L’omicidio politico di George Floyd, il razzismo negli USA e la strumentalizzazione elettorale

Di L.P. L’omicidio politico di George Floyd, il razzismo negli USA e la strumentalizzazione elettorale.

L’omicidio di George Floyd ha lasciato perplesso il mondo. O meglio una parte di mondo. Quella parte di mondo che crede nella giustizia sociale e in un cambiamento dello stato di cose esistente. Il “sogno americano” è rimasto pura teoria o forse era proprio pensato come sogno per pochi.

George Floyd, il 25 maggio, è stato preso e gettato a terra dalla polizia di Minneapolis nel Minnesota. Il poliziotto l’ha messo prono con le mani dietro la schiena e, con il ginocchio dietro al collo, gli ha schiacciato la faccia sull’asfalto fino a soffocarlo. George Floyd, afroamericano, è stato ucciso con la stessa tecnica con cui l’Idf e l’Iof picchiano od uccidono i palestinesi: ginocchio dietro il collo, forse la nuova moda delle forze armate. “Non riesco a respirare” sono state le ultime sue parole, slogan delle proteste afroamericane del 2014 dopo l’omicidio di Eric Garner. Nello stesso giorno, un caso eclatante di ingiustizia razziale poliziesca avviene anche New York.

Dai tempi del movimento delle Black Panthers e del Black Liberation Army, il razzismo organizza le gerarchie sociali e la violenza della polizia è fondamentale per mantenere le diseguaglianze.

La violenza poliziesca è strutturale in un paese come gli USA in cui ci sono 400 anni di brutale repressione. Vanta infatti il più violento sistema di schiavismo della storia, che ha costituito la base della crescita economica negli Stati Uniti e dell’Inghilterra: dagli indigeni sfruttati per costruire i grattacieli, agli schiavi neri usati nelle piantagioni. Con il patto tra Nord e Sud, che ha di fatto concesso agli Stati ex-schiavisti l’autorità di fare ciò che volevano, si è iniziato a criminalizzare la vita degli afroamericani. Questa fase è durata all’incirca fino alla Seconda Guerra mondiale, quando poi la necessità di manodopera ha dato origine alle prime leggi federali contro i neri e alla segregazione razziale sia a livello sociale e sia a livello abitativo. Successivamente è sorta una nuova ondata di criminalizzazione dei neri, escludendoli dal diritto allo studio e dal welfare.

Negli Stati ex schiavisti della fine del XIX secolo se un nero se ne stava in piedi per la strada, poteva essere fermato per vagabondaggio, gli poteva essere data una multa che non avrebbe pagato e sarebbe così finito in prigione. Una volta lì, sarebbe stato messo a disposizione delle aziende in quanto lavoratore ideale: disciplinato, nessuna protesta, costi quasi pari a zero. Questa strategia ha contribuito enormemente alla rivoluzione industriale dell’epoca. La seconda ondata di criminalizzazione ha preso slancio con Ronald Reagan nel 1980. Infatti quando si insediò alla presidenza, il tasso di incarcerazione rientrava nella media europea e da quel momento si attestarono ben al di sopra dell’Europa. Le incarcerazioni coinvolsero in maniera sproporzionata i neri soprattutto con il mantra della guerra alla droga, in parte è riconducibile a una maggiore criminalità tra le persone nere. Quest’ultimo dato viene evidenziato dalla retorica razzista, che contribuisce ad “etnicizzare il reato”, senza però domandarsi perché tale criminalità sia maggiore tra i neri. I sociologi sanno bene che questo è tipico delle comunità oppresse e marginalizzate.

Le proteste che sono seguite all’uccisione di George Floyd si sono trasformate in rivolte, propagate da Minneapolis a tutti gli Usa perché il dissenso è molto, ma spesso disorganizzato. Nel frattempo il Pentagono ha esortato la polizia militare a tenersi pronta a intervenire.

In diverse città viene imposto il coprifuoco, le rivolte per le strade non accennano a diminuire, mentre l’esercito è pronto a intervenire.

Le proteste contro il razzismo e l’abuso di potere della polizia bianca è dagli anni 70 che si verificano negli USA ed oggi c’è molto sostegno dei bianchi, fortunatamente, alle lotte dei neri rispetto a prima che si contavano solamente su eccezioni come Silvia Baraldini.

Gli afro-discendenti ed afroamericani subiscono discriminazione razziale, ma soprattutto sociale. La loro condizione sociale infatti non permette di vivere oggigiorno facilmente soprattutto in periodo di coronavirus. Il tasso di mortalità per Covid-19 tra le persone nere, per esempio, è tre volte superiore a quello tra i bianchi, a causa proprio della condizione socio-sanitaria e della povertà.

Non solo l’assassino di George Floyd, ma anche la pandemia ha avuto un fondamentale ruolo nelle proteste perché, esattamente come nei Paesi occidentali, ha svelato le disuguaglianze e i problemi di giustizia sociale negli USA. Oggi, di certo, sappiamo che la segregazione razziale negli USA, il suprematismo bianco e le disuguaglianze sociali sono tuttora presenti e hanno un impatto fortissimo.

Ciò che però non ci viene detto, e che dovrebbe fare inorridire, è che ogni giorno negli USA avvengono episodi di violenza poliziesca sulla popolazione afrodiscendente nei quartieri popolari. Perché dunque così tanto risalto mediatico per questa morte? Se i media non danno notizie degli altri omicidi politici a sfondo razzista che avvengono durante l’anno, come mai tanto clamore mediatico adesso per questo omicidio?

La risposta è solo una: l’omicidio di George cade a fagiolo. I media neocon guerrafondai che hanno sempre giustificato qualsiasi guerra imperialista di marca USA, finanziati dai soliti noti, si stanno preparando alle elezioni presidenziali e qualsiasi episodio che possa creare divisione sociale nella popolazione, non per forza di classe, viene strumentalizzato politicamente per dare spunti alle future tornate elettorali negli Usa che avverranno a fine anno.

Negli USA la politica è divisa in due: Partito Democratico, fortemente liberal-progressista e sostenitore della globalizzazione e delle lobby; e il Partito Repubblicano, liberal-conservatore, difensore delle corporations del petrolio che punta allo sciovinismo più spietato. Partiti ugualmente finanziati da multinazionali e dall’industria bellica: due facce della stessa medaglia.  Ciò che sappiamo con sicurezza è che, strumentalmente, si vuole spostare il consenso verso il Partito Democratico. Ovviamente non cambiando lo stato di cose esistente. Si continuerà ad ovviare ciò che sono i problemi strutturali, le disuguaglianze sociale e tutto sarà come prima. La repressione poliziesca continuerà ad esistere contro i poveri ai margini, ma come abbiamo imparato l’immagine di un liberal-democratico americano dal linguaggio pacifico e moderato è più “rassicurante” di un liberal-conservatore americano che urla, sbraita. Questo i media neocon lo sanno benissimo e conoscono come la percezione sociale nei loro confronti cambia, sebbene le loro politiche non siano differenti. La loro strategia è battere il ferro finché è caldo, non cambiare il sistema. È noto a tutti quanto sia stata forte la repressione sociale nei confronti degli afroamericani durante la presidenza Obama, eppure queste informazioni non davano risalto perché opposte a come mediaticamente lui veniva rappresentato. Entrambi iniziatori di guerre contro popoli sovrani; entrambi nemici dichiarati di Cuba, Venezuela, Iran, Libia e Siria; eppure le moral suasion di Obama differiscono dal linguaggio irruento di Trump. Cambia la forma, ma non cambia la sostanza. La manipolazione mediatica fonda il proprio branding sull’apparenza, senza scavare nei contenuti delle politiche che portano avanti e le loro conseguenze. Ecco come, anche un episodio così brutale degno di ogni denuncia, subisca la strumentalizzazione politica. Non ci stupiremo dunque se alcuni candidati democratici, esulteranno dai loro spalti contro la violenza sugli afroamericani prendendo come esempio George Floyd, forse per accaparrarsi un po’ di voti dalle loro comunità per forse vincere e, da vincitori, fregandosene di loro, delle loro condizioni sociali, della loro razzializzazione e marginalizzazione in quartieri come il Bronx. Come sempre i repubblicani si riempiranno di retorica anti-immigrati, mentre i democratici, dietro la falsa retorica in difesa dei neri, proporranno nuovi interventi militari e razzisti in differenti zone del mondo. Ciò che si auspica, per la fine di questa ipocrisia, è il ritorno ad una forte politicizzazione delle comunità afroamericane ritornando, su esempio di Angela Davis, ad analizzare le dinamiche sociali, di classe, abitative, de-coloniali, di genere, politiche ed economiche per abbattere tutte le disuguaglianze sociali. Solo così si potrà iniziare a sperare in un’opposizione popolare negli USA a questa società neoliberale che produce suprematismo bianco, razzismo e nazionalismi da un lato; e neoliberismo, deregolamentazione del mercato e sfruttamento dall’altro. Tutti rigorosamente schierati contro la giustizia sociale.

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