Piante antiche: riflessioni sulla vita palestinese dalle montagne della Galilea

Middleeasteye.netHatim Kanaaneh. (Da InvictaPalestina.org). Una passeggiata tra le montagne e cosa avrebbe potuto essere se Israele non avesse distrutto centinaia di moschee palestinesi.

Mi  è sempre piaciuta la birra per il suo retrogusto amaro. Recentemente,  oltre al gusto delicato ho scoperto la varietà selvatica della pianta.

Nel pomeriggio del nostro 79° compleanno (facendo una media), mia moglie ed io abbiamo fatto  una lunga escursione sulle montagne della Galilea che incorniciano Arrabeh. Eravamo soliti in passato camminare per quegli stessi sentieri di montagna, portando i nostri due bambini sulle spalle, per andare a visitare i nostri amici, i due monaci che avevano  scelto la cima più alta delle nostre alture per ricreare la vita monastica in Palestina.

Questo accadeva prima dell’assalto alla Galilea guidato da Ariel Sharon, con tutti gli insediamenti ebraici edificati in cima alla montagna e  dichiarati necessari per proteggere la nostra terra da noi stessi.

Mia moglie e io sostenevamo con cautela le nostre fragili ossa con un paio di bastoncini da passeggio ciascuno. Abbiamo raggiunto il nostro  obiettivo di 10.000 passi sul fitbit che mia moglie indossa. Lei è molto pignola su certe questioni.

Lo  è stata  anche quando si  è trattato di identificare la vegetazione nativa sul lato del sentiero sterrato: alberi, cespugli, fiori ed erba, sia commestibili che velenosi.

A un certo punto, ha richiamato la mia attenzione su un sottile gambo simile al grano, con una bella spiga ciondolante e pesante, che ha identificato come luppolo selvatico. Ne ho colto uno e l’ho avvolto con cura in un tovagliolo di carta per mostrarla  a mio nipote gioielliere, in modo che potesse ricrearlo in oro o argento sotto forma di orecchino o ciondolo.

Il giorno successivo, ho ripensato alla nostra escursione mentre leggevo una notizia che  riportava come una vecchia moschea di Safed, il luogo di nascita del presidente palestinese Mahmoud Abbas, era stata trasformata in un bar e in una sala per matrimoni. Secondo al-Quds al-Arabi, dal 1948 la destinazione della  moschea di al-Ahmar era stata più volte cambiata, prima in una scuola ebraica, poi in un centro per le campagne elettorali, poi in un negozio di abbigliamento e ora in un bar e in una sala per eventi.

Per me questo fatto non era così scioccante come avrebbe potuto esserlo per gli altri lettori. Per anni, quando arrivavano amici dall’estero, li ho spesso portati in uno dei miei siti preferiti: la vecchia moschea di Ein Hod. Lungo la strada,  solitamente spiegavo il miracolo socioculturale che Marcel Janco, il nuovo artista dadaista rumeno, e i suoi seguaci, avevano compiuto..

Gola secca.

Negli anni ’50, le case di pietra del secolare villaggio palestinese di Ein Hawd furono demolite per  creare una colonia artistica. Nel processo, il nome del villaggio  fu cambiato dall’arabo Ein Hawd (che significa ” Sorgente dell’abbeveratoio”) all’ebraico Ein Hod (che significa “Sorgente  di  grazia”).

Ad alcuni residenti palestinesi originari del villaggio, discendenti del clan Abu al-Hija, che trasferitosi dai propri  campi di ulivi aveva infine fondato il nuovo Ein Hawd, venne offerto un  lavoro come guardie, giardinieri e governanti nelle loro stesse case, riproposte come gallerie d’arte.

Di solito alludo anche alla maggior parte degli Abu al-Hijas, diventati rifugiati a Jenin e che hanno fornito la trama per “Ogni mattina  a Jenin”, il romanzo che ha lanciato la mia amica Susan Abulhawa come una delle principali scrittrici  di narrativa palestinese.

Altri non sono stati così fortunati.  Ne è un esempio il non riconosciuto villaggio beduino di al-Araqib, che è stato demolito e ricostruito quasi 150 volte

A questo punto del mio tour-guidato, di solito  mi ritrovo con la gola secca a causa dell’impatto emotivo della narrativa  e, ancor più, perché, come scrittore, da anni   sto arrancando per raggiungere il livello letterario di Abulhawa.

Potete immaginare quanto sia dissetante una birra ghiacciata. Dopodiché, di solito torniamo di corsa al nostro autobus nel parcheggio adiacente, l’ex cimitero del villaggio ricoperto di asfalto, e ci dirigiamo verso l’ Ein Hawd alternativo, che ha guidato la lotta in nome  di un numero imprecisato di villaggi palestinesi non riconosciuti in Israele. Come  una dozzina o più di villaggi simili, questo ha finalmente ottenuto il riconoscimento.

Il titolo di proprietà della nazione ebraica.

Altri non sono stati così fortunati. Ne è testimone il non riconosciuto villaggio beduino di al-Araqib, che è stato demolito e ricostruito quasi 150 volte. Quando la corte proibì al suo capo, Sheikh Sayyah al-Turi, di entrare nel villaggio, lui si stabilì nel cimitero.

Non c’è da stupirsi che anche sua moglie e il loro figlio abbiano trascorso del tempo in carcere.. Non hanno la necessaria empatia  verso i discendenti dell’Olocausto per accettare di spostarsi, consentendo ai coloni ebrei di costruire al posto del loro villaggio un paradiso residenziale e di far fiorire il deserto. La logica dei funzionari governativi coinvolti, compresi i giudici della Corte Suprema, è impeccabile: l’attenzione deve essere rivolta ai coloni ebrei che rivendicano la loro patria.

Dio, la mia gola è di nuovo secca. Penso a tutti i bar che avrebbero costellato il Paese, se solo  Israele fosse stato più attento. All’indomani della Nakba, negli anni Cinquanta, lo stato demolì 1200 moschee, con i loro cimiteri adiacenti.

Il rappresentante di Israele all’ONU ha mostrato al Consiglio di sicurezza “l’atto di proprietà della nazione ebraica”  riferito all’intera Terra Promessa.

Lo stesso atto ha permesso alla nazione ebraica di disporre di un sufficiente numero di Palestinesi da  poter utilizzare come ” taglialegna e portatori d’acqua “. Ma ora abbiamo importato lavoratori cinesi, tailandesi e cingalesi, ovviando al bisogno di servi beduini sia in questa che nella prossima vita.

Ecco perché i loro  cimiteri probabilmente finiranno con loro chi sa dove. Al diavolo, se necessario.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Hatim Kanaaneh è un medico in pensione, il primo di formazione occidentale nel suo villaggio in Galilea, che ha trascorso decenni a servire e difendere la propria comunità.

(Immagine di copertina: un uomo palestinese legge il Corano fuori da una moschea a Jenin nel 2012-AFP).

Traduzione per InvictaPalestina di Grazia Parolari.

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