La vittoria di Hamas: uno scandalo a senso unico.

LA VITTORIA DI HAMAS: UNO SCANDALO A SENSO UNICO

 

di Francesco Pallante

 

 

La vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi ha confermato, ancora una volta, l’imprevedibilità della politica mediorientale. E’ facile dire, adesso, che in fondo lo si poteva immaginare: in realtà – forse anche per esorcizzare la possibilità che accadesse davvero – tutti erano pronti a registrare una forte affermazione del movimento islamico, ma nessuno aveva predetto l’ampia vittoria che si è poi verificata.

Molto più facile da prevedere era la reazione internazionale: «sgomento», «delusione», «preoccupazione», «pericolo», «paura», … sono state le parole maggiormente ricorrenti nelle dichiarazioni ufficiali delle cancellerie, non solo occidentali. «Ha vinto Hamas, ha perso la pace», ha titolato, il giorno dopo, qualche giornale. Di fronte a questo unanime coro, sembrerebbe persino pretestuoso interrogarsi sulle ragioni della levata di scudi; la motivazione è evidente: nello Statuto di Hamas – martellano da giorni inviati e opinionisti – è prevista la distruzione dello Stato di Israele. E con chi nega il diritto dell’avversario a esistere non si può certo trattare.

Ora, a prescindere da ogni considerazione circa il fatto che la pace si fa tra nemici, che non si può scegliere l’avversario che si preferisce, o che non è proprio democratico l’atteggiamento di chi prima pretende di imporre la democrazia e poi desidererebbe imporre anche i risultati delle elezioni, onestà intellettuale vorrebbe che nell’analisi politica si adottassero criteri di valutazione univoci, e non si procedesse a leggere fenomeni analoghi con occhiali diversi. Hamas è un movimento estremista e si propone obiettivi inaccettabili perché lesivi dei diritti elementari della controparte? Benissimo. Ma allora qualcuno dovrebbe essere così gentile da spiegare all’opinione pubblica perché, in tutti questi anni, nessuno si è mai posto il problema degli obiettivi, lesivi dei diritti elementari della controparte, contenuti nei programmi del Likud.

Non è difficile scovare su internet lo Statuto di Hamas (c’è persino in italiano: http://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm) e la Piattaforma del Likud (per precisione: sul sito della Knesset, all’indirizzo http://www.knesset.gov.il/elections/knesset15/elikud_m.htm, si trova quella della legislatura 1999-2003, non quella della legislatura in corso). Chi avrà voglia di andarsi a scaricare i due documenti troverà significative somiglianze tra le posizioni di Hamas e quelle del Likud in relazione al conflitto israelo-palestinese.

Sostiene Hamas: «Il Movimento di Resistenza Islamico […] si sforza di innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina». Replica il Likud: «Le comunità ebraiche in Giudea, Samaria e Gaza sono la realizzazione dei valori sionisti. La colonizzazione della terra è una chiara espressione dell’incontestabile diritto del popolo ebraico sulla Terra di Israele. […] Gerusalemme è la capitale eterna e unita dello Stato di Israele e solo di Israele. […] La Valle del Giordano e i territori che questa domina devono essere sotto sovranità israeliana. Il fiume Giordano sarà il confine permanente verso Est dello Stato di Israele». Naturalmente la «Palestina» di Hamas e la «Terra di Israele» del Likud indicano esattamente la stessa porzione di territorio: entrambi, quindi, rivendicano integralmente per sé quelli che oggi si potrebbero definire «Israele + Cisgiordania + Gaza», negando ogni diritto all’avversario. Ma c’è di più. Afferma Hamas: «All’ombra dell’islam, è possibile per i seguaci di tutte le religioni coesistere nella sicurezza: sicurezza per le loro vite, le loro proprietà e i loro diritti». Risponde il Likud: «Il governo di Israele rifiuta categoricamente la nascita di uno Stato arabo palestinese a Ovest del fiume Giordano. I Palestinesi possono condurre le loro vite liberamente nel contesto di un auto-governo, ma non come uno Stato indipendente e sovrano». Dunque Hamas propugna l’eliminazione di Israele, ma non degli israeliani, che sembrerebbe disposta a far «coesistere nella sicurezza» all’interno dell’auspicato Stato islamico di Palestina; speculare la posizione del Likud, che nega agli avversari il diritto di avere un proprio Stato, immaginando per loro un «auto-governo» all’interno dello Stato di Israele.

Ricapitolando: (a) sia Hamas sia il Likud pretendono esclusivamente per sé tutto il territorio oggetto di contesa; (b) sia Hamas sia il Likud negano agli avversari il diritto di costituire un proprio Stato sul territorio conteso; (c) sia Hamas sia il Likud sono disposti a tollerare la presenza degli avversari, immaginando per loro la concessione di una posizione di secondo piano (come minoranza religiosa, nella visione di Hamas; come popolo colonizzato che si autogoverna, nella visione del Likud). E allora: dove sta la differenza? Perché l’ascesa al governo di Hamas viene vista come un avvenimento inaccettabile, mentre il Likud ha condiviso o assunto svariate volte la responsabilità del governo israeliano senza incappare nell’unanime sdegno della comunità internazionale? Gli avvenimenti di questi giorni smascherano l’ipocrisia di una comunità internazionale che da troppi anni si proclama equidistante a parole, ma pretende nei fatti la moderazione solo da una parte, quella palestinese.

E’ in questo senso che la reazione internazionale ai risultati delle elezioni legislative palestinesi solleva un problema di onestà intellettuale. Da un lato non si può negare che la preoccupazione sia più che comprensibile: chiunque creda che lo schema «due popoli, due Stati» rappresenti la sola possibilità di definire in maniera ragionevolmente onesta il conflitto in Medio Oriente non può che vedere con enorme preoccupazione l’affermarsi in campo palestinese di una forza politica che – oltre a considerare legittimo il ricorso indiscriminato all’arma del terrorismo – è apertamente contraria a quella prospettiva. Ma dall’altro lato non si può accettare che un’analoga preoccupazione non sia mai emersa quando una forza politica egualmente contraria alla soluzione dei due Stati si è affermata in campo israeliano. Hamas e il Likud sono le più importanti  formazioni politiche estremiste presenti nei due campi: la differenza è che fino a ieri i palestinesi avevano affidato il loro futuro al governo dei moderati e solo adesso – dopo quasi vent’anni di inganni negoziali – hanno chiamato gli estremisti a governarli; mentre in Israele gli estremisti hanno ripetutamente guidato il paese e sembrano di nuovo in corsa per conquistare i favori dell’elettorato.

Chi si è dato tanto da fare per eliminare Arafat – l’uomo che, pur avendo accettato di rinunciare al 78% della Palestina storica, non è riuscito a ottenere il restante 22% – pensava che i palestinesi andassero ammorbiditi ancora un po’. Il voto del 26 gennaio è stata la loro risposta. Adesso, si ricomincia tutto da capo.

 

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