M.A., alla quale ci ha presentato uno dei funzionari del comitato di un quartiere di Gaza, mantiene i suoi quattro figli e suo marito che è malato e soffre di varie patologie. Vive in una casa in affitto per la quale, a volte, alcune persone benevole le pagano la pigione, il ché la espone al rischio di essere cacciata da casa in qualsiasi momento.

Tè con pane.

A.S., un impiegato pubblico, è scoppiato in lacrime quando è stato costretto ad elemosinare, ad un funzionario del comitato sociale, qualcosa da mangiare per la sua famiglia composta da 11 persone, giurandogli inoltre che fin dal primo giorno del mese di Ramadan stanno rompendo il digiuno con pane e tè senza zucchero. 

L’impiegato ha dichiarato a PIC che la situazione è peggiorata con i tagli agli stipendi, ed il suo salario era già insufficiente per soddisfare i bisogni basilari dei suoi familiari. 

Quando gli abbiamo chiesto cosa ha messo a tavola per rompere il digiuno dei suoi familiari, ha risposto con le lacrime che gli scendevano sulle guance: “Mangiano fagioli che ci vengono donati da persone benevole”. Poi ha continuato: “Mangiamo fagioli senza alcun altro aroma, come limoni, peperoni verdi, cipolle, visto che il prezzo di un chilo di limoni a Gaza è di cinque shekel”. 

Il funzionario del comitato sociale del quartiere si è rifiutato di darci il suo nome e anche di quello del quartiere, a causa delle frequenti chiamate e numerose richieste che non cessano di arrivare, non solo da parte degli abitanti poveri dell’area, ma anche dalle centinaia di impiegati che sono scesi sotto il limite della povertà. La loro percentuale è aumentata in modo vertiginoso nel quartiere da quando l’Autorità Palestinese ha iniziato a tagliare i salari degli impiegati pubblici di Gaza.

Condividere il poco che hanno.

La storia della famiglia di M.N. non è meglio di quella di tanti altri. Il buono alimentare che ha ricevuto, del valore di circa 50 shekel, datogli dal comitato sociale del quartiere, deve essere condiviso con due dei suoi fratelli sposati e con i genitori. 

Il funzionario del comitato sociale giura che un padre di famiglia lo ha chiamato prima del momento del suhor (l’ultimo pasto prima dell’inizio del digiuno) chiedendogli alcune pagnotte per sfamare i suoi figli. 

Il funzionario lamenta anche il fatto che molti commercianti o persone benestanti non forniscono più aiuto ai poveri come accadeva negli anni passati, non perché si rifiutino di aiutarli, ma perché la crisi ha colpito anche loro a tal punto che alcuni sono riusciti a vendere soltanto un decimo o anche meno rispetto a quel che erano soliti vendere durante il mese sacro di Ramadan. 

Ogni quartiere o zona della Striscia di Gaza somiglia a questo quartiere. Esperti di economia confermano che l’enclave costiera è entrata in una crisi economica senza precedenti, con l’80% delle persone che vive in povertà mentre oltre il 70% deve affidarsi agli aiuti.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

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