L’OCHA lancia un Piano di Risposta Umanitaria sulla tragica situazione di Gaza

Gaza-PIC.  Jamie McGoldrick, dell’Ufficio ONU per la Coordinazione degli Affari Umanitari (OCHA) ha annunciato la settimana sorsa il lancio del Piano di Risposta Umanitaria (HRP) per il 2018, che mira a rispondere alle necessità di 1,9 milioni di palestinesi nei territori occupati, gli oPt.

McGoldrick sostiene che il piano si inquadra nel contesto di una delle crisi di protezione più longeve, legata direttamente all’impatto dell’occupazione israeliana, la quale ha compiuto 50 anni a giugno 2017, accanto alle divisioni palestinesi interne e alla chiusura da parte dell’Egitto del passaggio di Rafah.

“Quest’anno siamo particolarmente contenti di lanciare l’appello a Gaza insieme allo Stato della Palestina. Nel fare ciò, stiamo mandando un forte messaggio sul nostro impegno comune nel migliorare la situazione umanitaria per i quasi 2 milioni di residenti palestinesi a Gaza, più della metà dei quali sono bambini”, ha dichiarato.

“Non c’è posto più adatto, per lanciare il piano umanitario, di Gaza, dove assistiamo a una tragedia perpetrata dall’uomo e che si ripete di giorno in giorno. Oggi, Gaza è sull’orlo di una catastrofe e le necessità umanitarie sono tante. Dieci (10) anni di movimenti intensificati e di restrizioni agli accessi, nonché l’escalation di ostilità, insieme alle divisioni interne e alla chiusura di Rafah, hanno lasciato il 70% della popolazione alle dipendenze degli aiuti internazionali”, ha aggiunto.

“Il 40% delle abitazioni a Gaza non rispetta gli standard internazionali per la sicurezza alimentare; la disoccupazione si attesta quasi al 47%, dovuta principalmente a un’economia a pezzi, limitata dalle restrizioni sul movimento delle persone e dei beni e da una crisi dell’energia che lascia le persone senza elettricità per quasi 20 ore al giorno” ha avvertito McGoldrick.

“Senza il carburante di emergenza, proveniente dai donatori, distribuito alle strutture idriche, sanitarie e igieniche principali, andremmo incontro a un collasso totale del sistema, con conseguente disastro umanitario. Anche con gli aiuti, il 40% della popolazione riceve solo tra le 4 e le 6 ore di fornitura idrica, ogni 3 o 5 giorni, e più di 100 milioni di litri di liquami – quasi tutti grezzi – finiscono in mare ogni giorno. L’accesso alle cure mediche, diritto umano fondamentale, è negato a migliaia di persone per via della mancanza di medicinali, attrezzature e competenza disponibili a Gaza, il che va ad aggiungersi alla notevole difficoltà di uscire dalla Striscia per ricevere cure altrove”.

“Abbiamo davanti a noi i danni disseminati dalle ostilità del 2014. Sono stati fatti grandi passi avanti per la ricostruzione, ma più di 20.000 palestinesi sono ancora sfollati sin da allora. Meno visibile è il danno psicologico, specialmente sui bambini, che migliaia di palestinesi hanno subito durante e prima del conflitto” ha dichiarato l’OCHA.

“A destra vediamo segni della crisi nei servizi di base, peggiorati l’anno scorso, con una stima di circa 30.000 tonnellate di spazzatura non raccolta accumulata solo qui in questo punto”.

Dietro di me, vediamo le lagune di liquami di Beit Lahiya; simbolo dell’insufficiente infrastruttura idrica e igienica, dipendente da una pompa donata da alcuni benefattori che drena i liquami per evitare che la laguna straripi, come accaduto nel 2007 quando morirono 5 persone” si legge nella dichiarazione dell’OCHA. “E infine, a sinistra, vediamo la limitazione di accesso sulle terre, dove gli agricoltori subiscono restrizioni, imposte dalle autorità israeliane, sull’accesso ai terreni agricoli, il che mette a rischio la sicurezza fisica e influenza il sostentamento a Gaza. Queste aree sono tra le più vulnerabili negli oPt, una realtà mostrata proprio questo mese quando un agricoltore palestinese di 59 anni è stato ucciso dai fucili israeliani mentre lavorava la sua terra nelle zone proibite a est di Khan Younis”.

Secondo McGoldrick, in Cisgiordania ci sono meno necessità ma non meno serie o urgenti. Le restrizioni sui movimenti e sugli accessi, spesso nel contesto di attività di insediamento israeliane, le pianificazioni discriminatorie e le politiche a zona hanno frammentato il territorio, distruggendo case e mezzi di sostentamento. L’effetto combinato di un numero di politiche ha creato per molti palestinesi, in zone come l’Area C, Gerusalemme Est e la parte controllata da Israele di al-Khalil, un ambiente coercitivo che li spinge ad andarsene e genera il rischio di un trasferimento forzato.

“Circa 270.000 palestinesi nell’Area C sono colpiti direttamente dalle restrizioni israeliane e dal controllo su infrastrutture idriche e igieniche”, ha dichiarato. “350.000 persone in Cisgiordania sono esposte alla violenza dei coloni e più di 260.000 persone, compresi i rifugiati palestinesi, hanno bisogno di cure mediche umanitarie. L’accesso all’istruzione è fortemente compromesso da un aumento delle violazioni legate all’istruzione, che colpiscono circa 40.000 studenti e insegnanti”.

“In questo scenario di necessità preoccupante negli oPt, la massiccia crisi dei fondi dello UNRWA, uno dei principali fornitori di servizi e principale datore di lavoro, specialmente a Gaza, deve destare preoccupazioni in tutti, non solo nei rifugiati palestinesi”, ha sottolineato.

In generale, il piano umanitario per il 2018 chiede 539,7 milioni di dollari per rispondere a necessità umanitarie urgenti nelle zone di protezione, sicurezza alimentare, sanità, acqua e igiene, rifugio e istruzione. Il 75% della richiesta è destinato ai palestinesi di Gaza. Metà della somma totale è per i progetti di emergenza dello UNRWA.

Traduzione per InfoPal di Giovanna Niro

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