Omicidio premeditato a Gaza

MEMO. Una settimana dopo il fatale giro di vite, in seguito alle proteste palestinesi nella Striscia di Gaza nel Giorno della Terra, è diventato chiaro che l’uccisione dei manifestanti costituisce un caso di omicidio premeditato. La prova è schiacciante e quasi interamente fornita dai militari israeliani stessi.

Innanzitutto, se si considera la preparazione delle autorità israeliane e le aperte minacce alla vigilia di venerdì 30 marzo. Due giorni prima, il capo delle forze armate israeliane ha riportato orgogliosamente ai media locali che ci sarebbero stati più di 100 cecchini posizionati al confine con la Striscia di Gaza, la maggior parte di unità speciali, autorizzati a sparare sui manifestanti palestinesi.

Intanto, un portavoce del governo ha persino terrorizzato i manifestanti twittando un video di un civile palestinese disarmato mentre viene colpito dal proiettile di un soldato israeliano. Non stupisce, quindi, che i gruppi sui diritti umani come Amnesty International e B’Tselem abbiano messo in guardia, prima del tempo, che le forze israeliane si stessero preparando per “sparare e uccidere manifestanti palestinesi disarmati”.

Come descritto da un articolo del giornale israeliano The Jerusalem Post, dopo lo spargimento di sangue di venerdì, “le affermazioni di Israele che hanno preceduto gli incidenti si sono concentrate sulla sua prontezza nell’utilizzo del fuoco anziché descrivere come i suoi organi legali fossero coinvolti nel prevedere vincoli”.

Bisogna notare che le aperte minacce degli ufficiali israeliani sono state citate dai sostenitori dell’esercito come attenuazione, dicendo che “i palestinesi erano stati avvisati”. Nonostante sembri ridicolo doverlo sottolineare, dichiarare in anticipo l’interno di commettere atti criminali non soltanto fallisce nell’assolvere dalle azioni commesse ma costituisce anche una parte importante della prova di colpevolezza.

Il giorno della manifestazione e l’indomani, la risposta degli ufficiali israeliani alle critiche internazionali è stata istruttiva. Un esempio notevole è stato quello dell’esercito israeliano che ha twittato e poi eliminato un post in cui ci si vantava di ogni colpo sparato: “niente è stato commesso fuori dal nostro controllo”, ha detto il portavoce dell’IDF, “tutto era accurato e misurato e sappiamo esattamente dove ogni proiettile è atterrato”.

Il portavoce dell’esercito, il brigadiere capo Ronen Manelis, intanto, ha giustificato esplicitamente il colpo sparato ad un palestinese disarmato mentre cercava di fuggire, un incidente ripreso da una telecamera: il giovane uomo era “uno dei partecipanti più attivi nel far rotolare le gomme incendiate verso il filo di ferro”, ha detto.

I leader politici erano ugualmente impenitenti e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato: “I nostri soldati hanno svolto un buon lavoro”. Un portavoce del partito di maggioranza Likud, Eli Hazan, ha detto alla televisione israeliana che 30.000 manifestanti – uomini, donne e bambini – erano “target legittimi”.

Un’ulteriore prova sono le regole d’ingaggio dell’esercito israeliano e quelle sull’apertura del fuoco che “permettono ai cecchini di sparare a qualsiasi persona che si avvicini al filo spinato, con l’intento di romperlo per entrare in Israele.” Questa settimana, il ministro della difesa Avigdor Lieberman ha affermato che le regole resteranno identiche: “se vi saranno provocazioni, ci sarà una delle più dure reazioni, come quelle della scorsa settimana”.

L’esercito israeliano ha ripetuto insistentemente di sparare ai provocatori e alle persone che si avvicinano al perimetro del filo spinato. “Una persona disarmata può stare fino a 100 metri di distanza dal confine, prima che i soldati aprano il fuoco su di essa” (enfasi dello scrittore), secondo un report.

Traduzione per InfoPal di Martina Di Febo

 

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