Perché gli Israeliani riescono sempre a farla franca

342702CEIMaureen Clare Murphy. “Ero sul balcone di casa mia. Ho sentito Saad che gridava, ‘Aiutatemi, mi hanno ucciso,’” racconta Ibrahim Dawabsha in un nuovo documentario prodotto dal gruppo per i diritti umani palestinese Al-Haq.

Ibrahim è accorso sul posto e ha trovato Saad Dawabsha e sua moglie, Riham, al suolo, i loro corpi in fiamme.

Un uomo dal volto mascherato era in piedi vicino a Saad, un altro accanto a sua moglie.

Ibrahim ha portato fuori dalla casa in fiamme Saad e Riham, poi ha tratto in salvo il loro figlioletto Ahmed, di 4 anni, ancora all’interno.

“L’ho portato da un vicino, il quale mi ha detto che in casa c’era anche un altro bambino, di nome Ali. Sono tornato a casa di Saad, che ormai era completamente avvolta dalle fiamme.

”Mentre aspettavano l’arrivo dei vigili del fuoco, i vicini hanno tentato in vano di salvare Ali, che è morto nell’incendio.

Cellula violenta

Sei ore prima dell’incendio che ha raso al suolo la casa della famiglia Dawabsha, nel villaggio cisgiordano occupato di Duma, il 31 luglio, la rete televisiva israeliana Canale 2 aveva trasmesso un servizio su un gruppo di coloni, responsabili di aver dato alle fiamme la Chiesa della Moltiplicazione dei Pani e dei pesci, in Galilea.

Al momento dell’arresto, secondo Canale 2, i membri della cellula avevano ammesso di aver appiccato il fuoco nella chiesa, ma anche in abitazioni e moschee della Cisgiordania. Gli inquirenti hanno trovato un CD autoprodotto in cui descrivevano le modalità per bruciare vivi degli Arabi: spaccare i vetri di una casa, lanciare materiale infiammabile nelle stanze e appiccare il fuoco a tutte le uscite.

“In questo modo gli Arabi moriranno tra le fiamme,” garantivano le istruzioni.

Dopo l’incendio che ha distrutto la casa dei Dawabsha, l’esercito israeliano ha indetto una conferenza stampa fuori dall’abitazione.

Nel documentario di Al-Haq, si sente un portavoce dell’esercito dichiarare, in lingua araba, che Israele promette “di arrestare i responsabili e assicurarli alla giustizia.”

Nessuno sa quanto vuote siano quelle promesse più di Hussein Abu Khudair.

Suo figlio sedicenne Muhammad fu rapito fuori dalla sua casa di Gerusalemme e bruciato vivo nel giugno del 2014, qualche ora dopo una manifestazione dell’estrema destra in cui i partecipanti avevano intonato lo slogan “A morte gli Arabi.”

“I rapitori di mio figlio avevano partecipato al corteo, che li ha spronati moralmente a sequestrare e a bruciare Muhammad,” spiega Hussein nel documentario.

“Per ben quattro giorni, la polizia israeliana si è ostinata a seguire la pista del movente familiare,” ha aggiunto.

“Se non fosse stato per le immagini delle telecamere di sorveglianza, che hanno ripreso il momento del sequestro e il volto dei rapitori, la Polizia avrebbe avviato una procedura contro ignoti.”

“Se il giudice è un tuo nemico”

I responsabili dell’omicidio di Muhammad sono stati sottoposti a processo. Ma Hussein non crede che la sua famiglia potrà avere giustizia.

“Il sistema giudiziario israeliano non è imparziale. Se il giudice è un tuo nemico, a chi puoi rivolgerti? Il sistema è compiacente verso questi criminali.”

Hussein è convinto che l’omicidio di suo figlio poteva essere evitato.

“La polizia ha collaborato con loro, nonostante fossero già stati arrestati prima di bruciare e uccidere Muhammad,” dice.

Probabilmente, Saad e Riham Dawabsha direbbero lo stesso sui criminali che hanno arso vivo il loro figlioletto Ali, di soli 18 mesi. Ma non possiamo saperlo, perché Saad è morto in seguito alle ustioni una settimana dopo l’attentato incendiario e Riham si è spenta dopo un mese.

Impunità

A circa due mesi dall’attentato, non è stato formulato ancora alcun capo d’accusa, nonostante il governo israeliano conosca i responsabili.

La promessa del portavoce dell’esercito israeliano suona ancora più cinica, vista la lunga storia di aggressioni da parte dei coloni ai danni dei Palestinesi, dei loro raccolti, delle loro case e dei loro luoghi di preghiera, rimaste tutte impunite.

Ma è anche profondamente falsa, perché in realtà l’esercito protegge la presenza stessa dei coloni in Cisgiordania per mezzo di un’occupazione violenta che priva i Palestinesi dei loro diritti fondamentali.

L’esercito israeliano è al servizio dei coloni, componente indispensabile della macchina di occupazione statale.

Per quale motivo l’esercito dovrebbe punire duramente i coloni, quando i suoi stessi soldati in uniforme la fanno sempre franca quando uccidono i Palestinesi ai checkpoint, com’è accaduto martedì scorso alla diciottenne Hadil Salah Hashlamoun?

Chi crede che una famiglia palestinese possa ottenere giustizia in un tribunale israeliano ignora completamente il sistema e gli interessi che deve proteggere.

Traduzione di Romana Rubeo

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