“Non ci sarà uno Stato palestinese”

Di Angela Lano – InfoPal. In anni di studio e lavoro sulla “questione” palestinese, ci siamo chiesti più volte quale fosse il nemico n. 2 della Palestina, dei suoi diritti e principi fondamentali. O, se vogliamo essere meno severi, una grande zavorra. Il nemico n. 1 è noto a tutti: Israele, la Israeli lobby nel mondo e le politiche Usa, e la corte dei miracoli europea con i suoi “due-pesi-due-misure”.

Ma l’altro, la zavorra, abbiamo iniziato a prenderlo in considerazione in anni relativamente recenti. È indubbiamente una parte del notabilato palestinese stesso. Di qualunque colore politico esso sia – giallo, verde e rosso -, e dovunque risieda – in Palestina, in Europa, nei Paesi islamici o nel resto del mondo.

Non stiamo affatto parlando di leader carismatici di Hamas, del Jihad islamico, ancora in vita o martiri, o del Fplp e di Fatah da anni rinchiusi nelle prigioni israeliane.

Logiche dal basso.

Feudatari moderni. Stiamo parlando di capi e capetti locali, notabili e notabilotti, odierni feudatari arabi che sguazzano, garantendosi carriere personali e politiche, nella questione palestinese.

Partendo dal basso, da logiche di cortile, ci stiamo riferendo a chi non è capace di tessere strategie congiunte con altri sostenitori della causa, perché di fazioni, religioni, ideologie o clan diversi dal proprio; di chi è interessato quasi solo a una sequenza di foto-ricordo di delegazioni pompose a Gaza o a Ramallah o dov’altro o a discorsi rivolti a favore di Tv o microfono; di chi fa le scarpe e gli sgambetti ai propri collaboratori, compagni di lotta o di partito; di chi s’allea tatticamente con questo o con quello; di chi licenzia su due piedi padri di famiglia che chiedono limpidezza o che osano criticare il capo-tribù; di chi smorza la voce al dissenso; di chi passa sopra ai diritti umani pur spacciandosi per sostenitore dei diritti degli oppressi; di chi fa dell’ingiustizia e della manipolazione del consenso il proprio stile di vita; di chi pensa solo al proprio personale tornaconto politico e di carriera. E la lista sarebbe ancora lunga…

Certo notabilato è la quintessenza del tribalismo arabo persistente alla prima “primavera araba”, quella islamica, per eccellenza: la rivoluzione culturale, politica e religiosa avviata dal profeta Muhammad nel 600 d.C. Quel tribalismo, che Mohammad iniziò a spazzare via nel periodo medinese, e che era il prodotto naturale di una civiltà nomade e arretrata di 1400 anni fa, è un boomerang, una catastrofe nel suo sopravvivere attuale nella vita quotidiana di popoli entrati nella Storia contemporanea, dinamica e colta.

Divide et impera. È su queste tendenze “karmiche” del mondo arabo e palestinese che agisce Israele per creare divisioni, e con successo. È come dire: la causa interna, manifesta o latente, che incontrando quella esterna, potente, astuta e feroce, produce il disastro del secolo scorso e di quello presente. Sulle cause interne di tale disastro, sconfitta e tragedia si sono interrogati, per decenni, schiere di intellettuali arabi e palestinesi, puntando il dito su arretratezza, ignoranza, tribalismo, corruzione, servilismo e sudditanza all’Occidente.

Colonialismo e contaminazioni.

Il colonialismo europeo, e poi statunitense, tra Ottocento e Novecento, è alla base della tragedia palestinese – il Sionismo è un prodotto coloniale europeo – e di altre decennali oppressioni nel mondo arabo – i regimi dittatoriali al soldo occidentale che dal Nordafrica (ora parzialmente liberato) arrivano fino alle petro-monarchie oscurantiste del Golfo dure a morire, con le attuali alleanze finanziario-politico-religiose con al-Qa’ida made in Cia e con Nato-Usa-Eu-Israele per l’esportazione della “democrazia” delle guerre di rapina.

Contaminazioni eccellenti. Gli stessi nazionalismi arabi e risvegli islamici di fine Ottocento e primi del Novecento – prodotti dall’elaborazione religiosa, filosofica e intellettuale di grandi pensatori arabi e musulmani, spesso residenti o soggiornanti in Europa -, sono contaminati di pensiero occidentale.

Ovviamente, le contaminazioni culturali e politiche sono di per sé positive: si pensi a quelle medioevali, tra mondo arabo-islamico ed Europa, dove scienziati e filosofi islamici recuperarono l’immenso patrimonio culturale greco-latino e, attraverso traduzioni e adattamenti, da una parte lo utilizzarono rielaborandolo e creando una grande civiltà islamica, e dall’altra lo “restituirono” all’Europa medioevale, favorendo l’apertura delle porte al Rinascimento europeo.

La servitù culturale e politica, invece, è ben altra cosa. È, appunto, l’incapacità di liberarsi da una sudditanza intellettuale e politica, e, parallelamente, da logiche di profitto inter-tribale (o partitico) che portano ad allearsi con il nemico pur di conquistare altro potere o benefici personali a discapito del popolo che si dovrebbe governare e i cui diritti si dovrebbero tutelare.

E qui arriviamo a logiche più alte di quelle delle piccole corti dei notabili locali o europei.

Logiche dall’alto.

Parliamo degli accordi di Oslo, fallimentari, auto-lesionisti e tragici per la portata che hanno avuto e stanno avendo sul popolo palestinese: con essi, Israele ha dato il via alla colonizzazione di ciò che rimaneva della Cisgiordania e di Gerusalemme Est e all’ebraicizzazione esponenziale della terra di Palestina.

Un’Anp depotenziata e strumentalizzata. Un’autogoal della dirigenza palestinese di Fatah, che sì, s’è vista riconoscere come Autorità Nazionale da Israele e dalla “comunità internazionale”, ma con poteri svuotati di consistenza politica reale, e un con un ruolo di collaborazionista-quisling di Israele nella persecuzione dei patrioti palestinesi che non s’arrendono all’occupazione. Diciamo, dunque, un’autorità senza autorevolezza, e pure auto-lesionista nel confronti del proprio popolo. Quindi un fallimento.

La vittoria elettorale della Resistenza. Dalla sconfitta delle politiche dell’Olp-Anp è partita la seconda Intifada e la vittoria elettorale, nel gennaio del 2006, del movimento di Hamas, legato al concetto di resistenza, di lotta di liberazione e di sostegno alle istanze della popolazione palestinese, sia a livello sociale sia politico.

Di fianco al disastro degli accordi di Oslo dovremmo mettere quello dei “negoziati”, del “processo di pace” dei due decenni successivi.

“Non ci sarà uno Stato palestinese”.

Spiega bene e con angosciato realismo le “cause interne” dell’attuale stallo palestinese, della perpetuazione tragica di una sconfitta ai danni di un intero popolo, l’avvocato e intellettuale franco-palestinese Ziyad Clot nel suo libro: “Non ci sarà uno Stato palestinese. Diario di un negoziatore in Palestina” (edizioni Zambon 2010).

“(…) Il processo di pace è uno spettacolo, una farsa che si gioca a spese della riconciliazione palestinese e al prezzo del sangue versato a Gaza.

“(…) Malgrado la tragedia vissuta a Gaza, malgrado l’esplosione della colonizzazione, malgrado la totale mancanza di buona fede da parte degli israeliani nei negoziati di pace, l’Olp continuerà a negoziare. Contro tutti e contro tutto. Una vera fuga in avanti: Negoziare! Perché l’Olp ha deciso che non c’è altra scelta. Perché, certamente, la sopravvivenza politica della sua vecchia guardia è in gioco. Perché, dopo decenni di lotte, gli ultimi compagni di Arafat, quelli che hanno ancora il pieno sostegno della ‘comunità internazionale’, pensano che la creazione dello Stato palestinese non sia poi così lontana” (pagg. 108-109).

Ricorda, poi, nelle pagine successive, l’applicazione del “programma americano”, con il finanziamento, sostenuto anche dai diversi Paesi arabi, delle forze di Fatah in funzione anti-Hamas, e la conseguente guerra civile scoppiata di lì a poco, che vide, tra gli episodi più vergognosi, l’assalto, da parte delle truppe di Dahlan, dell’università islamica di Gaza, all’inizio di febbraio 2007, e la preparazione di un tentativo di golpe con l’appoggio degli Usa, sventato da Hamas, che, dopo scontri sanguinosi con i miliziani di Fatah, prende il “controllo” della Striscia (giugno 2007).

Anche qui, facendo leva sulla volontà di mantenere il potere da parte di Fatah, nonostante la clamorosa e sintomatica sconfitta elettorale del gennaio del 2006, il divide et impera Usraeliano funziona, creando appunto scontri inter-palestinesi, una conflittualità ancora irrisolta, nonostante i tanti incontri e accordi tra Fatah e Hamas e gli annunci periodici di imminente riconciliazione nazionale.

Scrive ancora Clot alle pagine 114-116, riferendosi alla drammatica e fratricida stagione 2006-2007: “(…) Mahmoud Abbas si è lasciato convincere dal suo alleato americano: nella speranza di un ritorno al tavolo dei negoziati con Israele, ha accettato di collaborare alla eliminazione di Hamas. Contro l’unità del suo popolo,  Abu Mazen ha aderito al piano di George W. Bush.

“È ormai fin troppo chiaro. Ho appena capito tutta la crudeltà dell’ambiente in cui svolgo il mio ruolo di consigliere dell’Olp.

“(…) Tutto prova che la scelta dei negoziati sarà inutile. Peggio, tutto lascia intendere che sarà pagata a caro prezzo. Ora ho capito che l’Autorità Palestinese, nel corso degli anni, è diventata un’autorità d’occupazione. Si è ridotta a fare il lavoro sporco in Cisgiordania al posto degli israeliani, con il sostegno degli americani e dell’Unione Europea”.

Il riferimento è anche alle politiche di arresti politici giornalieri, torture e persecuzioni, perpetrati dalle forze di sicurezze dell’Anp di Ramallah ai danni di simpatizzanti e militanti di Hamas, Jihad islamico, Fronte popolare e persino delle brigate di Fatah e di tutti quei gruppi o singoli cittadini che, a livello diverso – con resistenza attiva o passiva – si ribellano all’occupazione della propria terra.

Scenari presenti, scenari futuri

Per l’ex negoziatore Olp Clot, fallito il processo di pace, di cui nel suo libro svela ipocrisie, trappole e manipolazioni, la soluzione all’ormai centenario conflitto palestino-sionista non può che passare attraverso uno Stato unico, binazionale, per palestinesi musulmani e cristiani e ebrei israeliani: l’”Israeltine”:

“Solo l’osservatore attento e senza preconcetti, che si è alleggerito dei dogmi della fede e dei breviari del ‘processo di pace’ e che riesce a mettere in sordina la cacofonia delle innumerevoli risoluzioni dell’Onu su questo conflitto, costantemente inapplicate, accetterà di constatare che la soluzione due Stati è ormai obsoleta, perché la creazione dello Stato palestinese è diventata impossibile.

“(…) Lo Stato d’Israele controlla in maniera più o meno completa l’insieme dell’antica Palestina mandataria, e discrimina la popolazione palestinese che ancora vi si trova. ‘Israeltine’, che si estende dal Mediterraneo al Giordano, è un solo Stato, fallito” (pagg. 249-250).

 

 

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