Mi hanno sequestrato l’unica fonte di sostentamento

26-08n2Gaza-Pchr. Khader Merwan As-Sa’idi, 26 anni, è un pescatore di Gaza, una delle vittime dei ripetuti attacchi sferrati dalle forze israeliane contro i pescatori nel mare di Gaza. Khader deve mantenere una famiglia di 14 persone.
È sposato, ha un figlio di un anno e risiede, con la sua famiglia allargata, in una casa nel campo profughi di Shati. Il campo si trova sulla costa di Gaza e ospita la maggior parte dei pescatori di Gaza, per i quali il mare rappresenta la principale fonte di sostentamento.
Il 13 agosto 2013 Khader è uscito presto al mattino, diretto al porto di Gaza. Da lì si è diretto in barca verso ovest per pescare, rimanendo all’interno del limite di 6 miglia nautiche imposto da Israele. Ma egli è stato attaccato dalle forze navali israeliane, è stato arrestato, interrogato e la sua barca e il suo equipaggiamento da pesca sono stati sequestrati. Khader è poi stato rilasciato, 15 ore più tardi.
Così egli racconta i fatti: “Verso mezzanotte ho lasciato in barca il porto di Gaza con 3 miei amici pescatori, uno dei quali sulla sua barca. Ci siamo diretti verso ovest, fino ad arrivare al limite delle 6 miglia nautiche. Abbiamo gettato le reti, ma, poco dopo, il motore dell’altra barca ha avuto un guasto. Abbiamo così aiutato il nostro amico a riportare la barca a riva. Quando siamo tornati al luogo in cui avevamo lanciato le reti erano le 3:30. Improvvisamente abbiamo sentito un fischio proveniente da una cannoniera israeliana, che ci si è avvicinata e ci ha aperto contro il fuoco. La cannoniera era accompagnata da 2 gommoni sui quali si trovavano diversi militari israeliani. Siamo stati circondati, senza preavviso, e hanno cominciato a spararci addosso. Ci è sembrata una trappola, in quanto poche ore prima ci avevano permesso di lanciare le reti. In passato ci sparavano anche prima di aver gettato le reti”.
Ho tagliato le reti immediatamente, per poter fuggire, ma un proiettile di gomma mi ha colpito alla mano destra. Uno dei miei amici si è allora messo al timone, ma è presto stato raggiunto da proiettili di gomma al petto e alla schiena. Un soldato israeliano è quindi salito sulla nostra imbarcazione ed ha iniziato a sparare al motore, distruggendolo completamente, un altro dei miei amici è stato ferito e un secondo soldato ci ha fatti spogliare e salire su uno dei gommoni”.
Eravamo spaventati e in preda al panico per tutti i colpi sparati attorno a noi. Uno dei soldati ci ha chiesto dove stessimo pescando. Io ho risposto che ci trovavamo entro le 6 miglia nautiche, ma secondo lui le avevamo superate. Dopo 15 minuti passati sul gommone ci hanno fatto salire sulla cannoniera, dove ci hanno ammanettati e incappucciati. Ci hanno tenuti lì dalle 4:00 alle 11:00 circa, il sole scottava e ci picchiavano in continuazione. La mia barca, che è la mia unica fonte di sostentamento, mi è stata nuovamente sequestrata. La cannoniera ci ha poi portati al porto di Ashdod, dove siamo stati medicati”.
Verso le 14:00 siamo stati interrogati separatamente, alcuni minuti ciascuno. Ci hanno interrogati con molto sarcasmo, ironizzando sui frequenti sequestri passati delle mie barche, senza dimostrare alcuna comprensione per il mio dolore. Quando ho spiegato che la barca era la mia unica fonte di sostentamento, l’addetto all’interrogatorio ha risposto che non era affar suo. Egli mi ha poi chiesto informazioni su altri pescatori e mi ha chiesto di firmare un documento da lui scritto in ebraico, che io non sono riuscito a comprendere. Mi sono così rifiutato di firmare, chiedendo di sapere cosa ci fosse scritto. C’era scritto che io avevo attaccato i militari israeliani e molte altre accuse, così mi sono rifiutato di firmare. Ho anche rifiutato di ricevere altre cure presso un ospedale israeliano, ero spaventato”.
Verso le 16:00 Khader, Hasan ‘Ali Murad (27 anni), Mohammed Jamal An-No’aman (28 anni) e suo fratello Hasan (27 anni) sono stati trasferiti ammanettati, in autobus, a Beit Hanoun (“Eretz”), e da lì poi all’ospedale di Shifa, a Gaza, per ricevere le cure necessarie.
Questa è la terza volta in 3 mesi che la strumentazione e la barca di Khader vengono sequestrate. La prima volta accadde il 5 giugno, e Khader ancora non sa cosa ne sia stato della sua barca e dell’equipaggiamento sequestrati allora. “So solo che ciò che sequestrano poi non viene restituito. La prima barca confiscatami era mia. Quando mi venne sequestrata stavo pagando un prestito per comprare un motore da mettere su un’altra imbarcazione. Non ho ancora pagato il prestito. La seconda barca non era mia, era di alcuni miei parenti. Ora devo pagare per il motore e per la barca”. Devastato dal peso dei debiti, Khader non è più riuscito a riprendere la pesca e a provvedere sufficientemente alla sua famiglia. “Nell’ultima settimana la mia famiglia ha sofferto la fame. La pesca a Gaza non è una fonte di reddito sufficiente. A volte guadagno quanto basta per il vitto di un giorno, a volte per il vitto di una settimana e altre volte non ne ricavo niente”.
Questi continui attacchi alimentano anche l’instabilità sociale e le tensioni in famiglia. La madre di Khader spiega quanto sia difficile vivere nella casa di un pescatore i cui beni sono stati confiscati e che non riesce a far fronte alle perdite economiche subite, e vorrebbe che suo figlio avesse intrapreso un’altra professione: “Una settimana fa a quest’ora, non vedendo Khader rincasare alla solita ora, abbiamo iniziato a preoccuparci. Abbiamo pensato a un guasto al motore, o che forse era annegato. I suoi parenti sono usciti in mare a cercarlo. Nessuno ci ha detto che Khader e i suoi amici erano stati feriti e arrestati. Lo abbiamo aspettato, sua moglie ed io, a riva, dalle 10 del mattino alle 7 di sera, finché finalmente ci hanno telefonato. Se non torna a casa alla solita ora, verso le 10 del mattino, sappiamo che è successo qualcosa”.
Khader non conosce altre professioni, e pratica la pesca da 7 anni. La decisione israeliana di aumentare il limite fino alle 6 miglia nautiche non ha avuto alcun riscontro positivo, per lui; sono solo aumentati i rischi per la sua vita e per i suoi beni. “A cosa serve aumentare a 6 miglia il limite per la pesca se poi ci sequestrano le imbarcazioni?”, egli si chiede. “Come può servire una tale decisione ad alleviare le nostre sofferenze, se non abbiamo più la certezza di pescare nell’area consentita? Non sappiamo mai se saremo lasciati in pace o se verremo attaccati dalla marina israeliana”.
Khader è stato arrestato mentre stava pescando all’interno delle 6 miglia nautiche. Israele ha imposto unilateralmente nella Striscia di Gaza un’area cuscinetto illegale, sia lungo il confine terrestre che in mare, interdetta ai palestinesi. Tale area cuscinetto non è chiaramente definita, e spesso Israele apre il fuoco in caso di ipotetici sconfinamenti. In seguito all’armistizio che ha messo fine all’attacco israeliano su Gaza nel novembre 2012, il Coordinatore israeliano delle attività governative nei territori (Cogat), in una dichiarazione pubblicata online il 25 febbraio 2013, ha dichiarato che i pescatori si sarebbero potuti spingere fino alle 6 miglia nautiche, anziché alle 3 miglia precedentemente stabilite. Ma questa dichiarazione, così come un’altra relativa ai confini terrestri, è stata successivamente rimossa dal testo. Il 21 marzo 2013 le autorità israeliane hanno nuovamente deciso di consentire la pesca entro le 6 miglia nautiche. I parametri mutevoli e arbitrari dei limiti hanno creato molta confusione tra i pescatori, e la conseguenza è che uscire in mare, loro primaria fonte economica, è diventato estremamente rischioso.
Vietare ai palestinesi l’accesso alle aree adibite alla pesca vìola numerose disposizioni del diritto umanitario internazionale, tra le quali il diritto al lavoro, il diritto a un adeguato livello di vita e il diritto al migliore standard sanitario. Applicare il rispetto delle zone cuscinetto mediante l’uso di armi da fuoco, spesso consiste, tra l’altro, nell’attacco diretto ai civili e/o ad attacchi indiscriminati, in entrambi i casi crimini di guerra. Gli attacchi israeliani sui pescatori palestinesi della Striscia di Gaza costituiscono una violazione del diritto umanitario internazionale, come codificato dall’articolo 147 della Quarta convenzione di Ginevra. Inoltre tali attacchi possono costituire crimine di guerra in base agli articoli 8(2)(b)(i) del Tribunale penale dello Statuto di Roma. L’attuazione della zona cuscinetto mediante gli attacchi costituisce una forma di punizione collettiva, proibita dall’articolo 33 della Quarta convenzione di Ginevra del 1949. Il diritto al lavoro, nelle migliori condizioni possibili, è garantito dagli articoli 6 e 7 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr). Inoltre, l’articolo 11 dell’Icescr riconosce “il diritto di ciascuno a un adeguato standard di vita, per sé stesso e per la propria famiglia, che comprende cibo, alloggio e abbigliamento adeguati, e il continuo miglioramento delle condizioni di vita”.
Traduzione a cura di Stefano Di Felice

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