Obama e la Palestina, l’Api: ‘Aspettiamo i fatti, ma non vediamo cambiamenti concreti all’orizzonte’.

Infopal, 5 maggio.

Di Angela Lano.

Il discorso (*) pronunciato ieri dal presidente Usa Barack Obama, all'università del Cairo, ha suscitato numerose e contrastanti reazioni nel mondo arabo-islamico e in Europa. Da una parte, gli entusiasti parlano di “discorso storico”, di “nuova immagine americana”, di “evento epocale”, dall'altra i pragmatici sottolineano che quanto affermato da Obama non porta alcuna novità, poiché di “Stato palestinese” si parla da decenni, ma nessuna amministrazione statunitense ha mai realizzato le promesse. 

Indubbiamente, però, una novità c'è, e va individuata nella retorica moderata, conciliante, colta del presidente, che ben si discosta dal linguaggio violento, brutale e rozzo del suo predecessore. Nella prassi, tuttavia, Obama ha dimostrato una decisa continuità con le amministrazioni di George W. Bush: ha potenziato, anziché ritirarle, la presenza delle truppe statunitensi in Afghanistan; in Iraq nulla è cambiato; non ha chiuso, come promesso, il lager di Guantanamo, né ha condannato i torturatori; nei confronti dello Stato sionista sta portando avanti la stessa linea totalmente assoggettata al diktat della Israel Lobby e dell'Aipac, confermando, subito dopo il genocidio di Gaza, l'invio di ingenti capitali. Dunque, niente di nuovo, oltre al linguaggio, alla comunicazione.

I palestinesi aspettano i fatti, fanno sapere, anche se apprezzano il nuovo “tono” obamiano. Per lo meno, non grida allo “scontro di civiltà”.

Abbiamo chiesto a Mohammad Hannoun, architetto palestinese e presidente dell'Associazione dei Palestinesi in Italia – Api, nonché vicepresidente della European Campaign to end the siege on Gaza, quali sono le sue impressioni sul “discorso di Obama” e le sue attese.

“Noi speriamo in una nuova politica che renda pacifica la relazione tra mondo arabo – islamico e Stati Uniti. La folla politica americana finora attuata in Medio Oriente ha reso impossibile un rapporto sereno. Perché cambino le prospettive, noi aspettiamo dagli Usa fatti e non parole. Voglio ricordare che anche il guerrafondaio Bush prometteva la creazione di uno Stato palestinese entro il 2008, ma ha finito il suo mandato e anziché migliorare la situazione è precipitata. Abbiamo assistito a un olocausto a Gaza: l'uccisione di centinaia e centinaia di palestinesi e il ferimento di altre migliaia. Abbiamo visto un embargo che uccide ogni giorno”.

Non vede differenze, dunque, tra Obama e Bush?

“Le dichiarazioni di Obama non sono diverse da quelle dei suoi predecessori… Inoltre, anche lui ha confermato l’atteggiamento di sostegno americano nei confronti di Israele e alla realizzazione di uno Stato ebraico. Ciò implica l’espulsione di 1,5 milioni di palestinesi, musulmani e cristiani, con cittadinanza israeliana. Altrimenti, che significa creare uno stato ebraico? Che fine faranno i musulmani e i cristiani, palestinesi, che vivono nello stato israeliano?”.

Sfiducia totale?

“Ormai noi non ci fidiamo più di nessuno: durante i 61 anni di occupazione ci hanno fatto tante promesse, mai mantenute. Altrettante sono le risoluzioni Onu disattese. Nessuno ha garantito la concretizzazione dei nostri diritti. Nessuno ci ha aiutato. In questi decenni la situazione è degenerata. Abbiamo visto continui attacchi, massacri, una crescita esponenziale delle colonie e dei checkpoint, la costruzione del Muro della Vergogna che divide la Cisgiordania in tanti bantustan… Ecco perché, ora, aspettiamo fatti concreti”.

Secondo lei, allora, questi fatti concreti potranno arrivare da Obama?

“No. Non è diverso dagli altri. Concediamoci un po’ di ottimismo, va bene…, ma credo che lui non sarà in grado di opporsi alla Israel Lobby. E' lei che domina le scelte statunitensi in fatto di politica estera, e non solo.

Nel suo discorso ha cercato di sensibilizzare la comunità arabo-islamica per ripristinare una buona immagine e un po' di fiducia, dopo gli otto anni di amministrazione Bush – anni di terrorismo, di minacce, di guerre contro il mondo arabo e islamico. Si tratta, temo proprio, soltanto di una operazione di make-up, di immagine”.

Ma il mondo arabo, il governo Hamas, l’Anp, hanno tutti espresso posizioni favorevoli sia nei confronti del viaggio sia del discorso di Obama…

“Sì, ma le parole non bastano. Aspettiamo i fatti. Il presidente Usa ha fatto belle dichiarazioni al mondo arabo, ma anche a Israle, sottolinenando all'estremista Netanyahu il sostegno assoluto alla politica israeliana. Diciamo che Obama è un bravo comunicatore, molto attento alle public relations. Domani le sue azioni lo tradiranno, temo. Altrimenti, perché non dimostrare concretamente la sua 'diversità' dalla precedente amministrazione ritirando, ad esempio, le sue truppe dall’Afghanistan e dall’Iraq?”

Nutrite speranze per la creazione dello Stato palestinese?

“No. Dove lo dovrebbero creare? In cielo? Dei territori della Cisgiordania non è rimasto più nulla: vediamo ingigantirsi le colonie e il Muro. Dove sarà creato questo stato?

Obama, come tutti gli altri, non ha il coraggio di opporsi alle lobby. Chi decide negli Usa non è il presidente: chi ha in mano il potere reale sono le lobby”.

Allora, perché il presidente Usa avrebbe assunto il compito di “ricucire lo strappo” con il mondo arabo e islamico?

“Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di riconquistare una nuova immagine, completamente distrutta dagli otto anni di gestione-Bush; inoltre, la crisi economica li costringe a guardare anche ai mercati arabi. Per questo è importante ottenerne la fiducia attraverso un nuovo atteggiamento e una nuova retorica, e far vedere che gli Usa rispettano la civiltà islamica”.

Ma ha anche parlato di democrazia nel mondo arabo, non esportabile con la forza. Un passo avanti, rispetto a Bush…

“Le dichiarazioni sulla necessità della democrazia nel mondo arabo sono solo uno strumento per spaventare i regimi dittatoriali ma amici dell’Occidente: 'attenti, noi sosterremo elezioni democratiche che andranno contro di voi'. Questo è, più o meno, il senso. Si tratta di un ricatto. Perché, altrimenti, gli Stati Uniti non hanno accettato l’esito delle prime vere democratiche elezioni, monitorate da osservatori internazionali, svoltesi in Palestina nel gennaio del 2006? Perché le hanno screditate e hanno punito l'intera popolazione palestinese, in particolare la Striscia di Gaza, per aver dato la vittoria a Hamas? Tutto ciò non ha senso. E' palesemente incoerente, e rende poco credibili le attuali dichiarazioni di Obama”.

Pessimismo su tutti i fronti, dunque?

“Sinceramente, spero che lui possa davvero tutelare gli interessi del popolo americano e non quelli, limitati, della Israel Lobby, ma non so se ce la farà”.

(*) Discorso del presidente americano Barack Obama all'Università del Cairo.

 

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