Pinkwashing nella propaganda coloniale sionista

Di L.P. Viviamo in un periodo in cui il capitalismo, a livello mediatico, cerca migliori strumenti per accrescere il consenso e, attraverso dispositivi retorici, assimila forme apparenti di dissenso, creando così un “consenso antisistema” funzionale spesso al potere vigente e a varie forme di oppressione. Questo è il caso di Israele e più in generale del sionismo, i quali, pur di mascherare la feroce repressione che attuano nei confronti del popolo palestinese, negli anni hanno cercato tutti i modi per dare un’immagine pulita, pacifica e moderna di se stessi.

Lo stato di Israele ha sviluppato delle vere e proprie campagne di washing, che rientrano in quello che viene chiamato Brand Israel, ovvero una propaganda mediatica volta a raccontare una falsa storia sulla nascita dello Stato sionista; a dare una falsa immagine moderna di Israele; ad esemplarizzare valori e stili di vita in uno Stato in cui non vengono rispettati; a legittimare la repressione del popolo palestinese; e a strumentalizzare importanti lotte in funzione anti-islamica e razzista contro i palestinesi. Tra queste operazioni vi è forse la più famosa, ovvero il pinkwashing: la strumentalizzazione delle lotte Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) a fini commerciali e di marketing, per oscurare l’oppressione di popoli, sotto la copertura di un’immagine di modernità esemplarizzata dalla vita gay. Per Israele è tuttora una grande riscossa di immagine perché facendosi baluardo dei diritti Lgbt, mediaticamente viene meno il suo lato di repressore dei diritti umani, civili e politici di un intero popolo.

Negli ultimi anni, infatti, Tel Aviv è diventata una delle mete più famose del turismo gay internazionale grazie ad una massiccia campagna pubblicitaria, fortemente promossa dal governo israeliano, tesa a costruire l’immagine del “paradiso gay” e di “unico luogo sicuro per la popolazione omosessuale mediorientale”. Questa campagna di pinkwashing iniziò a dare dei propri segnali nel 1973, quando Israele inizia a partecipare all’Eurovision Contest e si consolida con la vincita, dello stesso festival nel 1998, di Dana International, cantante israeliana transgender. Oltre ad aver ricevuto molteplici critiche da parte delle destre conservatrici ebraiche israeliane, la sua vincita si colloca in un periodo storico in cui il femminismo della Terza Ondata si diffonde in tutto il mondo; la teoria queer diventa mezzo di discussione nei movimenti femministi ed Lgbt; l’uguaglianza Lgbt inizia ad essere fondamentale nella retorica dei diritti umani dell’UE, garantendo, sul palco dell’Eurovision, visibilità a soggettività Lgbtq come espressione di “modernità”, solo rappresentata e in netta contrapposizione con le reali condizioni di vita delle soggettività in questione nei singoli paesi; la retorica sulla parità di diritti, sull’emancipazione sessuale, sulle differenze di genere iniziano a diventare spunti di propaganda in Israele.

Bisognerà aspettare il 2005, pochi giorni dopo la creazione della BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), quando le maggiori autorità del governo israeliano si incontrarono a Tel Aviv per progettare un rebranding e per opporsi a questo movimento che stava praticamente lottando per le sanzioni ad Israele. Rebrandizzare voleva dire dare l’immagine di un paese totalmente staccato dalla sua politica di apartheid, di razzismo, oppressione, colonizzazione ed imperialismo nei confronti del popolo palestinese. Si voleva dare l’immagine non di un paese invasore, ma di un paese aperto e progressista che ha grandi risultati tecnologici (per lo più bellici), innovazioni ambientali e conquiste dei diritti civili coprendo nel frattempo la sua politica oppressiva. Fu l’inizio di una massiccia propaganda mediatica dentro e fuori Israele con l’intenzione di rendere Israele un esempio per tutti i paesi.

Con la vittoria dell’Eurovision 2018 da parte della cantante israeliana Netta Barzilai (in servizio nella Marina Israeliana, durante l’attacco del 2014 a Gaza, e volontaria dell’esercito) con la canzone «Toy» di empowerment femminista, il Brand Israel ha riattivato politiche di propaganda attraverso l’uso del pinkwashing e del purplewashing. Ciò serviva per far ricordare e far risaltare l’immagine fortemente gay-friendly di Israele.

È dal 2007 che il paese lancia campagne di stampa e sui social network rivolte al target Lgbt, facendo emergere così un’immagine di paese aperto e accogliente, in netto contrasto con «la chiusura propria di altre realtà della fascia medio-orientale». Un paese la cui capitale, Tel Aviv, è stata denominata dal National Geographic tra le 10 migliori città costiere al mondo; una città che è conosciuta come “la città più gay del mondo” che offre anche spiagge al turismo Lgbt; “la città con più vita gay notturna” con pub ed eventi esclusivamente Lgbt; e come “città più sicura per i gay” a tal punto che per il Jerusalem Gay Pride Parade 2019 ha assunto reclute transgender.                               Israele si presenta quindi come accogliente e inclusivo, mentre descrive gli altri Paesi della regione come arretrati, creando una narrazione secondo cui Israele è più affine ai valori “occidentali” rispetto alle popolazioni prevalentemente musulmane in Medio Oriente, portando avanti la narrazione secondo cui è “l’unica grande democrazia in Medioriente”.                                                 Ovviamente tutto ciò è propaganda che purtroppo non rispecchia la realtà. Israele è uno stato che non ha una Costituzione e che è nato sull’oppressione di un altro popolo, violando la mozione 194 dell’ONU che afferma il diritto al ritorno dei profughi palestinesi dispersi nel mondo. Inoltre è uno Stato che si fonda prettamente sul teocon e sul conservatorismo religioso, tant’è che l’intera giurisdizione israeliane è gestita da tribunali religiosi come il Gran Rabbinato. In tutto il paese esistono 15 tribunali religiosi che detengono il potere giuridico e nessuno di questi riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso, il quale non viene legalmente garantito e riconosciuto. Visto che lo Stato deve ancora legalizzare lo stesso matrimonio civile eterosessuale e non esiste l’unione civile, chi sceglie di sposarsi deve rivolgersi obbligatoriamente ad uno dei 15 tribunali religiosi la cui autorità è riconosciuta a livello nazionale. Non solo non sono garantiti i minimi diritti civili per le coppie gay, ma non sono garantiti nemmeno i minimi diritti che una società civile dovrebbe predisporre. Anche il mondo politico è fortemente diviso e l’estrema destra ebraica è da anni che impedisce i Pride e fa pressione sullo Knesset e sull’opinione comune per acquisire consenso; infatti non c’è vita facile per le soggettività Lgbt in Israele senza parlare degli ultimi Pride fortemente militarizzati caratterizzati da uccisioni, accoltellamenti e molti feriti.

Nonostante il forte rigorismo religioso impedisca certe svolte progressiste, non dobbiamo cadere nel tranello di pensare che le forze che si chiamano “progressiste”, si oppongano a questi schemi. Anzi, le stesse associazioni Lgbt israeliane sono perfettamente integrate nella propaganda sionista e, negli anni, chi più chi meno, hanno abbandonato i loro programmi intersezionali e il metodo intersezionale per un’analisi sociologica dell’esistente. Le associazioni Lgbt spesso sono le prime a dare un’immagine gay-friendly di Israele, attraverso il cosiddetto omonazionalismo, usato in Europa, negli USA e in Israele da partiti di estrema destra sovranista, nazionalista, sciovinista e neofascista storicamente oppositori dei diritti Lgbt, per prendere consenso nelle comunità Lgbt e distruggere la loro storica identità intersezionale, usando la difesa delle soggettività Lgbt in un’ottica razzista, xenofoba e islamofoba. La propaganda omonazionalista in Israele ha il fine di creare un’identità nazionale gay contro gli «islamici barbari palestinesi», giocando molto sul “tradizionalismo nella società palestinese” e, generalizzando, sulla presunta arretratezza culturale dei palestinesi. Moltissime associazioni e collettivi femministi ed Lgbt, attraverso il metodo intersezionale, hanno sviluppato riflessioni sulla strumentalizzazione delle lotte Lgbt da parte di Israele e ne hanno iniziato a criticare la costruzione narrativa di «patria gay», «patria per i gay», e la propaganda nazionalista che alcuni movimenti di estrema destra creano per le stesse persone Lgbt. Si è iniziato ad evidenziare come questa propaganda esclude dalle lotte i gruppi queer ed Lgbt palestinesi, filo-palestinesi e musulmani, i cui bisogni e desideri non si riducono al poter sposare una persona dello stesso sesso, ma si intrecciano con le lotte contro il machismo, contro lo sfruttamento e la precarietà del reddito, contro il razzismo, l’imperialismo e ogni altra forma di oppressione soprattutto il sionismo che li riguarda da vicino.

Organizzazioni Lgbt e queer come Aswat, Al-Qaws e Pinkwatching Israel è da anni che, oltre a denunciare la preoccupazione sulla continua annessione di terre in  Cisgiordania e a Gaza  ad opera di Israele, denunciano come i membri della comunità palestinese Lgbtq siano schedati dall’intelligence israeliana attraverso monitoraggio su Internet per identificare le persone Lgbt da utilizzare come potenziali informatori; siano sottoposti a ricatti da parte delle Forze di Difesa Israeliane affinché diventino spie, con la minaccia che, se non  accettano, saranno forzatamente costretti a fare “outing” con le loro famiglie e amici.

Il metodo intersezionale dev’essere fondamentale per tutte le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti soprattutto sul conflitto arabo-israeliano, poiché come tutto il popolo palestinese anche le soggettività LGTBQI+ palestinesi vengono imprigionati tra muri e torri di controllo, vengono fermati ai check-point e gli è impossibile valicare le frontiere. L’intersezionalità è, oltre ad uno strumento politico, la consapevolezza che tutte le lotte contro le oppressioni sono interconnesse e che si svolgono su diversi piani. Mai dobbiamo dimenticarci che difendere i diritti significa difendere i diritti di tutti, altrimenti si sceglie di difendere i privilegi di pochi.

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