Le aziende palestinesi hanno sofferto molto a causa della pandemia di COVID-19 – Sondaggio

Wafa. I risultati preliminari di un sondaggio sull’impatto del COVID-19 sulle aziende commerciali in Palestina, condotto per il ministero dell’Economia Nazionale (MONE) dal Development Alternatives Incorporated (DAI), in collaborazione con il Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS), hanno mostrato che le aziende hanno sofferto, a vari livelli, le conseguenze del Coronavirus, costringendo le imprese a prendere misure finanziarie e amministrative, così come a trovare soluzioni digitali, per far fronte all’impatto della pandemia.

I risultati del sondaggio effettuato su 2600 aziende, condotto con l’aiuto della Banca mondiale, mostrano che più di due terzi delle imprese, prime tra tutti i settori dei servizi a Betlemme, sono state chiuse per più di un mese e mezzo durante il lockdown, tra il 5 marzo e il 31 maggio 2020. Allo stesso tempo, il 63% delle aziende ha sofferto dell’interruzione delle forniture dei fattori produttivi quali materie prime ed esigenze produttive. Inoltre, c’è stato un calo di circa la metà del livello di produzione o delle dimensioni delle vendite, per cui il 14% delle imprese palestinesi hanno dovuto lasciare a casa una parte dei propri impiegati per riuscire ad affrontare la crisi.

I risultati finali indicano che il 71% delle aziende (il 92% in Cisgiordania e il 27% nella Striscia di Gaza) sono state chiuse per molti giorni, a causa delle misure restrittive prese dal governo, che imponeva la necessità di chiusura come misura preventiva per fermare la diffusione del virus.

La percentuale dei giorni di chiusura durante il lockdown corrisponde al 51%, concentrandosi sulle attività che offrono servizi per i quali i giorni di chiusura hanno raggiunto il 68%, e per l’attività industriale il 54%. Mentre la percentuale dei giorni di chiusura per le attività di trasporto e per il commercio hanno raggiunto rispettivamente il 56% e il 42%. Tuttavia, la più alta percentuale di giorni di chiusura è stata registrata nel Governatorato di Betlemme per un periodo di oltre due mesi.

La maggior parte delle aziende ha riferito che il quantitativo di vendite/produzione è diminuito del 93% durante i tre mesi del blocco, con un calo delle vendite/produzione medie del 50% rispetto ad una situazione normale. In particolare, per le aziende che operano nel settore delle costruzioni è stato registrato il calo più alto nelle vendite/produzioni medie, corrispondente al 56%, seguito da quello delle imprese che operano nel settore dei servizi che hanno registrato le stesse percentuali di calo.

Il ministero dell’Economia nazionale ha spiegato che la ragione principale della diminuzione della produzione e delle dimensioni delle vendite nelle aziende è legata al calo dei consumi in generale, i quali hanno registrato una diminuzione di oltre il 5% durante il lockdown.

Inoltre, la pandemia ha avuto un impatto negativo su diverse industrie, provocando uno stop al lavoro, in particolare nel turismo e nell’artigianato, settori che sono stati sospesi completamente, mentre le attività di calzatura, pelletteria, abbigliamento/indumenti sono state interrotte parzialmente.

I risultati hanno mostrato che il 63% delle aziende ha riferito di avere difficoltà nell’approvvigionamento di fattori produttivi, materie prime o prodotti finiti e materiali già acquistati (69% in Cisgiordania e 49% nella Striscia di Gaza). Pertanto, le attività economiche che hanno sofferto maggiormente di queste difficoltà sono state il settore delle costruzioni, con una percentuale del 73%, il settore del commercio 71% e il settore industriale 69%.

L’indagine ha mostrato che l’89% delle imprese sta affrontando un calo della disponibilità di liquidità, che ha influito sulla percentuale di assegni restituiti, aumentata fino a raggiungere il 36% (48% in Cisgiordania e 10% nella Striscia di Gaza). Inoltre, il 59% delle imprese ha riferito di avere difficoltà nella fornitura di servizi finanziari che di solito sono disponibili in una situazione normale.

Inoltre, il 37% delle imprese ha dovuto ritardare i pagamenti a fornitori e dipendenti, mentre il 36% di loro ha dovuto ottenere prestiti da amici, familiari, parenti per coprire la carenza di liquidità.

In risposta alla pandemia COVID-19, il 14% delle aziende ha dovuto licenziare e lasciare a casa i propri dipendenti per far fronte alla crisi finanziaria derivante dalla pandemia di Coronavirus.

Il 9% delle aziende ha ridotto gli stipendi e le retribuzioni dei propri dipendenti, l’11% ha dato ai propri dipendenti un congedo non retribuito e il 9% ha invece concesso un congedo retribuito.

La variazione percentuale della produzione nei prossimi tre mesi, prevista dalle aziende, è in calo del 47% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Per quanto riguarda il numero di dipendenti, si prevede una diminuzione del 24%.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

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