Il lento sterminio di Gaza

Riproponiamo ai nostri lettori questo articolo, pubblicato a inizio mese, in quanto sempre attuale nella drammatica situazione in cui si trova la popolazione palestinese gazawi.

PIC.  Gaza continua a finire in prima pagina, senza esito. E’ diventata una putrida metafora dell’insostenibilità e i soggetti politici responsabili della miseria sono contenti di lasciare inasprire le condizioni dell’enclave. A tre anni dall’operazione “Margine di protezione” ancora 4.000 case aspettano di essere ricostruite e 1.500 altre abitazioni necessitano lavori di costruzione.

L’agenzia stampa di Ma’an ha fornito un quadro generale della situazione attuale, che ha mostrato pochi progressi nel 2016, quando metà delle abitazioni aspettavano di essere ricostruite. Il report aveva come fonte Jamal Al-Khudari, capo del comitato popolare contro l’assedio, e ribadiva che i finanziatori dovevano “adempiere da tre anni al loro impegno etico e legale verso i palestinesi senzatetto”. Al-Khudari ha chiesto di porre fine all’assedio di Gaza in caso si volesse alleviare la situazione umanitaria.

Le parole usate da Al-Khudari dovrebbero essere allarmanti. Se porre fine all’assedio può solamente attenuare le condizioni umanitarie di Gaza, tutto ciò dovrebbe dirla lunga del pericolo affrontato dai palestinesi a Gaza. Tre anni fa, Israele ha esacerbato una situazione già precaria. Le autorità palestinesi hanno calcolato male la loro mossa autoritaria, creando ulteriori difficoltà con l’isolamento finanziario di Gaza. In linea con i tempi stabiliti, l’ONU ha emanato diversi allarmi sul rischio che Gaza diventi inabitabile nel 2020, eppure non è stato preso nessun provvedimento per invertire questa previsione. Tutto ciò che l’ONU è riuscita ad ottenere è stata la creazione di dichiarazioni allarmiste e citazioni drammatiche. Di fondo, vi è un divario tra ciò di cui hanno bisogno i palestinesi e ciò a cui punta la comunità internazionale. Per quest’ ultima la sopravvivenza dei palestinesi non è di certo una priorità.

La burocrazia viene comunemente vista come uno dei motivi dei ritardi nella ricostruzione, aggravata dalle restrizioni israeliane negli ingressi a Gaza di materiali edili. Eppure, non c’è stato nessun tentativo di cambiare questo meccanismo difettoso, che è stato criticato in diverse occasioni. Non ci sono state nemmeno delle opposizioni alle misure restrittive israeliane che aggravano i trasferimenti interni forzati dei palestinesi. La comunità internazionale potrebbe prosperare sulla miseria di Gaza e i palestinesi morti o sfollati aumenterebbero solo il potere dell’istituzione internazionale.

Se c’è qualcosa per cui la comunità internazionale dovrebbe essere ritenuta responsabile è l’avere aiutato Israele nel lento sterminio dei palestinesi. Il lasso di tempo del 2020 propagandato dalle Nazioni Unite è un riflesso diretto delle politiche di Israele, che non contiene alcuna opposizione a parte l’inutile condanna. Per sostenere la sicurezza di Israele, la comunità internazionale ha aiutato Israele a costringere i palestinesi a perdere la loro, prima con la conquista coloniale e poi di espansione, ora attraverso pratiche che hanno incarcerato i palestinesi in uno spazio che non è in grado di soddisfare le loro esigenze.

Da quando non ci sono discussioni per giungere ad una soluzione, è chiaro che i ritardi a mala pena mantengono la retorica che potrebbe finalmente confermare la previsione dell’ONU. Israele festeggerebbe, l’ONU ripeterebbe la sua frase cliché, mentre l’ANP e le fazioni palestinesi si lascerebbero coinvolgere rispettivamente in ulteriori collaborazioni e dispute.

E’ giunto il momento almeno di contemplare il significato dietro un’altra espressione  – “sbrigarsi” –comunemente usata per salvare i palestinesi a Gaza. Nel contesto delle tattiche coloniali israeliane, dove tutto viene definito dalla convenienza invece del significato, sbrigarsi potrebbe anche descrivere l’attitudine passiva che accelera i piani lenti di sterminio israeliani.

Traduzione di Iman Hakki

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