Le vittime delle guerre degli Stati Uniti ci perdono ancora

obama_trump_videoThe Palestine Chronicle. Di Iqbal Jassat. Una rivoluzione per rovesciare Trump? Le vittime delle guerre degli Stati Uniti ci perdono ancora.
Si tratta di un autentico movimento di opposizione addobbato da rivoluzione che potrebbe condurre al rovesciamento di Donald Trump? O la campagna contro il 45° presidente degli Stati Uniti non è altro che un palcoscenico di voci eloquenti e arrabbiate?
Queste sono alcune delle domande che occupano gli analisti mentre le proteste prendono slancio negli Usa, in Europa e in altre parti del mondo.
A complicare ulteriormente il dilemma, soprattutto per chi studia la politica statunitense, l’ossessione per Trump è una copertura per molti di coloro che si definiscono «di sinistra/liberali»? Il giornalista multi-premiato John Pilger la pensa così: «Essi non sono ‘di sinistra’, né sono particolarmente ‘liberal’».
Perché?

Molte delle aggressioni statunitensi verso il resto dell’umanità sono state avviate da amministrazioni cosiddette democratiche – come l’amministrazione Obama-, ritiene Pilger.
Egli ci ricorda che uno degli elementi costanti nella vita politica americana è un «estremismo settario che si avvicina al fascismo», che si è rafforzato e al quale è stata data grande espressione durante i due mandati di Barack Obama, il quale ha fatto diffondere il passatempo militare preferito del Paese, i bombardamenti e le squadre della morte («operazione speciali») come nessun altro presidente dai tempi della Guerra Fredda.

Secondo un’indagine del Consiglio sulle relazioni estere, nel solo 2016 Obama ha sganciato 26.171 bombe. Inimmaginabile ma davvero orribile: 72 bombe al giorno, o una bomba ogni 3 ore sui popoli più poveri della terra, in Afghanistan, Libia, Yemen, Somalia, Siria, Iraq, Pakistan.
Il New York Times ha scritto che ogni martedì Obama ha selezionato personalmente chi sarebbe stato ammazzato, per lo più da missili sparati da droni. Non sono stati risparmiati né i cortei funebri né i matrimoni. Clamorosamente, anche i pastori sono stati attaccati e uccisi insieme a coloro che cercavano di raccogliere i pezzi dei loro familiari dai detriti ardenti.

Per quanto riguarda l’Africa, Pilger ci ricorda che Obama è stato il primo presidente afroamericano a lanciare ciò che è diventata un’invasione a pieno titolo del continente.
«Memore della Spartizione dell’Africa del tardo XIX secolo, il Comando Usa-Africa (Africom) ha dato vita a una rete di supplicanti tra i regimi africani collaborazionisti avidi di mazzette e armamenti statunitensi. La dottrina dell’Africom del ‘soldier to soldier’ ha coinvolto funzionari statunitensi a ogni livello di comando, dai generali ai marescialli».

Quindi cosa ce ne facciamo di questa transizione e di questo trasferimento di grezzi poteri militari da un affabile avvocato costituzionale a uno sfacciato, sguaiato capitalista elitario la cui abbozzata politica estera è definita da una guerra continua all’islam?
Nel caso fosse necessario confrontare i perché e i come del tracciato che da Obama ha condotto a Trump, William I. Robinson, docente dell’Università della California – definito da Pilger uno dei gruppi incontaminati di pensatori strategici americani – ha scritto:
«Il presidente Obama… potrebbe aver fatto più di chiunque altro per assicurare la vittoria di Trump. Mentre l’elezione di Trump ha innescato una rapida espansione delle correnti fasciste nella società civile statunitense, un esito fascista nel sistema politico è alquanto improbabile… Ma quella reazione richiede chiarezza su come si sia arrivati a un precipizio così pericoloso. I semi del fascismo del XXI secolo sono stati piantati, annaffiati e fertilizzati dall’amministrazione Obama e dalla bancarotta politica dell’élite liberale».
Queste parole rispecchiano i sentimenti di tutti coloro che aborrono la violenza dell’era Obama e che si chiedono come mai le masse che si stanno mobilitando oggi siano rimaste silenziose allora.
Il campo di concentramento di Guantanamo, che egli promise di chiudere, è ancora aperto.
I furti di terreni e gli insediamenti di Israele ai quali egli si oppose continuano senza sosta.
La «Guerra al terrore», che altro non è che un eufemismo per la guerra all’islam e ai musulmani, è cresciuta in modo esponenziale.
Pur essendo vero che la guerra ai Paesi musulmani precede l’amministrazione Obama, egli l’ha «normalizzata». Il cosiddetto «scontro di civiltà» che con tutta probabilità proseguirà con Trump, a giudicare dai falchi del suo gabinetto, è stato da Obama trasformato in una politica socialmente accettabile.
Chiaramente, l’eredità lasciata da Obama a Trump è un legame militarista di belligeranza. I giganteschi aiuti militari e i finanziamenti a Israele, che permettono al Paese mediorientale di sfidare le convenzioni e il diritto internazionale, fanno parte della sua retorica del «we can» – un pacchetto che Trump con tutta probabilità lascerà inalterato, nonostante la sua retorica dell’«America first».
Così, mentre le proteste di massa aumentano, con le manifestazioni più grosse a Washington tese a sottolineare la solidarietà globale e simbolica verso i diritti delle donne, la domanda su quando il potere del popolo costringerà l’attuarsi di un cambio di regime negli Usa rimane senza risposta.
In ogni caso, e indipendentemente dagli esiti, le famiglie in lutto continueranno a seppellire i loro morti – tutte vittime dell’eredità terribile di Obama.

Iqbal Jassat è uno scrittore, commentatore e analista di successo, tra i membri fondatori del Media Review Network. Le sue analisi appaiono regolarmente sui media mainstream e alternativi in tutto il mondo.

Traduzione di Stefano Di Felice

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