#MuathEye: uno scontro tra i fucili dell’occupazione e gli occhi aperti alle sue violazioni

Memo. Di Hossam Shaker. Venerdì 15 novembre il fotoreporter Muath Amarneh ha lasciato casa indossando la sua uniforme e l’elmetto blu per andare a filmare le proteste degli abitanti del villaggio di Surif, vicino ad Hebron, contro la confisca israeliana delle loro terre. Alla fine della giornata, Amarneh stesso è divenuto il protagonista nelle notizie e nelle foto della stampa. I manifestanti lo hanno portato dal campo all’ospedale dopo che l’esercito israeliano gli ha inflitto una tremenda lesione all’occhio sinistro. 

Probabilmente Muath Amarneh ha perso uno dei due occhi a causa di un proiettile di gomma, proiettili che sono già costati gli occhi a tanti altri Palestinesi. Nei giorni seguenti il fotoreporter ha attirato l’attenzione di coloro che lo sostenevano in tutto il mondo. In molti hanno pubblicato le loro foto mostrando un solo occhio con gli hashtag #MuathEye o #Eyeoftruth. 

Questo comportamento violento non è nuovo per l’occupazione, che perseguita coloro che catturano foto sul campo, ma i tempi stanno cambiando e le vittime di queste violazioni non sono più sole. Gli attacchi continui di Israele contro giornalisti e fotografi dimostrano che il sistema dell’occupazione militare, progettato nel secolo scorso, non si è ancora adattato alla nuova era. I loro soldati sparano con molta facilità ai giornalisti che utilizzano telecamere, nel tentativo di nascondere la situazione al mondo. Ma dimenticano che stanno commettendo tali violazioni nell’epoca degli smartphone, dei social media e dello streaming live e ciò rivela che questa occupazione non è in grado di adattarsi alle logiche mediatiche del 21o secolo. 

L’occupazione israeliana ed il regime di apartheid hanno riconosciuto fin dall’inizio l’importanza della “battaglia per le coscienze”. Sono pertanto sempre stati attenti ad adottare strategie e tattiche di propaganda che consentissero loro di creare una falsa realtà e di praticare l’arte della falsità e della distrazione dalle politiche, dagli insediamenti, dagli omicidi, dalle violazioni e dagli abusi dell’occupazione. 

La macchina della propaganda israeliana è conosciuta fin dall’inizio per la sua notevole influenza, così come per la sua esperienza, nella falsificazione dell’immagine dell’occupazione. 

La competizione tra le autorità dell’occupazione, appoggiate da una superpotenza da una parte e da un popolo sotto il suo diretto dominio dall’altro, non è di solito uguale e bilanciata. Nonostante questo, la realtà del confronto mediatico rimane ancorata agli avvenimenti sul terreno e non può restare nascosta per sempre, così come gli sforzi per falsificare la sua immagine o per coprire la verità agli occhi del mondo. 

Uno dei dilemmi della propaganda dell’occupazione è che la questione palestinese è basata su una storia chiara e ben precisa che non può essere negata in nessuna analisi obiettiva che sia priva di pregiudizi e preconcetti. I fatti sul campo la confermano. Chi, ad esempio, può convincere il mondo che confiscare i terreni agricoli dei Palestinesi o erigere giganteschi muri grigi attorno alle comunità palestinesi siano le politiche ideale? O che l’uccisione di bambini che giocano in spiaggia per mano di soldati o l’arresto di minori dalle loro abitazioni all’alba siano comportamenti di cui andare fieri? O che l’uccisione di un paramedico palestinese che indossa il suo camice bianco sul campo, assieme al compimento di massacri contro decine di altri manifestanti pacifici di tutte le età, e la loro giustificazione in pubblico, siano davvero un comportamento morale e civile? 

Se la macchina militare israeliana decide, sin dal secolo scorso, di controllare il territorio con la forza e di continuare a privare il popolo palestinese dei suoi legittimi diritti alla libertà e alla autodeterminazione, allora il suo problema continua ad esistere assieme alla realtà miserevole che ha creato e continua a rafforzarsi a causa della sua brutalità. Questo è dovuto soprattutto al perpetuo desiderio di liberazione espresso continuamente dai Palestinesi, una generazione dopo l’altra. Le autorità dell’occupazione sono state sfortunate, viste le nuove e moderne opportunità che tutte le masse del mondo hanno oggi a disposizione per seguire l’occupazione, l’oppressione e la brutalità che si verificano sul campo. L’aumento delle prospettive per le reti e le trasmissioni continuerà ad esercitare sempre più pressioni sulla propaganda dell’occupazione. 

Sembra quindi inconcepibile che giornalisti e fotoreporter continuino ad essere il target selezionato di cecchini o degli attacchi violenti dei soldati occupanti, visto che gli occhi aperti sulla realtà possono facilmente far scoprire la verità e minare l’ingenua narrativa della propaganda con le sue irrealistiche rivendicazioni. 

Quindi, la violenza dell’occupazione israeliana non solo colpisce i manifestanti palestinesi nella Striscia di Gaza ed in Cisgiordania, ma cerca anche di intimidire i giornalisti. L’occupazione ha utilizzato diversi metodi di intimidazione, compresi gli omicidi, i ferimenti, gli abusi e gli arresti.

 Questo è uno scontro tra il fucile e la telecamera o un confronto tra il proiettile e l’occhio aperto contro le sue violazioni. 

Il giornalista Muath Amarneh, infatti, ha perso un occhio sul campo. Ha però guadagnato gli occhi dei suoi sostenitori in tutto il mondo, che hanno coperto un occhio tenendo l’altro aperto, per continuare a monitorare la verità che non puà, in questi giorni, essere negata.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

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