Palestina: 68 anni fa, il villaggio di Sirin

SirinA cura di Parallelo Palestina.

Il villaggio di Sirin

Sirin fu occupato il 12 maggio 1948. Era situato vicino a Baysan in una delle terre di Jiftiliq storicamente chiamate terre del “mudawar”, che erano nominalmente di proprietà del sultano ottomano ma coltivate dai contadini palestinesi. Sirin divenne una florida comunità intorno al sepolcro del santo musulmano Shaykh Ibn Sirin. La terra in quella parte della Palestina è aspra e dura e le estati sono insopportabilmente calde. Tuttavia, l’abitato, che si sviluppò intorno al sepolcro e alle vicine sorgenti a tre chilometri, assomigliava ai villaggi dotati di una clima migliore e di acqua fresca perenne. Gli animali trasportavano l’acqua dai pozzi e solerti contadini la usavano per trasformare una terra aspra in un piccolo Eden. Sirin era una comunità isolata, poiché non era raggiungibile in auto, ma chi la visitava ne coglieva subito il particolare stile costruttivo: le case di Sirin erano fatte di pietre vulcaniche nere mescolate con argilla e i tetti erano coperti di strati di legno e bambù intrecciati.

Sirin era considerata un eccellente esempio del sistema collettivo di condivisione delle terre, al quale gli abitanti del villaggio avevano aderito fin dal periodo ottomano e qui erano sopravvissute sia la capitalizzazione dell’agricoltura locale sia l’iniziativa sionista per la terra. Vantava tre ricchi bustan (giardini con alberi da frutto) e uliveti che occupavano oltre 9000 dunam di terra (su 17.000). La terra apparteneva al villaggio nel suo insieme e la dimensione della famiglia determinava la sua quota di raccolto e di territorio.

Sirin era anche un villaggio che aveva le giuste relazioni. Alla famiglia principale, Zu’bi, era stata promessa l’immunità da parte dell’Agenzia ebraica, poiché apparteneva a un clan collaborazionista. Mubarak al-Haj al-Zu’bi, i1 mukhtar, un giovane istruito con stretti rapporti con i partiti d’opposizione, era amico di Shabtai Levi, sindaco ebreo di Haifa, dal tempo in cui entrambi lavoravano nell’azienda del barone Rothschild. Sembrava certo che i 700 abitanti del suo villaggio non avrebbero subito la sorte dei villaggi vicini. Ma vi era un altro clan nel villaggio, quello di Abu al-Hija, che era fedele all’ex mufti, al-Hajj Amin al Husayni, e al suo partito nazionale. Secondo il dossier del 1943 dell’Haganà su Sirin, fu la presenza di questo clan che rovinò il villaggio. Il dossier registra che a Sirin dieci componenti del clan Abu al-Hija avevano partecipato alla Rivolta del 1936 e che “nessuno di loro era stato arrestato o ucciso e che si erano tenuti i loro fucili”.

A volte il villaggio aveva sofferto per l’ostilità tra i due principali clan, ma, come ovunque in Palestina, le cose erano migliorate dopo la Rivolta, e prima della fine del Mandato la spaccatura interna era superata.

Ll mukhtar di Sirin sperava che l’immunità del villaggio venisse ulteriormente assicurata dalla presenza di un piccolo clan cristiano che aveva eccellenti rapporti con tutti gli altri abitanti.

Uno dei membri era il maestro del villaggio, il quale, senza alcun pregiudizio dettato da appartenenze politiche o familiari, insegnava a una classe composta da 40 bambini. Uno dei suoi migliori amici era Shaykh Muhammad al-Mustafa, l’imam della moschea e guardiano della chiesa e del monastero cristiani, anch’essi situati all’interno del villaggio.

In poche ore, questo microcosmo di armonia e di convivenza religiosa venne devastato. Gli abitanti del villaggio non organizzarono nessuna resistenza. Le truppe ebraiche radunarono i musulmani di entrambi i clan insieme ai cristiani e ordinarono loro di attraversare il fiume Giordano e di recarsi sull’altra riva. Quindi demolirono la moschea, la chiesa, il monastero e tutte le case. Ben presto, anche gli alberi nei bustan si seccarono e morirono.

Oggi una siepe di cactus circonda le macerie che furono Sirin. Gli ebrei non sono mai riusciti a ripetere il successo palestinese di far fiorire l’aspra terra della Valle, ma le sorgenti, nei dintorni, sono ancora lì: una lugubre visione, poiché non servono più a nessuno.

 

Da La pulizia etnica della Palestina, di Ilan Pappe – Fazi editore – Capitolo 5

Ilan Pappé è uno dei maggiori storici del Medio Oriente. Nato ad Haifa nel 1954 da genitori ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista, si è laureato alla Hebrew University e ha conseguito il dottorato a Oxford. Nel 2005 ha sostenuto il boicottaggio (incluso quello accademico) di Israele e per questo, dopo aver insegnato per anni a Haifa, si è dovuto trasferire in Gran Bretagna, all’Università di Exeter.

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