“Piombo Fuso”, cinque anni fa. Restiamo Umani

Cinque anni fa, il 27 dicembre del 2008, prendeva il via l’operazione militare israeliana “Piombo Fuso” contro la popolazione della Striscia di Gaza. Il bilancio del massacro-genocidio fu di 1500 morti, molti dei quali bambini, e di circa 5000 feriti, e una vasta distruzione.

Vogliamo ricordare quell’ennesimo crimine impunito di Israele attraverso le pagine del libro-diario del giornalista e volontario italiano assassinato a Gaza due anni fa, Vittorio Arrigoni, scritto durante l’aggressione Piombo Fuso.

Gaza. Restiamo umani“. 

Solo i morti hanno visto la fine della guerra

Platone, apocrifo

 

Dedico questo mio libro da ferito a morte

non ai morti, ma ai feriti di questa orrenda strage

Vittorio Arrigoni

 

I – GUERNICA IN GAZA

27 dicembre 2008

Il mio appartamento di Gaza dà sul mare, una vista panoramica che mi ha sempre riconciliato il morale, spesso affranto da tanta miseria a cui è costretta una vita sotto l’assedio.

Prima di stamane. Quando dalla mia finestra si è affacciato l’inferno.

Ci siamo svegliati sotto le bombe stamane a Gaza, e molte sono cadute a poche centinaia di metri da casa mia.

E amici miei ci sono rimasti sotto.

Siamo a 210 morti accertati finora, ma il bilancio è destinato drammaticamente a crescere. Una strage senza precedenti. Hanno spianato il porto, dinnanzi a casa mia, e raso al suolo le centrali di polizia.

Mi riferiscono che i media occidentali hanno digerito e ripetono a memoria i comunicati diramati dai militari israeliani secondo i quali gli attacchi avrebbero colpito chirurgicamente solo le basi terroristiche di Hamas.

In realtà visitando l’ospedale di Al-Shifa, il principale della città, abbiamo visto nel caos d’inferno di corpi stesi sul cortile, alcuni in attesa di cure, la maggior parte di degna sepoltura, decine di civili.

Avete presente Gaza? Ogni casa è arroccata sull’altra, ogni edificio è posato sull’altro, Gaza è il posto al mondo a più alta densità abitativa, per cui se bombardi a diecimila metri di altezza è inevitabile che compi una strage di civili. Ne sei cosciente, e colpevole, non si tratta di errore, di danni collaterali.

Bombardando la centrale di polizia di Al Abbas, nel centro, è rimasta seriamente coinvolta nelle esplosioni la scuola elementare lì a fianco.

Era la fine delle lezioni, i bambini erano già in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si sono macchiati di sangue.

Bombardando la scuola di polizia Dair Al Balah, si sono registrati morti e feriti nel mercato lì vicino, il mercato centrale di Gaza. Abbiamo visto corpi di animali e di uomini mescolare il loro sangue in rivoli che scorrevano lungo l’asfalto. Una Guernica trasfigurata nella realtà.

Ho visto molti cadaveri in divisa nei vari ospedali che ho visitato, molti di quei ragazzi li conoscevo. Li salutavo tutti i giorni quando li incontravo sulla strada recandomi al porto, o la sera camminando verso i caffè del centro.

Diversi li conoscevo per nome. Un nome, una storia, una famiglia mutilata.

La maggior parte erano giovani, sui diciotto vent’anni, per lo più non politicamente schierati nè con Fatah nè Hamas, ma che semplicemente si erano arruolati nella polizia finita l’università, per avere assicurato un posto lavoro in una Gaza che sotto il criminale assedio israeliano vede più del 60% della popolazione disoccupata.

Mi disinteresso della propaganda, lascio parlare i miei occhi, le mie orecchie tese allo stridìo delle sirene e dai boati del tritolo.

Non ho visto terroristi fra le vittime di quest’oggi, ma solo civili e poliziotti.

Esattamente come i nostri poliziotti di quartiere, i poliziotti palestinesi massacrati dai bombardamenti israeliani se ne stavano tutti i giorni dell’anno a presidiare la stessa piazza, lo stesso incrocio, la stessa strada.

Solo ieri notte li prendevo in giro per come erano imbacuccati per ripararsi dal freddo, dinnanzi a casa mia.

Vorrei che almeno la verità rendesse giustizia a queste morti.

Non hanno mai sparato un colpo verso Israele, nè mai lo avrebbero fatto, non è nella loro mansione. Si occupavano di dirigere il traffico, e della sicurezza interna,  tanto più che al porto siamo ben distanti dai confini israeliani.

Ho una videocamera con me ma ho scoperto oggi di essere un pessimo cameraman, non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime.

Non ce la faccio. Non riesco perché piango anche io.

All’ospedale Al-Shifa con gli altri internazionali dell’ISM ci siamo recati a donare il sangue. E lì abbiamo ricevuto la telefonata che Sara, una nostra cara amica è rimasta uccisa da un frammento di esplosivo mentre si trovava vicino alla sua abitazione nel campo profughi di Jabalia. Una persona dolce, un’anima solare, era uscita per comprare il pane per la sua famiglia. Lascia 13 figli.

Poco fa mi invece mi  ha chiamato da Cipro Tofiq.

Tofiq è uno dei fortunati studenti palestinesi che grazie alle nostre barche del Free Gaza Movement è riuscito a lasciare l’immensa prigionia di Gaza e ricominciare altrove una vita nuova. Mi ha chiesto se ero andato a trovare suo zio e se l’avevo salutato da parte sua, come gli avevo promesso. Titubante mi sono scusato perchè non avevo ancora trovato il tempo.

Troppo tardi, è rimasto sotto alle macerie del porto insieme a tanti altri.

Da Israele giunge la terribile minaccia che questo è solo il primo giorno di una campagna di bombardamenti che potrebbe protrarsi per due settimane.

 

Faranno il deserto,

e lo chiameranno pace.

 

Il silenzio del “mondo civile” è molto più assordante delle esplosioni che ricoprono la città come un sudario di terrore e morte.

 

Restiamo umani.

 

 

 

II – UN LENTO MORIRE IN VANO ASCOLTO

29 dicembre 2008

Nell’aria acre odore di zolfo, nel cielo lampi intermezzano fragorosi boati.

Ormai le mie orecchie sono sorde dalle esplosioni e i miei occhi aridi di lacrime dinnanzi ai cadaveri.

Mi trovo dinnanzi all’ospedale di Al-Shifa, il principale di Gaza, ed è appena giunta la terribile minaccia che Israele avrebbe deciso di bombardare la nuova ala in costruzione.

Non sarebbe una novità, ieri è stato bombardato l’ospedale Wea’m.

Insieme ad un deposito di medicinali a Rafah, l’università islamica (distrutta),

e diverse moschee sparse per tutta la Striscia.

Oltre a decine di infrastrutture CIVILI.

Pare che non trovando più obbiettivi “sensibili”,

l’aviazione e la marina militare si dilettino nel bersagliare luoghi sacri, scuole e ospedali.

 

E’ un 11 settembre ad ogni ora, ogni minuto, da queste parti,

e il domani è sempre un nuovo giorno di lutto, sempre uguale.

Si avvertono gli elicotteri e gli aerei costantemente in volo,

quando vedi il lampo sei già spacciato, è troppo tardi per mettersi in salvo.

Non ci sono bunker antibombe in tutta la Striscia, nessun posto è al sicuro.

Non riesco a contattare più amici a Rafah, neanche quelli che abitano a Nord di Gaza City,

spero perchè le linee sono intasate.

Ci spero.

 

Sono 60 ore che non chiudo occhio, e come me tutti i gazawi.

Ieri io e altri 3 compagni dell’ISM abbiamo trascorso tutta la nottata all’ospedale di Al-Awda del campo profughi di Jabalia. Ci siamo andati perchè temevamo la tanto paventata incursione di terra che poi non si è verificata.

Ma i carri armati israeliani stazionano pronti lungo il confine tutto il confine della Striscia,

i loro cingoli affamati di corpi pare si metteranno in funerea marcia questa notte.

Verso le 23:30 una bomba è precipitata a circa800 metridall’ospedale, l’onda d’urto ha mandato in frammenti diversi vetri delle finestre, aggravando le condizioni dei pazienti già feriti.

Un’ambulanza si è recata sul posto, hanno tirato giù una moschea, fortunatamente vuota a quell’ora.

Sfortunatamente, anche se non di sfortuna si tratta ma di volontà criminale e terroristica di compiere stragi di civili, l’esplosione ha colpito anche l’edificio adiacente alla moschea, distruggendolo.

Abbiamo visto tirare fuori dalle macerie i corpicini di sei sorelline. 5 sono morte, una è gravissima.

Hanno adagiato le bambine sull’asfalto carbonizzato,

e sembravano bamboline rotte, buttate via perchè inservibili.

Non è un errore, è volontario cinico orrore.

Siamo a quota 320 morti, più di un migliaio i feriti,

secondo un dottore di Al-Shifa il 60% è destinato a morire nelle prossime ore,

nei prossimi giorni di una lunga agonia.

Decine sono i dispersi, negli ospedali donne disperate cercano i mariti, i figli,

da due giorni, spesso invano.

E’ uno spettacolo macabro all’obitorio.

Un infermiere mi ha detto che una donna palestinese dopo ore di ricerca fra i pezzi di cadaveri all’obitorio, ha riconosciuto suo marito da una mano amputata.

Tutto quello che di suo marito è rimasto,

è la fede ancora al dito dell’amore eterno che si erano ripromessi.

Di una casa abitata da due famiglie è rimasto ben poco: dei corpi umani seppelliti sotto.

Ai parenti hanno mostrato un mezzo busto, e tre gambe.

 

Proprio in questo momento una delle nostre barche del Free Gaza Movement sta lasciando il porto di Larnaca in Cipro. Ho parlato coi miei amici a bordo. Eroici, hanno ammassato medicinali un pò in ogni dove sull’imbarcazione.

Dovrebbe approdare al porto di Gaza domattina verso le otto.

Sempre che il porto esista ancora dopo quest’altra notte di costanti bombardamenti.

Starò in contatto con loro tutto questo tempo.

Qualcuno fermi questo incubo.

Rimanere in silenzio significa supportare il genocidio in corso.

Urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del mondo “civile”,

in ogni città, in ogni piazza,

sovrastate le nostre urla di dolore e terrore.

C’è una parte di umanità che sta morendo in pietoso ascolto.

 

Restiamo umani.

 

  

III – LE FABBRICHE DEGLI ANGELI

30 dicembre 2008

 

Jabalia, Beit Hanoun, Rafah, Gaza City, le tappe della mia personale mappa dell’inferno.

Checchè vadano ripetendo i comunicati diramati dai vertici militari israeliani, e ripetuti a pappagallo in Europa e Usa dai professionisti della disinformazione, sono stato testimone oculare in questi giorni di bombardamenti di moschee, scuole, università, ospedali, mercati, e decine e decine di edifici civili.

Il direttore medico dell’ospedale di Al-Shifa mi ha confermato di aver ricevuto telefonate da esponenti dell’IDF, l’esercito israeliano, che gli intimavano di evacuare all’istante l’ospedale, pena una pioggia di missili. Non si sono lasciati intimorire. Il porto, dove dovrei dormire, ma a Gaza non si chiude un occhio da 4 giorni, è costantemente soggetto a bombardamenti notturni. Non si odono più sirene di ambulanze rincorrersi all’impazzata, semplicemente perchè al porto e attorno non c’è più anima viva, sono morti tutti, sembra di poggiare i piedi su di un cimitero dopo un terremoto.

La situazione è davvero da catastrofe innaturale, un cataclisma di odio e cinismo piombato sulla popolazione di Gaza come “piombo fuso”, che fa a pezzi corpi umani e, contrariamente a quanto si prefigge, compatta i palestinesi tutti, gente che fino a qualche tempo fa non si salutava nemmeno perchè appartenenti a fazioni differenti, in un corpo unico.

Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri di quota state tranquilli, non fanno distinzioni fra bandiere di Hamas o Fatah esposte sui davanzali, non hanno ripensamenti neanche se sei italiano.

Non esistono operazioni militari chirurgiche, quando si mette a bombardare l’aviazione e la marina, le uniche operazioni chirugiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullati alle vittime senza un attimo di ripensamento, anche se spesso braccia e gambe sarebbero salvabili. Non c’è tempo, bisogna correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna a morte per il ferito susseguente in attesa di una trasfusione. All’ospedale di Al-Shifa ci sono 600 ricoverati gravi e solo 29 macchine respiratorie. Mancano di tutto, soprattutto di personale preparato. Per questa ragione, esausti più che dalle notti insonni dall’immobilismo e dall’omertà dei governi occidentali, complici di fatto dei crimini d’Israele, abbiamo deciso di far partire ieri da Larnaca, Cipro, una delle nostre barche del Free Gaza Movement con a bordo 3 tonnellate di medicinali e personale medico. Li ho aspettati invano, avrebbero dovuto attraccare al porto alle otto di questa mattina. Sono invece stati intercettati a90 miglianautiche da Gaza da 11 navi da guerra israeliane, che in piene acque internazionali hanno provato ad affondarli. Li hanno speronati tre volte, producendo un’avaria ai motori e una falla nello scavo.  Per puro caso l’equipaggio e i passeggeri sono ancora tutti vivi, e sono riusciti ad attraccare in un porto libanese.

Essendo sempre più frustrasti dall’assordante silenzio del mondo “civile”, i miei amici ci riproveranno presto, hanno scaricato infatti i medicinali dalla nostra nave danneggiata, la Dignity, e li hanno ricaricati su di un’altra pronta alla partenza alla volta di Gaza.

Certi che la volontà criminale di Israele nel calpestare diritti umani e leggi internazionali non sarà mai forte come la nostra determinazione nella difesa di questi stessi diritti e uomini.

Molti giornalisti che mi intervistano mi chiedono conto della situazione umanitaria dei palestinesi di Gaza, come se il problema fossero la mancanza di cibo, di acqua, di elettricità, di gasolio, e non chi è la causa di questi problemi sigillando confini, bombardando impianti idrici e centrali elettriche.

Lunghe file ai pochi panettieri con ancora le serrande semiaperte, 40 50 persone che si accapigliano per accappararsi l’ultima pagnotta. Uno di questi panettieri, Ahmed, è un mio amico, e mi ha confidato il suo terrore degli ultimi giorni. Più che per le bombe, teme per gli assalti al forno. Dinnanzi al suo, si sono già verificate risse.

Se fino a poco tempo fa c’era lo polizia a mantenere l’ordine pubblico, specie dinnanzi alle panetterie, ora non si vede più un poliziotto in divisa in tutta Gaza. Si sono nascosti, alcuni. Gli altri stanno tutti sepolti sotto due metri di terra, amici miei compresi. A Jabalia ancora strage di bambini, due fratellini di 4 e 10 anni  colpiti e uccisi da una bomba israeliana mentre guidavano un carretto trainato da un asino, in strada as-Sekka.

Mohammad Rujailah, nostro collaboratore dell’ISM, ha scattato una foto che è più di un fermo immagine, è una storia, è la rivelazione di ciò che di tragico viviamo intensamente ogni minuto, contandoci ogni ora, perdendo amici, fratelli, familiari. Carri armati, caccia, droni, elicotteri Apache, il più grande e potente esercito del mondo in feroce attacco contro una popolazione che si muove ancora sui somari come all’epoca di Gesù Cristo:

Secondo Al Mizan, centro per i diritti umani,  al momento in cui scrivo sono 55 bambini coinvolti nei bombardamenti, 20 gli uccisi e 40 i gravemente feriti.

Israele ha trasformato gli ospedali e gli obitori palestinesi in fabbriche di angeli,

non rendendosi conto dell’odio che fomenta non solo in Palestina, ma in tutto il mondo.

Le fabbriche degli angeli sono in produzione a ciclo continuo anche questa sera, lo avverto dai fragori delle esplosioni che sento fuori dalle mie finestre.

Quei corpicini smembrati, amputati, quelle vite potate ancora prima di fiorire, saranno un incubo per tutto il resto della mia vita, e se ho ancora la forza di raccontare delle loro fine è perchè voglio rendere giustizia a chi non ha più voce, a chi non ha mai avuto un fiato di voce, forse a chi non ha mai avuto orecchie per ascoltare.

 

Restiamo umani.

 

 

IV – CATASTROFE INNATURALE

1 gennaio 2009

Il nuovo anno è subentrato a quello vecchio con gli stessi auspici di morte e desolazione, elevati alla massima potenza distruttiva. Mai viste così tante bombe cadere attorno a casa mia, dinnanzi al porto. Un’esplosione a meno di100 metriha scosso violentemente i sette piani del mio palazzo, facendolo oscillare come un pendolo impazzito. Per un momento ho temuto venisse giù, i vetri delle finestre sono scoppiati tutti. Momenti di panico, ho pregato iddio che il nostro edificio fosse stato costruito con criteri antisismici, ben conscio della mia effimera illusione, Gaza poggia su di una striscia di terra che non trema. Il terremoto qui è innaturale, si chiama Israele. Sarà per questo che i governanti occidentali, così compassionevoli e caritatevoli, lesti nel mettersi una mano sul cuore e l’altra nel portafoglio, spesso per propaganda personale, quando si tratta di versare parole e fondi in soccorso delle popolazioni colpite da catastrofi naturali, dinnanzi a questa di catastrofe innaturale, progettata a tavolino in ogni suo minimo dettaglio a Tel Aviv mesi fa, si mettono una mano dinnanzi agli occhi l’altra a pararsi l’orecchio, e sembrano non prestare attenzione alle strazianti urla di dolore di corpi innocenti fatti a brandelli senza pietà. Disinteressarsi della costante e progressiva distruzione di moschee (e siamo già a otto), scuole, università, ospedali, decine e decine di edifici civili.

Proseguo nella disperata ricerca di quegli amici che non rispondono più al mio telefono. Ahmed l’ho rintracciato a casa sua, una delle poche ancora in piedi, nel centro del quartiere Tal Alhawa di Gaza City, attorniata da uno scenario apocalittico che ricorda tanto il quartiere sciita di Beirut dopo la pioggia di bombe del 2006, bombe della stessa fabbricazione e provenienza di quelle ci stanno cadendo addosso in questi giorni. Ahmed sta bene, i suoi familiari pure, ma sua madre se l’è vista davvero brutta sabato. E’ un’insegnante della scuola “Balqees” delle Nazioni Unite, quel giorno si è trattenuta in aula più del consueto, è stata la sua salvezza. Molti suoi studenti in attesa alla fermata dei bus sono rimasti seppelliti dalle macerie prodotte dalle esplosioni.

Una bomba è caduta sull’auto di Ahmed, un’utilitaria verde pistacchio, la stessa con cui giusto la sera prima scorrazzavamo in cerca di pane in una città in cui la farina viene venduta a peso d’oro. Rafiq invece alla fine l’ho rintracciato al telefono, la sua voce cavernosa sembra provenire da un pozzo senza fondo, un cunicolo di tristezza e disperazione per aver appena appreso della morte di tre dei suoi migliori amici durante l’attacco al porto.

In uno degli ultimi caffè aperti a Gaza, che riforniscono di caffeina e connessione internet (bombe ed energia elettrica permettendo) ho mostrato dallo schermo del mio portatile ad un paio di amici, amaramente sorridendo, la notizia di un morto e 382 feriti. Non il computo delle vittime dei lanci di “razzi” Qassam su Israele di ieri, che fortunatamente non hanno fatto registrare alcun morto, ma i numeri della strage compiuta dai nostri botti di fine anno in Italia. Quelli di Hamas sono dei pivelli, ho detto ai miei amici, se credono di guerreggiare contro Israele con i loro giocattolini artigianali. Dovrebbero andare a scuola a Napoli per confezionare dei razzi veramente mortiferi, nei quartieri spagnoli si assemblano fuochi d’artificio ben più esplosivi dei Qassam gazawi.

Intendiamoci, come pacifista e non violento aborro in maniera più totale e convinta qualsiasi attacco di palestinesi contro israeliani, ma quaggiù siamo stanchi di sentire la cantilena che questa strage di civili è la risposta di Israele ai lanci dei modesti “razzi” artigianali palestinesi. Per inciso, dal 2002 sino ad oggi i Qassam su Israele hanno prodotto 18 morti, qui sabato in una manciata di ore di civili morti negli ospedali ne abbiamo contati più di 250.

Chiedo conto agli avventori del caffè della tregua proposta dall’Unione Europea e cassata da Israele, che evidentemente possiede ampie scorte di materiale bellico nei magazzini militari da smaltire, scuotono tutti la testa. Tregua c’è mai davvero stata, prima di questo feroce attacco su una popolazione inerme? Solo nel mese di novembre l’esercito israeliano ha fatto fuori ben 17 palestinesi (43 intutto dall’inizio della “tregua”).

E ancora, prima di allora, l’assedio criminale imposto a Gaza aveva prodotto più di duecento vittime fra i malati palestinesi. Malati con le carte in regola per essere ricoverati in ospedali all’estero ma impossibilitati a muoversi per la chiusura dei confini. L’assedio criminale israeliano aveva distrutto l’economia già precaria, provocando più del 60% di disoccupazione, costringendo l’80% delle famiglie palestinesi a vivere di aiuti umanitari. Aiuti che stentavano a filtrare oltre la cortina di ferro tesa da Israele attorno alla più grande prigione a cielo aperto del mondo: Gaza.

Da quel caffè alla fine abbiamo poi dovuto evacuare, e a gambe levate. E’ giunta l’ennesima  telefonata di minaccia: il locale sarebbe stato bombardato entro pochi minuti.

I crimini contro l’umanità di cui si macchia Israele in queste ore non conoscono limiti, e davvero pochi paragoni.

Ieri al campo profughi di Jabalia caccia F16 hanno lanciato missili contro un’ambulanza, sono morti un dottore, Ihab El Madhoun, e il suo infermiere di fiducia, Mohamed Abu Hasira.

Per questa ragione oggi noi, internazionali dell’ISM, abbiamo indetto una conferenza stampa dinnanzi alle telecamere di una delle televisioni palestinesi più popolari. Per informare Israele che da stanotte saliremo sulle ambulanze per dare una mano nei soccorsi, sperando che la nostra presenza, in quanto internazionali, funga da minimo deterrente a questi sanguinari crimini.

Anche se Israele mostra di non avere alcuna remora in questi giorni a massacrare civili, semmai una remora l’abbia mai avuta.

A volte quando ci troviamo fra di noi i discorsi si fanno molti cupi, è probabile che alla fine di questa massiccia terrificante offensiva, qualcuno di noi andrà ad annoverare il drammatico conto dei morti, degli scomparsi.

Non ci pensiamo, andiamo avanti.

Se il mondo “civile” tace e volta ignobilmente le spalle dinnanzi a questa tragedia, noi che ci consideriamo ancora umani, membri di una sola stessa famiglia che è l’umanità intera, faremo di tutto per fermare questa emorragia, occorre far presto,

è un’emergenza.

 

Restiamo umani.

 

 

 

V – FANTASMI CHE CHIEDONO GIUSTIZIA

3 gennaio 2009

 

Mentre scrivo i carri armati israeliani sono entrati nella Striscia. La giornata è iniziata allo stesso modo in cui è finita quella che l’ha preceduta, con la terra che continua a tremare sotto i nostri piedi, il cielo e il mare, senza sosta alcuna, a tramare sulle nostre teste, sui destini di un milione e mezzo di persone che sono passate dalla tragedia di un assedio alla catastrofe di bombardamenti che fanno dei civili il loro bersaglio predestinato. Il mio orizzonte è avvolto dalle fiamme, cannonate dal mare e bombe dal cielo per tutta la mattina. Le stesse imbarcazioni di pescatori che scortavamo fino a quale giorno fa in alto mare, ben oltre le sei miglia imposte da Israele come assedio illegale e criminoso, le vedo ora ridotte a tizzoni ardenti. Se i pompieri tentassero di domare l’incendio finirebbero bersagliati dalle mitragliatrici degli F16, è già successo ieri. Dopo questa massiccia offensiva, finito il conteggio dei morti, se mai sarà possibile, si dovrà ricostruire una città sopra un deserto di macerie. Il ministro degli esteri israeliano Livni dichiara al mondo che non esiste un’emergenza umanitaria a Gaza: evidentemente il negazionismo non va di moda solo dalle parti di Ahmadinejad. I palestinesi su una cosa sono d’accordo con la Livni, ex serial killer al soldo del Mossad (come mi dice Joseph, autista di ambulanze): più beni alimentari stanno davvero filtrando all’interno della Striscia, semplicemente perché a dicembre non è passato pressoché nulla, oltre la cortina di filo spinato teso da Israele. Ma che senso realmente ha servire pane appena sfornato all’interno di un cimitero? L’emergenza è fermare subito le bombe, prima ancora che far arrivare i rifornimenti di viveri. I cadaveri non mangiano, vanno solo a concimare la terra, che qui a Gaza non è mai stata così fertile di decomposizione. I corpi smembrati dei bimbi negli obitori invece dovrebbero nutrire i sensi di colpa negli indifferenti, verso chi avrebbe potuto fare qualche cosa. Le immagini di un Obama sorridente che gioca a golf alle Hawaii sono passate su tutte le televisioni satellitari arabe (da queste parti nessuno si illude che basti il pigmento della pelle a marcare radicalmente la politica estera statunitense). Ieri Israele ha aperto il valico di Erez per far evacuare tutti gli stranieri presenti a Gaza. Noi internazionali dell’Ism siamo gli unici a essere rimasti. Abbiamo risposto oggi tramite una conferenza stampa al governo israeliano, illustrando le motivazioni che ci costringono a non muoverci da dove ci troviamo. Ci ripugna che i valichi vengano aperti per evacuare cittadini stranieri, gli unici possibili testimoni di questo massacro, e non si aprano in direzione inversa per far entrare i molti dottori e infermieri stranieri che sono pronti a venire a portare assistenza ai loro eroici colleghi palestinesi. Non ce ne andiamo perché riteniamo essenziale la nostra presenza come testimoni oculari dei crimini contro l’inerme popolazione civile ora per ora, minuto per minuto. Siamo a 445 morti, più di 2.300 feriti, decine i dispersi. 73, al momento in cui scrivo, i minori maciullati da bombe. Al momento Israele conta tre vittime in tutto. Non siamo fuggiti come ci hanno consigliato i nostri consolati perché siamo ben consci che il nostro apporto sulle ambulanze come scudi umani nel dare prima assistenza ai soccorsi potrebbe rivelarsi determinante per salvare vite. Anche ieri un’ambulanza è stata colpita a Gaza City, il giorno prima due dottori del campo profughi di Jabalia erano morti colpiti in pieno da un missile sparato da un elicottero Apache. Personalmente non mi muovo da qui perché sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici ancora vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono.

Ore 19.33, ospedale della Mezza Luna Rossa, Jabalia. Mentre ero in collegamento telefonico con la folla in protesta in piazza a Milano, due bombe sono cadute dinanzi all’ospedale. I vetri della facciata sono andati in pezzi, le ambulanze per puro caso non sono rimaste danneggiate. I bombardamenti si sono fatti ancora più intensi e massicci nelle ultime ore, la moschea di Ibrahim Maqadme, qui vicino, è appena crollata sotto le bombe: è la decima in una settimana. Undici vittime per ora, una cinquantina i feriti. Un’anziana palestinese incontrata per strada questo pomeriggio mi ha chiesto se Israele pensa di essere nel Medioevo, e non nel 2009, per continuare a colpire con precisione le moschee come se fosse concentrato in una personale guerra santa contro i luoghi sacri dell’Islam a Gaza. Ancora un’altra pioggia di bombe a Jabalia e alla fine sono entrati. I cingoli di carri armati che da giorni stazionavano al confine, come mezzi meccanici a digiuno affamati di corpi umani, stanno trovando la loro tragica soddisfazione. Sono entrati in un’area a nord-ovest di Gaza e stanno spianando le case metro per metro. Seppelliscono il passato e il futuro, famiglie intere, una popolazione che scacciata dalle proprie legittime terre non aveva trovato altro rifugio che una baracca in un campo profughi. Siamo corsi qui a Jabalia dopo la terribile minaccia israeliana piovuta dal cielo venerdì sera. Centinaia e centinaia di volantini lanciati dagli aerei intimavano l’evacuazione generale del campo profughi. Minaccia che si sta dimostrando purtroppo reale. Alcuni, i più fortunati, sono scappati all’istante, portandosi via i pochi beni di valore, un televisore, un lettore dvd, i pochi ricordi della vita che era in una Palestina occupata e perduta una sessantina di anni fa. La maggioranza non ha trovato alcun posto dove fuggire. Affronteranno quei cingoli affamati delle loro vite con l‘unica arma che hanno a disposizione, la dignità di saper morire a testa alta. Io e i miei compagni siamo coscienti degli enormi rischi a cui andiamo incontro, questa notte più delle altre; ma siamo certo più a nostro agio qui, nel centro dell’inferno di Gaza, che nei paradisi metropolitani europei o americani, dove la gente festeggia il nuovo anno e non capisce quanto in realtà sia complice di tutte queste morti di civili innocenti.

 

Restiamo umani.

 

 

 

 

 

VI – MEDICI CON LE ALI: ARAFA ABED AL DAYEM R.I.P.

5 gennaio 2009

 

All’ innocente gente di Gaza: la nostra guerra non è una guerra contro di voi ma contro Hamas, se non la smettono di lanciare razzi voi vi troverete in pericolo“. E’ la trascrizione di una registrazione che è possibile ascoltare rispondendo al telefono in queste ore a Gaza. L’esercito israeliano la sta diffondendo illudendosi che i palestinesi non abbiano occhi e orecchi. Occhi per vedere che le bombe colpiscono quasi esclusivamente obiettivi civili, come moschee (15, l’ultima quella di Omar Bin Abd Al Azeez di Beit Hanoun), scuole, università, mercati, ospedali. Orecchie per non udire le urla di dolore e terrore dei bambini, vittime innocenti eppure predestinate di ogni bombardamento. Secondo fonti ospedaliere, nel momento in cui sto scrivendo sono 120 i minori rimasti sotto le bombe, 548 i morti totali, più di 2700 i feriti, decine e decine i dispersi.

Due giorni fa, all’ospedale della mezzaluna rossa nel campo profughi di Jabalia, la notte non è mai calata. Dal cielo elicotteri Apache hanno lanciato ordigni luminescenti in continuazione, tanto da non farci accorgere di una qualche differenza tra alba e tramonto.

Il cannoneggiare ripetuto di un carro armato posto a meno di un chilometro dall’ospedale ha crepato seriamente le mura dell’edificio, ma abbiamo resistito fino alla mattina. Verso le 10, bombe al fosforo bianco sul campo incolto adiacente all’edificio, fuoco di mitragliatrice tutt’attorno. Per i dottori della mezzaluna rossa quello era un messaggio dell’esercito diretto a noi: evacuazione immediata, pena la vita. Abbiamo trasferito i feriti in altre strutture ospedaliere e ora la base operativa delle ambulanze è sulla strada di Al Nady: il personale medico se ne sta seduto sui marciapiedi in attesa di chiamate, che si susseguono febbrilmente.

Per la prima volta dall’inizio dell’attacco israeliano ho visto negli ospedali alcuni cadaveri di membri della resistenza palestinese. Un numero infinitamente piccolo, proporzionato alle centinaia di vittime civili, che dopo l’invasione di terra si sono moltiplicate esponenzialmente. Dopo l’attacco alla moschea di Jabalia, coinciso con l’entrata dei carri armati, che ha causato 11 morti e una cinquantina di feriti, per tutta la notte di sabato scortando le ambulanze ci siamo resi conto della tremenda potenza distruttiva degli obici sparati dai tanks israeliani. A Beit Hanoun una famiglia che si stava scaldando nella propria casa dinnanzi ad un fornellino a legna è stata colpita da uno di questi micidiali colpi di cannone. Abbiamo raccolto 15 feriti, 4 casi disperati. Successivamente verso le 3 e mezza del mattino abbiamo risposto ad una chiamata d’emergenza, troppo tardi, dinnanzi all’uscio di un’abitazione tre donne in lacrime ci hanno messo in braccio una bambina di quattro anni avvolta da un lenzuolo bianco, il suo sudario, era già gelida. Ancora una famiglia colpita in pieno, questa volta dall’aviazione, a Jabalia, due adulti con in corpo schegge di esplosivo. I due figli hanno riportato ferite lievi, ma da come strillavano era evidente il trauma psicologico che stavano vivendo, qualcosa che li segnerà indelebilmente per tutta la vita più di uno sfregio su una guancia. Anche se nessuno si ricorda di citarli, sono migliaia i bambini afflitti da gravi turbe mentali procurate dal terrore dei continui bombardamenti, o peggio dalla vista dei genitori e dei fratellini dilaniati dalle esplosioni.

I crimini di cui si sta macchiando Israele in queste ore vanno ben oltre i confini dell’immaginabile.

I soldati non ci permettono di soccorrere i superstiti di questa immensa catastrofe innaturale. Quando i feriti si trovano in prossimità dei mezzi blindati israeliani che li hanno attaccati, a noi sulle ambulanze della mezzaluna rossa non è concesso avvicinarsi, i soldati ci bersagliano di colpi. Avremmo bisogno della scorta di almeno un’ambulanza della croce rossa, e del coordinamento di questi ultimi coi vertici militari israeliani, prima di correre a cercare di salvare vite. Provate a immaginare quanto tempo necessiterebbe una procedura del genere, una condanna a morte certa per dei feriti in attesa di trasfusioni o di trattamenti di emergenza. Tanto più che la croce rossa ha i suoi di feriti a cui pensare, non potrebbe in nessun modo rendersi disponibile ad ogni nostra chiamata. Ci tocca allora stazionare in una zona “protetta”, eufemismo qui a Gaza, ed attendere che i parenti ci portino i congiunti moribondi, spesso in spalla.

Così è andata verso le o5.30 di stamane, abbiamo arrestato col motore acceso l’ambulanza al centro di un incrocio e indicato tramite telefono la nostra posizione ad uno dei parenti dei feriti. Dopo una decina di minuti di snervante attesa, quando avevamo già deciso di ingranare la marcia ed evacuare l’area per andare a rispondere ad un’altra chiamata, abbiamo visto girare l’angolo e dirigersi verso di noi, lentamente, un carretto carico di persone sospinto da un mulo. Una coppia con i suoi due figlioletti. La migliore rappresentazione possibile di questa non-guerra.

Questa infatti non è una guerra, perché non ci sono due eserciti che si battagliano su di un fronte; è un assedio unilaterale condotto da un’aviazione, una marina, ed ora pure una fanteria fra le più potenti del mondo, sicuramente le più avanzate in fatto di tecnologia militare, che ha attaccato una misera striscia di terra di 360 kmq, dove la popolazione si muove ancora sui muli e c’è una resistenza male armata la cui unica forza è quella di essere pronta al martirio.

Quando il carretto si è fatto abbastanza vicino gli siamo andati incontro, e con orrore abbiamo scoperto il suo macabro carico. Un bimbo stava sdraiato con il cranio fracassato, gli occhi letteralmente saltati fuori dalle orbite dondolavano sul viso come quelli al termine dei peduncoli dei granchi, lo abbiamo raccolto che ancora respirava. Il suo fratellino invece presentava il torace sventrato, gli si potevano distintamente contare le costole bianche oltre i brandelli di carne lacera. La madre teneva poggiate le mani sul quel petto scoperchiato, come se cercasse di aggiustare quel che il frutto del suo amore aveva saputo generare e l’odio anonimo di un soldato, obbedendo fermamente a dei sadici ordini, aveva per sempre distrutto.

Devo denunciare un ulteriore crimine, e nostro ennesimo personale lutto. L’esercito israeliano continua a prendere di mira le ambulanze. Dopo il dottore e l’infermiere morti a Jabalia 4 giorni fa, ieri è toccato ad un nostro amico, Arafa Abed Al Dayem, 35 anni, che lascia 4 figli. Verso le 8.30 di ieri mattina abbiamo ricevuto una chiamata da Gaza City, due civili falciati da una mitragliatrice di un carro armato, una delle nostre ambulanze della mezza luna rossa è accorsa sul posto. Arafa e un infermiere hanno caricato i due feriti sull’ambulanza, hanno chiuso gli sportelli pronti a correre verso l’ospedale quando sono stati centrati in pieno da un obice sparato da un carro armato. Il colpo ha decapitato uno dei feriti e ha ucciso anche il nostro amico. Nader, l’infermiere che lo accompagnava, se l’è cavata ma è ora ricoverato nello stesso ospedale dove lavora.

Arafa, maestro elementare, si offriva come volontario paramedico quando c’era carenza di personale. Siamo sotto una pioggia di bombe e nessuno se l’era sentita di chiamarlo in una situazione di così alto rischio. Arafa si era presentato da solo, e lavorava conscio dei pericoli convinto che oltre la sua famiglia c’erano anche altri essere umani da difendere, da soccorrere.

Ci mancano le sue burle, il suo irresistibile e contagioso sense of humour che rallegrava l’intero ospedale Al-Awda di Jabalia anche nelle ore più cupe e drammatiche, quando sono di più i morti e i feriti che confluiscono e ci sente quasi colpevoli, inutili per non aver potuto fare qualcosa per salvarli, schiacciati come siamo da una forza micidiale inesorabile, la macchina di morte dell’esercito israeliano.

Qualcuno deve arrestare questa carneficina, ho visto cose in questi giorni, udito fragori, annusato miasmi pestiferi che difficilmente avrò il coraggio di raccontare a miei eventuali, futuri figli. C’è qualcuno là fuori? La desolazione del sentirsi isolati nell’abbandono è pari alla veduta di un quartiere di Gaza dopo una campagna di raid aerei. Sabato sera mi hanno passato al telefono la piazza di Milano in protesta, ho passato a mia volta il cellulare agli eroici dottori e infermieri con cui stiamo lavorando, li ho visti rincuorarsi per un breve attimo. Le manifestazioni in tutto il mondo dimostrano che esiste ancora qualcuno in cui credere, ma non sono ancora abbastanza partecipate per esercitare quella pressione necessaria affinché i governi occidentali costringano Israele in un angolo, ad  assumersi le sue responsabilità come criminale di guerra e contro l’umanità.

Moltissime le donne gravide terrorizzate che in queste ore stanno dando alla luce figli frutti di parti prematuri. Ne ho accompagnate personalmente tre a partorire. Una di queste, Samira, al settimo mese, ha dato alla luce uno splendido minuscolo bimbo di nome Ahmed. Correndo con lei a bordo verso l’ospedale di Auda e lasciandoci dietro negli specchietti retrovisori lo scenario di morte e distruzione dove poco prima stavamo raccogliendo cadaveri, ho pensato per un attimo che questa vita in procinto di fiorire potesse essere d’augurio per un futuro di pace e speranza. L’illusione si è dissolta col primo razzo che è piombato a fianco della nostra ambulanza tornando da Auda verso il centro di Jabalia. Queste madri coraggio mettono tristemente al mondo creature le quali assorbono come prima luce nei loro occhi nient’altro oltre il verde militare dei tank e delle jeep e i lampi intermittenti che precedono le esplosioni. Quali prospettive di vita attendono bimbi che fin dal primo istante della loro nascita avvertono sofferenza e urla di disgrazia?

 

Restiamo umani.

 

 

 VII – AL NAKBA

6 gennaio 2009

 

Sfilano timorosi con lo sguardo rivolto verso l’alto, arresi ad un cielo che piove su di loro terrore e morte, timorosi della terra che continua a tremare sotto ogni passo, che crea crateri dove prima c’erano case, scuole, università, mercati, ospedali, seppellendo per sempre le loro vite. Ho visto carovane di palestinesi disperati in fuga da Jabalia, Beith Hanoun e da tutti i campi profughi di Gaza andare ad affollare, come terremotati, le scuole delle Nazioni Unite. Come vittime di uno tsunami che giorno per giorno sta inghiottendo la Striscia di Gaza e la sua popolazione civile: senza pietà, senza alcun riguardo per i diritti umani, facendo carta straccia delle convenzioni di Ginevra. Soprattutto senza che nessun governo occidentale muova un dito per fermare questi massacri, per inviare qui personale medico, per fermare il genocidio di cui si sta macchiando Israele.

Continuano gli attacchi indiscriminati contro gli ospedali e il personale medico. Ieri, dopo aver lasciato l’al-Awda a Jabalia, ho ricevuto una telefonata da Alberto, compagno spagnolo dell’Ism: una bomba è caduta sull’ospedale. Abu Mohammed, infermiere, è rimasto seriamente ferito alla testa. Proprio lui, comunista, poco prima che l’ordigno lo colpisse, davanti a un caffè mi raccontava le gesta eroiche dei leader del Fronte Popolare, i suoi miti: George Habbash, Abu Ali Mustafa, Ahmad Al-Sadat. Gli si erano illuminati gli occhi quando aveva scoperto che le prime nozioni sull’immensa tragedia della Palestina mi erano state impartite dai miei genitori, comunisti convinti. Mi aveva chiesto quali erano i leader di sinistra italiani del passato davvero rivoluzionari, e gli avevo risposto Antonio Gramsci. E quelli odierni? Avevo preso tempo, gli avrei risposto oggi. Abu Mohammed, che ora giace in coma nell’ospedale dove lavorava, si è risparmiato la mia deludente risposta.

Verso mezzanotte ho ricevuto un’altra chiamata, questa volta da Eva. L’edificio in cui si trovava era sotto attacco. Conosco bene anche quel palazzo, al centro di Gaza City, è la sede dei principali media, ci ho passato una notte con alcuni amici fotoreporter palestinesi, che stanno cercando di raccontare con immagini e parole la catastrofe innaturale che ci ha colpito dieci giorni fa. Reuters, Fox News, Russia Today e decine di altre agenzie locali e non, sotto il fuoco di sette razzi partiti da un elicottero israeliano. Sono riusciti a evacuare tutti in tempo prima di rimanere seriamente feriti: i cameramen, i fotografi, i reporter, tutti palestinesi dal momento che Israele non permette a giornalisti internazionali di mettere piede a Gaza. Non ci sono obiettivi “strategici” intorno a quel palazzo, né resistenza che combatte la micidiale avanzata dei blindati israeliani, posizionati ben più a nord.

Chiaramente qualcuno a Tel Aviv non riesce a digerire che le immagini dei massacri di civili possano sovrapporsi a quelle dei briefing con tanto di rinfresco offerto ai giornalisti prezzolati. Tramite queste conferenze stampa stanno cercando di convincere il mondo che gli obiettivi delle bombe sono solo i terroristi di Hamas e non quei bambini orrendamente mutilati che tiriamo fuori ogni giorno dalle macerie. A Zaytoun, una decina di chilometri da Jabalia, un edificio bombardato è crollato sopra una famiglia, una ventina le vittime. I soccorritori hanno atteso diverse ore prima di poter arrivare sul posto, i militari continuavano a spararci contro. Sparano alle ambulanze, bombardano gli ospedali. Pochi giorni fa, da una nota emittente radiofonica milanese, una “pacifista” israeliana mi ha detto ha chiare lettere che questa è una guerra dove le due parti contrapposte utilizzano tutte le loro armi a disposizione. Invito allora Israele a sganciarci addosso una delle sue tante bombe atomiche che tiene segretamente stipate contro tutti i trattati di non proliferazione nucleare. Ci tiri addosso la bomba risolutiva, metta fine all’inumana agonia di migliaia di corpi maciullati nelle corsie sovraffollate degli ospedali.

Ieri ho scattato alcune fotografie in bianco e nero alle carovane di carretti trascinati dai muli, carichi di bambini sventolanti un drappo bianco rivolto verso il cielo, i volti pallidi, terrorizzati. Riguardando oggi quegli scatti di profughi in fuga mi sono corsi i brividi lungo la schiena. Se potessero essere sovrapposti a quelle fotografie che testimoniano al-Nakba del 1948, la catastrofe palestinese, coinciderebbero perfettamente. Nel vile immobilismo di stati e governi che si definiscono democratici, c’è una nuova catastrofe in corso da queste parti, una nuova pulizia etnica che sta colpendo la popolazione palestinese.

Fino a questa mattina si contavano 650 morti, 153 bambini, più di 3000 i feriti, decine e decine i dispersi. Il computo delle morti civili in Israele, fortunatamente, rimane fermo a quota 4. Dopo questo pomeriggio il bilancio sul versante palestinese va drammaticamente aggiornato, l’esercito ha iniziato a bombardare le scuole delle Nazioni Unite. Le stesse che stavano raccogliendo migliaia di sfollati evacuati dietro minaccia di un imminente attacco. Li hanno scacciati dai campi profughi, dai villaggi, solo per raccoglierli tutti in un unico posto, un bersaglio più comodo. Sono tre le scuole bombardate oggi. L’ultima, quella di al-Fakhura a Jabalia, è stata centrata in pieno. Più di 40 morti. In pochi istanti se ne sono andati uomini, anziani, donne, bambini che si credevano al sicuro dietro le mura dipinte di blu con il logo dell’ONU. Le altre 20 scuole delle Nazioni Unite tremano. Non c’è via di scampo nella Striscia di Gaza, non siamo in Libano, dove i civili dei villaggi del sud sotto le bombe israeliane evacuarono al nord, o in Siria o in Giordania. Da enorme prigione a cielo aperto la Striscia si è tramutata in una trappola mortale. Ci si guarda sconvolti e ci si chiede se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riuscirà questa volta a pronunciare un’unanime condanna, dopo che anche le sue scuole sono prese di mira. Qualcuno fuori di qui ha deciso davvero di fare un deserto e poi di chiamarlo pace.

Ci aspetta una lunga nottata sulle ambulanze, anche se l’alba da queste parti è ormai una chimera. I ripetitori dei cellulari lungo tutta la Striscia sono andati distrutti, abbiamo rinunciato a contarci. Spero di riuscire a sentire un giorno tutti gli amici che non posso più sentire, ma non mi illudo. Qui a Gaza siamo tutti bersagli ambulanti, nessuno escluso. Mi ha appena contattato il consolato italiano, dicono che domani evacueranno l’ultima nostra concittadina: un’anziana suorina che da venti anni abita nei pressi della chiesa cattolica di Gaza, ormai adottata dai palestinesi della Striscia. Il console mi ha gentilmente pregato di cogliere quest’ultima opportunità, aggregarmi alla suora e scampare da questo inferno. L’ho ringraziato per la sua generosa offerta ma da qui non mi muovo, non ce la faccio.

Per i lutti che abbiamo vissuto, prima ancora che italiani, spagnoli, inglesi, australiani, siamo tutti palestinesi. Se solo per un minuto al giorno lo fossimo tutti, come molti siamo stati ebrei durante l’olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato.

 

Restiamo umani.

 

 

 VIII – FIONDE CONTRO BOMBE AL FOSFORO BIANCO

7 gennaio 2009

 

“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.” Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”

A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia,  più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito. Poco prima mi ero intrattenuto in una discussione con il dottor Abdel, oftalmologo, circa i rumors, le voci incontrollate che da giorni circolano lungo tutta la Striscia secondo le quali l’esercito israeliano ci starebbe tirando addosso una pioggia di armi non convenzionali, vietate dalla Convenzione di Ginevra. Cluster bombs e bombe al fosforo bianco. Esattamente le stesse che l’esercito di Tsahal utilizzò nell’ultima guerra in Libano e l’aviazione USA a Falluja, in violazione delle le norme internazionali.

Dinnanzi all’ospedale Al Awda siamo stati testimoni e abbiamo filmato dell’utilizzo di bombe al fosforo bianco, cadute a circa cinquecento metri da dove ci trovavamo, troppo lontano per essere certi che sotto gli Apache israeliani ci fossero dei civili, ma troppo tremendamente vicino a noi. Il Trattato di Ginevra del 1980 prevede che il fosforo bianco non debba essere usato direttamente come arma di guerra nelle aree civili, ma solo come fumogeno o per l’illuminazione. Non c’è dubbio che utilizzare quest’arma sopra Gaza, una striscia di terra dove si concentra la più alta densità abitativa del mondo, è già un crimine a priori.

Il dottor Abdel mi ha riferito che all’ospedale Al Shifa non hanno la competenza militare e medica per comprendere se alcune ferite di cadaveri che hanno esaminato siano state prodotte effettivamente da proiettili al fosforo bianco. A detta sua però, in venti anni di mestiere, non ha mai visto casi di decessi come quelli portati all’ospedale nelle ultime ore. Mi ha spiegato di traumi al cranio, con fratture a  vomere, mandibola, osso zigomatico, osso lacrimale, osso nasale e osso palatino che indicherebbero l’impatto di una forza immensa con il volto della vittima. Quello che a detta sua è totalmente inspiegabile è la totale assenza di globi oculari, che anche in presenza di traumi di tale entità dovrebbe rimanere al loro posto, almeno in tracce, all’interno del cranio. Invece stanno arrivando negli ospedali palestinesi cadaveri senza più occhi, come se qualcuno li avesse rimossi chirurgicamente prima di consegnarli al coroner.

Israele ci ha fatto sapere che da oggi ci è generosamente concessa una tregua ai suoi bombardamenti di 3 ore quotidiane, dalle 13 alle 16. Queste dichiarazioni dei vertici militari israeliani vengono apprese dalla popolazione di Gaza, con la stessa attendibilità dei leaders di Hamas quando dichiarano di aver fatto strage di soldati nemici. Sia chiaro, il peggior nemico dei soldati di Tel Aviv sono gli stessi combattenti sotto la stella di Davide. Ieri una nave da guerra al largo del porto di Gaza ha individuato un nutrito gruppo di guerriglieri della resistenza palestinese muoversi compatto intorno a Jabalia e ha cannoneggiato. Erano invece dei loro commilitoni, risultato: 3 soldati israeliani uccisi, una ventina i feriti. Alle tregue sventolate da Israele qui non ci crede ormai nessuno, e infatti alle 14 di oggi Rafah era sotto l’attacco degli elicotteri israeliani, e a Jabalia l’ennesima strage di bambini: tre sorelline di 2, 4, e 6 della famiglia Abed Rabbu. Una mezz’ora prima sempre a Jabilia ancora una volta le ambulanze della mezzaluna rossa sotto attacco. Eva e Alberto, miei compagni dell’ISM, erano sull’ambulanza, e hanno videodocumentato l’accaduto, passando poi i video e le foto ai maggiori media. Hanno gambizzato Hassan, fresco di lutto per la morte del suo amico Araf, paramedico ucciso due giorni fa mentre soccorreva dei feriti a Gaza City. Si erano fermati a raccogliere il corpo di un moribondo agonizzante in mezza alla strada, sono stati bersagliati da una decina di colpi sparati da un cecchino israeliano. Un proiettile ha colpito alla gamba Hassan, e ridotto un colabrodo l’ambulanza.

Siamo arrivati a quota 688 vittime, 3070 i feriti, 158 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Solo nella giornata di ieri si sono contati 83 morti, 80 dei quali civili. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Recandomi verso l’ospedale di Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze tutta la notte, correndo su uno dei pochi taxi temerari che zigzagando ancora sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi a un angolo di una strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati, tali e quali i nostri sciuscià del dopoguerra italiano, che con delle fionde lanciavano pietre verso il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro vite.

La metafora impazzita che fotografa l’assurdità di questi tempi e di questi luoghi.

 

Restiamo umani.

 

 

  

IX – “NON LASCERO’ IL MIO PAESE!”

8 gennaio 2009

Il dentifricio, lo spazzolino, le lamette e la mia schiuma da barba. I vestiti che indosso, lo sciroppo per curarmi una brutta tosse che mi affligge da settimane, le sigarette comprate per Ahmed, il tabacco per il mio narghilè. Il mio telefono cellulare, Il computer portatile su cui batto ebefrenico per tramandare una testimonianza dell’inferno circostante. Tutto il necessario per una vita umile e dignitosa a Gaza proviene dall’Egitto ed è arrivato sugli scaffali dei negozi del centro passando attraverso i tunnel. Gli stessi tunnel che caccia F16 israeliani hanno continuato a bombardare massicciamente nelle ultime 12 ore, coinvolgendo nelle distruzioni le migliaia di case di Rafah  vicini al confine. Un paio di mesi fa mi sono fatto sistemare tre denti malconci, alla fine dell’intervento ricordo che ho chiesto al mio dentista palestinese dove si procurava tutto il materiale odontotecnico, anestetico, siringhe, corone in ceramica e ferri del mestiere. Sornione, il dentista mi aveva fatto un cenno con le mani: da sotto terra. Non vi è alcun dubbio che attraverso i cunicoli sotto Rafah passavano anche esplosivo e armi, le stesse che la resistenza sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un criminale assedio. Su internet è facile reperire  foto che documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con l’Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in un pozzo egiziano per riemergere da quest’altra parte e rifornire Gaza di latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si approvvigionavano clandestinamente. I tunnel erano l’unica risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere all’assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un tasso di disoccupazione del 60%, e  costringeva l’80% delle famiglie a vivere di aiuti umanitari. I nostri compagni dell’ISM a Rafah ci descrivono l’ennesimo esodo a cui stanno assistendo. Carovane di disperati che su carretti trainati da muli o sopra mezzi di fortuna stanno lasciando le loro case dinnanzi all’Egitto. Copione già visto, i giorni precedenti erano piovuti dal cielo volantini che intimavano l’evacuazione, Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe. Gli sfollati di oggi passeranno la notte da parenti, amici e conoscenti a Gaza. Nessuno si fida più ad andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite, dopo il massacro di ieri a Jabalia. Moltissimi però non si sono mossi, non hanno alcuno posto dove riparare. Passeranno la notte pregando un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze. A ora sono 768 i morti palestinesi, 3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è ancora fermo a quota 4. A Zaytoun, quartiere a Est di Gaza city, le ambulanze delle Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e 10 feriti, tutti appartenenti alla famiglia Al Samouni. Una esecuzione perfetta: nei corpicini dei  bambini morti è possibile notare non schegge di esplosivo, ma fori di proiettile.

Le ultime due notti negli ospedali di Gaza City sono state più tranquille del solito, abbiamo soccorso decine di feriti e non centinaia. Evidentemente dopo la strage della scuola di  Al Fakhura l’esercito israeliano ha sfondato il budget quotidiano di morti civili da offrire in pasto ad un governo assetato di sangue in vista delle imminenti elezioni. Abbiamo sentore che già da stanotte torneranno a riempire gli obitori fino a farli scoppiare. A sirene spiegate continuiamo a scortare negli ospedali  donne gravide che partoriscono prematuramente. Come se la natura, la conservazione della specie induca queste madri coraggio ad anticipare la messa al mondo di nuove vite per sopperire al crescente numero di morti. Il primo vagito di questi neonati, quando sopravvivono, sovrasta per un attimo il boato delle bombe.

Leila, compagna dell’ISM, ha chiesto ai figli dei nostri vicini di casa di scrivere dei pensieri sull’immane tragedia che stiamo vivendo. Questi alcuni stralci dei loro termini, gli orrori della guerra osservati da uno sguardo puro e innocente, quello dei bambini di Gaza. Da Suzanne, 15 anni: “La vita a Gaza è molto difficile. In realtà non si può descrivere tutto. Non possiamo dormire, non possiamo andare a scuola o studiare. Proviamo molte emozioni, a volte abbiamo paura e ci preoccupiamo perché gli aerei e le navi colpiscono 24 ore su 24. A volte ci annoiamo perché durante il giorno non c’è elettricità, e la notte ce l’abbiamo solo per circa quattro ore, e quando c’è guardiamo il notiziario in TV. E vediamo bambini e donne feriti o morti. Così viviamo l’assedio e la guerra.” Da Fatma, 13 anni: “E’ stata la settimana più difficile della mia vita. Il primo giorno eravamo a scuola, a dare l’esame del primo trimestre, poi sono iniziate le esplosioni e molti studenti sono stati uccisi o feriti, e gli altri sicuramente hanno perso un parente o vicino. Non c’è elettricità, cibo o pane. Che possiamo fare, sono gli israeliani! Tutti nel mondo festeggiano il nuovo anno, anche noi lo festeggiamo ma in modo diverso.” Da Sara, 11 anni : “Gaza vive in un assedio, come in una grande prigione: niente acqua, niente elettricità. La gente ha paura e non dorme la notte, e ogni giorno nuove persone vengono uccise. Fino ad ora, più di 700 sono state uccise e più di 3000 ferite. E gli studenti davano gli esami del primo trimestre, così Israele ha colpito le scuole, il Ministero dell’educazione, e molti ministeri. Ogni giorno la gente chiede quando finirà, e aspettano altre navi di attivisti come Vittorio e Leila.” Da Darween, 8 anni “Sono una bambina palestinese e non lascerò il mio paese; così avrò molti vantaggi perché non lascerò il mio paese e sento il rumore di razzi così non lascerò il mio paese!.” Meriam ha quattro anni. I suoi fratellini le hanno chiesto: “Cosa provi quando senti I razzi?” E lei ha detto: “Ho paura!”, e subito è corsa a nascondersi dietro le gambe del papà.

Gaza è tristemente avvolta nell’oscurità da dieci giorni, solo negli ospedali ci è concesso ricaricare computer e cellulari, e guardare la televisione con i dottori e i paramedici in attesa di una chiamata di soccorso. Ascoltiamo i boati in lontananza, dopo qualche minuto le reti satellitare arabe riferiscono esattamente dove è avvenuta l’esplosione. Spesso ci riguardiamo sullo schermo trarre fuori dalle macerie corpi, come se non bastasse averli visti in diretta. Ieri sera col telecomando sono capitato su una televisione israeliana. Davano un festival di musica tradizionale, con tanto di soubrette in vestiti succinti e fuochi artificiali finali. Siamo tornati al nostro orrore, non sullo schermo, ma sulle ambulanze.  Israele ha tutti i diritti di ridere e cantare anche mentre massacra il suo vicino di casa. I palestinesi chiedono solo di morire di una morte diversa, che so, di vecchiaia.

X – HANNO UCCISO IPPOCRATE

9 gennaio 2009

A Gaza un plotone di esecuzione ha messo al muro Ippocrate, ha puntato e fatto fuoco.

Le allucinanti dichiarazioni di un portavoce dei servizi segreti israeliani secondo cui l’esercito ha ottenuto via libera a sparare sulle ambulanze perché si presume che a bordo siano presenti membri della resistenza palestinese, rendono il senso del valore dato alla vita da Israele in questi giorni, la vita dei nemici, s’intende.

Vale la pena ripassare cosa dichiara il giuramento di Ippocrate, a cui è tenuto ogni medico prima di iniziare a esercitare la professione, in particolare questo passaggio:  “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica”.

Sono nove i camici bianchi uccisi dall’inizio della campagna di bombardamenti, una decina le ambulanze colpite dall’artiglieria israeliana. I sopravvissuti tremano di paura, ma non si tirano indietro. I lampeggianti cremisi delle ambulanze sono gli unici squarci di luce lungo le strade nelle notti oscure di Gaza, esclusi i lampi che precedono le esplosioni. Riguardo a questi crimini, l’ultima denuncia è partita da Pierre Wettach, capo della Croce Rossa a Gaza;  le sue ambulanze sono potute accorrere sul luogo di un massacro, a Zaytoun, est di Gaza City, solo dopo 24 ore dall’attacco israeliano. I soccorritori dichiarano di essersi trovati dinnanzi uno scenario raccapricciante: “Quattro bambini piccoli vicini ai corpi senza vita delle loro madri in una delle case. Erano troppo deboli per tenersi in piedi.  E’ stato trovato vivo anche un uomo, anche lui troppo debole per tenersi in piedi. In tutto sui materassi giacevano 12 corpi”. I testimoni di questa ennesima carneficina raccontano come i soldati israeliani, penetrati nel quartiere, hanno radunato le decine di membri della famiglia Al Samouni in un solo edificio e poi lo hanno ripetutamente bombardato.

Con i miei compagni dell’ISM sono giorni che giriamo sulle ambulanze della mezzaluna rossa, abbiamo subito molteplici attacchi e perso un caro amico, Arafa, colpito in pieno da un colpo di obice sparato da un carro armato. Altri tre paramedici nostri amici rimangono ricoverati negli ospedali dove fino a ieri lavoravano. Sulle ambulanze il nostro dovere è raccogliere feriti, non accogliere a bordo guerriglieri. E quando troviamo riverso per strada un uomo ridotto una poltiglia di sangue, non si ha il tempo di controllare i suoi documenti, chiedergli se parteggia per Hamas o Fatah. Anche perchè quasi sempre i feriti non rispondono, come i morti.

Alcuni giorni fa caricando un ferito grave ha cercato contemporaneamente di salire sull’ambulanza anche un altro uomo, ferito in maniera lieve. Lo abbiamo spintonato fuori, proprio perché sia chiaro a chi ci spia dal cielo che non fungiamo da taxi per il trasporto di membri della resistenza, bensì accogliamo sopra le nostre ambulanze solo feriti gravi, il cui rifornimento da parte di Israele non cessa un istante.

La notte scorsa è arrivata all’ospedale Al Quds di Gaza City Miriam, 17 anni, in preda alle doglie. Al mattino erano passati nello stesso ospedale suo padre e sua cognata, entrambi cadaveri, vittime di uno dei tanti bombardamenti indiscriminati. Durante la notte Miriam ha partorito un bel bimbo, inconsapevole del fatto che mentre lei si trovava in sala parto, un piano più in basso all’obitorio era giunto anche il giovane marito.

Alla fine persino le Nazioni Unite si sono accorte che qui a Gaza siamo come tutti immersi nello stesso catino, bersagli mobili per ogni cecchino. Siamo arrivati a quota 789 vittime, 3300 i feriti, 410 vertono in situazione critica, 230 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è sempre fermo a quota 4. Per bocca di John Ging capo dell’Unrwa (Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi), le Nazioni Unite hanno annunciato la sospensione delle loro attività umanitarie lungo la Striscia. Ho incrociato Ging negli uffici dell’agenzia di stampa Ramattan e l’ho visto sdegnato agitare il suo indice accusatorio contro Israele dinnanzi alle telecamere. L’ONU cessa le sua attività a Gaza dopo che due dei suoi operatori sono stati uccisi ieri, beffa ha voluto durante le tre ore di una tregua che Israele ha annunciato e al suo solito non ha rispettato. “I civili di Gaza hanno a disposizione 3 ore al giorno per cercare di sopravvivere, i soldati israeliani le restanti 21 per cercare di sterminarli” ho sentito Ging dichiarare a due passi da me.

Da Gerusalemme mi scrive Yasmine, moglie di uno dei numerosi giornalisti in fila al valico di Erez, giornalisti ai quali per chissà perchè Israele non concede il lasciapassare per venire qui a filmare e a raccontare l’immane catastrofe innaturale che da tredici giorni ci ha colpito. Queste le sue parole: “L’altro ieri sono andata a vedere Gaza dal di fuori. I giornalisti del mondo sono tutti ammucchiati su una collinetta di sabbia a un paio di km dal confine. Decine di telecamere che puntano verso di voi. Aerei che ci sorvolano, si sentono ma non si vedono,  sembrano solo illusioni mentali finché non si vede il fumo nero salire all’ orizzonte, Gaza.  La collina e’ diventata anche meta turistica per gli israeliani di zona. Con grandi binocoli e macchine fotografiche vengono a vedere i bombardamenti dal vivo.”

Mentre sto trascrivendo in fretta e furia questa mia corrispondenza una bomba cade nel palazzo a fianco a quello in cui mi trovo. I vetri tremano, le orecchie dolgono, mi affaccio dalla finestra e vedo che hanno colpito l’edificio dove sono raccolti i principali media arabi. E’ uno dei palazzi più alti di tutta Gaza City, l’Al Jaawhara Building. Sul tetto tengono fissi una troupe con una telecamera, li vedo ora contorcersi tutti a terra, agitare le braccia invocando aiuto, avvolti da una cappa nera di fumo. Paramedici e giornalisti, le professioni più eroiche in questo spicchio di mondo.

All’ospedale Al Shifa ieri sono andato a trovare Tamim, reporter sopravvissuto ad un bombardamento aereo. Mi ha spiegato come secondo lui Israele sta adottando le stesse identiche tecniche terroristiche di Al Al-Qaeda: bombarda un edificio, attende l’arrivo dei giornalisti e dei soccorsi, quindi fa cadere un’altra bomba che fa strage di quest’ultimi. Per questo motivo a suo avviso si sono registrate molte vittime fra i paramedici e i reporters, e gli infermieri attorno al suo letto facevano cenni di consenso. Tamim mi ha mostrato, sorridendo, i suoi moncherini. Ha perso le gambe, ma è felice d’essersela cavata, il suo collega  Mohammed è morto con in mano la macchina fotografica, la seconda esplosione lo ha ucciso. Nel frattempo mi sono informato sulla bomba appena caduta nel palazzo qui vicino, sono rimasti feriti due giornalisti, entrambi palestinesi, uno di Libyan tv l’altro di Dubai tv. Giusto un altro sonoro avvertimento da chi esige che questo massacro di vittime civili non venga in alcun modo raccontato. Non mi resta che augurarmi che nel quartier generale dei vertici militari israeliani non si legga Il manifesto, ne vi siano affezionati visitatori del mio blog.

 

Restiamo umani.

 

 

 

XI – DISTRUZIONE TOTALE LAVORI IN CORSO

10 gennaio 2009

Alcune famiglie di palestinesi ci hanno consegnato dei volantini, piovuti dal cielo nei giorni scorsi, lanciati dall’aeronautica israeliana in alternativa alle bombe. Volantino n.1, tradotto dall’arabo: “A tutte le persone residenti in quest’area. A causa delle azioni terroristiche con cui i terroristi presenti nella vostra area stanno aggredendo Israele, le Forze di Difesa Israeliane sono state costrette ad agire immediatamente e ad agire in questo modo nelle vostre zone. Vi esortiamo, per la vostra sicurezza, a evacuare immediatamente quest’area. Forze di Difesa Israeliane.” In pratica l’esercito israeliano sta passando di casa in casa appiccicando sugli usci un avviso di “lavori in corso”, prima di radere al suolo interi quartieri, affossando per sempre speranze di vita presente e futura. Seppellire sotto tonnellate di macerie chi non ha un posto dove evacuare.

Poco fa ci hanno comunicato il lancio di nuovi volantini, avvisano che “la terza fase della guerra al terrorismo sta per cominciare”. Sono cortesi i militari israeliani, chiedono la collaborazione dei palestinesi di Gaza, prima di schiacciarli come insetti. Se i volantini non sono abbastanza persuasivi, ci pensa l’aeronautica a bussare “dolcemente” sui tetti delle case di Gaza. E’ una nuova prassi degli ultimi giorni, piovono bombe un pochino più leggere, abbastanza per scoperchiare i tetti delle abitazioni e invitare gli abitanti all’evacuazione. Dopo due o tre minuti i caccia ripassano e dell’edificio non rimane più niente. Evacuare, ma evacuare dove? Non ci sono posti al sicuro lungo tutta la Striscia, io personalmente tempo di più per la mia vita sopra a un’ambulanza, o passando al fianco di una moschea o di una scuola, che davanti a uno dei palazzi governativi ancora in piedi. Ieri notte, a20 metrida casa mia, i caccia israeliani hanno tirato giù la stazione dei pompieri. Sulla strada parallela al porto ho scoperto stamane dei crateri profondi tre metri, come se fossero piovuti meteoriti in un film di fantascienza. La differenza è che qui gli effetti speciali fanno parecchio male.

Girando per i corridoi dell’ospedale Al-Shifa, affollati di feriti in attesa di cure, è possibile imbattersi in un medico dai tratti somatici non proprio arabi: è Mads Gilbert, norvegese dell’organizzazione non governativa Norwac. Gilbert, anestesista, conferma il sospetto di armi proibite usate da Israele sui civili di Gaza. “Molti feriti arrivano con amputazioni estreme, con entrambe le gambe spappolate, lesioni che io sospetto siano provocate da bombe DIME”. Questo mentre Navi Pillay, Alto Commissario Onu per i diritti umani, denuncia “gravissime violazioni che possono costituire crimini di guerra”.

L’ultimo di questi crimini poche ore fa, a est di Jabalia: la famiglia di Abed Rabbu si stava rifornendo di scorte alimentari in uno dei piccoli negozi ancora aperti che è stato bombardato: 8 vittime, 10 feriti gravi. L’impressione generale è che Israele abbia deciso di prendersela con calma, le bombe cadono costantemente e le forze di terra avanzano lentamente. I soldati non hanno problemi nel procacciarsi razioni k, le razioni alimentari militari, a differenza della gente di Gaza che non trova più il pane. I panettieri, finite le scorte, hanno iniziato a mescolare la farina con quella animale per sfornare pagnotte. Oppure ci si ciba con quello che qui chiamano pane penicillina. E’ pane ammuffito, avanzi di produzioni vecchie di settimane, verde di muffa. Lo si mette su un piccolo fuoco ricavato da un paio di ceppi di legno, vi assicuro che non è proprio una prelibatezza. Israele continua a diffondere, specie via internet, immagini riprese dal cielo che dimostrerebbero come i suoi attacchi siano precisi e mirati su “terroristi” o ipotetici magazzini con scorte di armi ed esplosivo. L’altissimo conto delle vittime civili basta da solo a smentire questi video.

Mi chiedo come Israele possa definirsi civile e democratico, se per stanare e uccidere un suo nemico nascosto in un edificio abitato il suo esercito non esita un attimo ad abbatterlo seppellendoci sotto decine di vittime innocenti. Rifletteteci un attimo, sarebbe come se l’esercito italiano, per catturare un pericoloso boss mafioso, iniziasse a bombardare pesantemente il centro di Palermo.

Sono 821 i morti palestinesi nel momento in cui scrivo, 93 le donne ammazzate, 235 i bambini, 12 i paramedici uccisi nell’adempimento del loro dovere, 3 i giornalisti, ben 3350 i feriti, più della metà hanno meno di diciotto anni. Secondo il centro Mezan per i diritti umani, noto per la sua attendibilità, i civili palestinesi massacrati in due settimane rappresentano l’85% delle vittime totali.

Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è sempre fermo a quota 4.

Se le Nazioni Unite non riescono a proteggere la popolazione civile dalle massicce violazioni di Israele agli obblighi umanitari internazionali, ci proveranno i miei amici del Free Gaza Movement, pronti a sbarcare nella Striscia fra un paio di giorni. Sono medici, infermieri, attivisti per i diritti umani, che ritengono loro preciso dovere morale fare il possibile per fornire qualche misura di protezione. Avevano già provato ad arrivare sulla Dignity martedi 30 dicembre, ma la marina israeliana aveva speronato la nostra barca, in acque internazionali, tentando di affondarla e successivamente parlando di “incidente”. Attenderò i miei amici con il loro carico di aiuti umanitari fra le macerie di quel che resta del porto, e voglio sperare che non si ripetano altri “incidenti” in alto mare.

Il secondo volantino piovuto dal cielo che abbiamo tradotto è una vera chicca (è possibile trovare le foto di entrambi i volantini sul sito guerrillaradio.iobloggo.com): “Ai cittadini di Gaza. Prendetevi la responsabilità del vostro destino! A Gaza i terroristi e coloro che lanciano i razzi contro Israele rappresentano una minaccia per le vostre vite e per quelle delle vostre famiglie. Se desiderate aiutare la vostra famiglia e i vostri fratelli che si trovano a Gaza, tutto quello che dovete fare è chiamare il numero indicato di seguito e darci informazioni riguardo alle posizioni in cui si trovano i responsabili dei lanci di razzi e le milizie terroriste che fanno di voi le prime vittime delle loro azioni. Evitare che vengano commesse atrocità è ora vostra responsabilità! Non esitate! E’ garantita la più totale discrezione. Potete contattarci al seguente numero: 02-5839749. Oppure scriverci a questo indirizzo di posta elettronica per comunicarci qualunque informazione abbiate riguardo a qualsiasi attività terroristica: helpgaza2008@gmail.com. Forze di Difesa israeliane.” Invito coloro che mi scrivono per esprimermi solidarietà a continuare a manifestare indignazione per la tragedia che stiamo subendo e a tifare per i diritti umani. Se poi avete 5 minuti di tempo e un gettone telefonico da spendere, i riferimenti contenuti nell’ultimo volantino potrebbero tornarvi utili per dire la vostra a chi per via aerea, marittima, terrestre decide cinicamente del destino di un milione e mezzo di persone. Mai gettone sarà speso meglio.

 

Restiamo umani.

 

 

  

XII – AVVOLTOI E CACCIATORI DI TAGLIE

13 gennaio 2009

Del mare proviamo a fare ancora un corridoio salvifico, una breccia su questa terra martoriata, confiscata e imprigionata, stuprata in ogni suo palmo, ridotta ad un cimitero per salme che non trovano riposo. (Da qualche giorno infatti anche i funerali sono diventati target di attacchi dell’aereonautica israeliana, come se i palestinesi uccisi meritassero un’ulteriore punizione anche da morti.)

Se un corridoio umanitario stenta a schiudersi per venire in soccorso ad una popolazione ridotta allo stremo delle forze, ci penserà la “Spirit of Humanity,” una delle nostre barche targata Free Gaza Movement. Salpata oggi da Larnaca, Cipro, cercherà di condurre sino al porto di Gaza oltre a tonnellate di medicinali una quarantina fra dottori, infermieri, giornalisti, parlamentari europei, attivisti per i diritti umani, rappresentanti 17 diverse nazioni. Esseri veramente umani, come i tanti in Italia che mi testimoniano la loro indignazione, disposti a rischiare la vita piuttosto che continuare a restare seduti e ignavi nel salotto buono di casa, dinnanzi ad un televisore che rimanda solo una minima parte del massacro che ci sta affliggendo.

Il 29 dicembre i miei amici ci provarono con la “Dignity”, furono attaccati dalla marina israeliana che tentò di affondarli, lanciato l’SOS dovettero rifugiarsi in Libano coi motori in avaria e una falla nello scafo. Per puro caso non ci furono feriti gravi in quell’occasione, ci auguriamo che domani siano rispettate le loro vite e i diritti umani.

Ci sono terribili catastrofi naturali a questo mondo, come terremoti e uragani, inevitabili. A Gaza è in corso una catastrofe umanitaria innaturale perpetrata da Israele ai danni di un popolo che vorrebbe ridotto alla più completa miseria e sottomissione. Una popolazione disperata che non trova più il pane e il latte per nutrire i suoi figli. Che non piange neanche più i suoi lutti perchè anche agli occhi è stata imposta una ferrea dieta. Il mondo intero non può ignorare questa tragedia, e se lo fa, non includeteci in questo mondo. Ogni giorno invochiamo forze che governano sopra di noi affinchè fermino questo genocidio in corso, per domani mattina chiediamo solo che la nostra piccola imbarcazione approdi a Gaza con il suo carico di compassione, pace, amore, empatia, che a tutti i palestinesi siano concessi gli stessi diritti di cui godono gli israeliani e qualsiasi altro popolo del pianeta.

Il mare come àncora di speranza, il mare come meta di distruzione. Secondo l’agenzia di stampa Ma’an, e la Reuters conferma, gli Stati Uniti stanno per rifornire di 300 tonnellate di armi Israele, tramite due navi cargo in partenza dalla Grecia. Armi e una grande quantità di esplosivo e detonatori, tutto il necessario per spianare la Striscia da migliaia delle sue abitazioni. Sono già 120 mila gli sfollati da Gaza a Jabalia ma i più, compresi diversi miei amici, non si sono mossi, non sanno dove rifugiarsi.

Giornalisti, dottori e becchini. Sono le professioni che lavorano di più qui a Gaza, senza sosta ormai da 16 giorni. Gli avvoltoi, oltre ai caccia bombardieri, preoccupano e fomentano disprezzo, specie quelli che fino a ieri sedevano sulla stessa sedia del compianto Arafat, e ora anelano a venire a riprendersi il trono sulle ceneri di quel che di Gaza sarà.

Siamo giunti a 923 vittime, 4150 i feriti, 255 i bambini palestinesi orribilmente trucidati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è sempre fermo a quota 4.

Gira voce che Olmert avrebbe fatto sapere ai suoi che il raggiungimento di 1000 vittime civili è il termine ultimo per arrestare questa brutale offensiva infanticida. Un pò come succede alla Vucciria di Palermo, dove i quarti di manzo gocciolano sangue all’aperto, e si contratta la carne un tanto al chilo.

Le apparizioni di Ismail Haniyeh sullo schermo sono seguitissime dai palestinesi della Striscia. Non si può parlare di tregua senza contemporaneamente prefissare una fine dell’assedio. Continuare ad assediare una Gaza ridotta in macerie, non permettere il confluire di viveri e medicinali, impedire la fuoriuscita di malati e di feriti, significa condannarla ad una più lunga agonia. Questo il sunto delle parole del leader di Hamas, pronunciate stasera da un bunker chissà dove sottoterra, che fanno breccia nell’opinione pubblica gazawi. Il discorso di un leader che avrebbe potuto fuggire a ripararsi altrove, e invece è rimasto qui a prendersi le bombe in testa come chiunque altro.

Mentre sto scrivendo arriva la solita telefonata intimidatoria che ordina l’evacuazione prima di un bombardamento. Mi trovo nel palazzo dove risiedono i principali media internazionali, tra cui Al Jazeera, Ramattan e Reuters. Abbiamo dovuto staccate i pc dalle pareti, precipitarci giù per le scale e riversarci in strada, dove con gli occhi incollati al cielo cerchiamo di scorgere da dove giungerà il fulmine distruttivo. Questa notte non ci saranno telecamere e reporter a documentare il massacro di civili, aleggia il fondato sospetto che le vittime innocenti saranno più del solito.

Ancora per strada fisso Alberto e gli strizzo un occhio, si avvicina e gli sussurro in un orecchio se ritiene plausibile che le telefonata intimidatoria sia stato un segnale per noi due soli, dopo la scoperta di un sito statunitense di estrema destra che ci ha messo una taglia sulla testa:

 

“ALLERTARE I MILITARI DELL’IDF PER COLPIRE L’ISM. Numero da chiamare se localizzate i covi di Hamas con i membri dell’ISM. Dall’America chiamate 011-972-2-5839749. Da altri paesi non digitare lo 011. Aiutateci a neutralizzare l’ISM, che è ormai parte integrante di Hamas sin dall’inizio della guerra. BERSAGLIO ISM #1 PER LE FORZE AEREE ISRAELIANE E TRUPPE DI TERRA DELL’IDF: INVITO ALL’OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI (FOTO SOTTO) CHE ATTUALMENTE ASSISTE HAMAS A GAZA.

 

Dal sito www.stoptheism.com. Non prendetevi la briga di visitarlo ne tantomeno di linkarlo ai vostri siti. E’ una testimonianza sociologica da tramandare ai posteri. Analizzando questi tempi, il futuro pronuncerà la sua sentenza inappellabile di come l’odio fosse il sentimento più puro, e il livore verso il diverso muovesse eserciti e fosse il collante di intere masse di uomini.

Non è necessario che i miei detrattori e chi mi vorrebbe martire compongano quel numero, l’esercito israeliano sa benissimo dove trovarmi anche stanotte, sto sopra le ambulanze dell’ospedale Al-Quds in Gaza City.

 

Restiamo umani.

 

 

  

XIII – FIGLI DI UN ALLAH MINORE

14 gennaio 2009

I “figli di un Allah minore” continuano a espiare l’eredità di un odio tramandato di generazione in generazione per una colpa che non hanno mai commesso.

I soldati della Stella di David si calano alla perfezione nel ruolo di tanti Erode contemporanei: sono già 253 i bimbi palestinesi massacrati in questo attacco. Un orrore senza fine, per il quale nessun soldato, nessun ufficiale dell’esercito israeliano, nessun governo israeliano è mai stato messo dinnanzi alle sue responsabilità di criminale di guerra.

Se per qualche ora queste vittime innocenti vengono graziate, non è così per i luoghi che ospitano i loro giochi, i sogni e le ambizioni di diventare adulti, quei padri e quelle madri che a loro sono stati strappati. Gli orfanotrofi sono diventati il nido preferito per gli uccelli meccanici israeliani, negli orfanotrofi i caccia vanno a deporre le loro bombe. I compagni dell’ISM da Rafah mi scrivono: “Domenica 11 gennaio, approssimativamente alle 0300 am, caccia F16 hanno bombardato il centro per orfani dell’associazione Dar al-Fadila che includeva una scuola, un college, un centro informatico e una moschea in Taha Hussein Street, nel quartiere Kherbat al-Adas a nord est di Rafah. Parte degli edifici sono andati completamente distrutti e quelli ancora in piedi sono seriamente danneggiati. La scuola assisteva circa 500 bambini senza più genitori”. La personalissima Jihad israeliana contro i luoghi sacri dell’islam lungo la Striscia continua nel “silenzio-assenso” della comunità internazionale: contando la moschea di Kherbat al-‘Adas, sono 20 le moschee rase al suolo. Fortunatamente nessun razzo Qassam ha ancora sfiorato le pareti di una sinagoga, altrimenti siamo certi che avremmo giustamente avvertito levarsi al cielo grida di sdegno da ogni angolo del mondo. Dio deve pagare il dazio di ricevere preghiere dai palestinesi.

Delle quasi 950 vittime, l’85 per cento sono civili. L’infernale macchina di distruzione israeliana continua lentamente ad avanzare ed avvolgere tutta Gaza, abbattendo case, scuole, università, ospedali, senza nessun tangibile segnale nè volontà sanzionatoria da parte della comunità internazionale. Sabotare l’avanzata della morte travestita da tank e caccia per savaguardare la vita. E’ giunto allora il nostro turno di semplici cittadini senza cittadinanza se non quella di ritenerci appartenenti ad una sola e unica comunità di persone: la famiglia umana. E’ ora che infiliamo un bastone in questo ingranaggio infernale. Ho incontrato il dottor Haidar Eid, professor dell’università Al-Quds di Gaza City. Un intellettuale di sinistra, coriaceo e insieme ilare, passionale, generoso, come in Italia non se ne vedono più, estinti o deposti in qualche scantinato della memoria perchè non riciclabili con la linea bipartisan che fa sfilare a braccetto postfascisti e postcomunisti, uniti in comune litania a giustificare Israele per ogni suo massacro.  Haidar dinnanzi a me si fa portavoce del PACBI (The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, sito: http://www.pacbi.org/) e del BDS (The Boycott, Divestment & Sanctions Campaign National Committee, sito: http://bdsmovement.net/ ) e con lui ho discusso di boicottaggio.

La storia insegna ma non ha alunni…e Mandela e il Mahatma Gandhi sono al momento impossibilitati a concedere ripetizioni. Ma c’è la storia specifica del Sudafrica a indicarci la strada per costringere Israele razzista e colonialista a giungere ad un compromesso. Allora non boicottare quel regime di apartheid fu considerato un pò come esserne complici, cosa cambia oggi?

Come me, la stragrande maggioranza dei palestinesi non crede che la miglior risposta all’occupazione israeliana e a questo massacro in corso siano gli attentati, i kamikaze e i razzi su Sderot. Il boicottaggio è pacifista, non violento, la migliore risposta umanamente accettabile all’imbarbarimento di un conflitto che rende disumano ogni gesto. La migliora arma nell’arsenale della non violenza, come ci ha ricordato Naomi Klein in un recente editoriale sul Guardian.

Haidar riesce a trarre qualcosa di positivo dalla pozza di sangue in cui stiamo affondando. Come fu dopo il massacro di Sharpeville, 21 marzo 1960,  quando 78 neri furono fatti a pezzi per volontà di un regime barbaro in Sudafrica, e il mondo si sentì in dovere di dire BASTA!, l’incomparabile massacro di mille civili palestinesi potrebbe dare il via ad una altrettanto forte campagna di mobilitazione per punire i crimini israeliani. Haidar è anche uno dei fautori di Israele e Palestina uniti in un unico stato, secolare, democratico e interreligioso, per lui unica e pragmatica via di uscita da un conflitto che non vede altre risoluzioni.

Più intimamente mi parla della Nakba, che lui ha scampato per pochi anni, pur avendola intensamente rivissuta nei racconti dei suoi familiari. Mi parla a chiare lettere, lui figlio del post-catastrofe, di come la Nakba è stata tramandata e ha alimentato l’inconscio collettivo di migliaia di palestinesi.

L’incubo si è rifatto vivo, ha bussato sui tetti delle case il 27 dicembre, e da allora non smette di provocare notti insonni. Haidar mi invita a divulgare, e io registro sul mio taccuino lacero, il suo appello per tutti gli italiani a non comprare più alcun prodotto made in Israel. I prodotti israeliani si riconoscono sugli scaffali, hanno un codice a barre che li contraddistingue: 729 le cifre iniziali.

Per ricavare la lista completa dei prodotti è possibile accedere al sito www.boycottisraeligoods.org. Stampatevi la lista, appiccicatela sulla porta del frigo o infilatela nella borsa di vostra madre o vostra moglie quando si recano al mercato.

“Se compri anche un solo bicchiere d’acqua proveniente da Israele, di fatto compri un anche un proiettile che prima o poi andrà a conficcarsi nel cuore di uno dei nostri figli”.

Il movimento di boicottaggio, che ha visto la luce nel2005 inPalestina, sta facendo passi da gigante e si diffonde fra milioni di consumatori nel mondo. Il presidente venezuelano Chavez che ha espluso l’ambasciatore israeliano e cessato ogni rapporto con lo Stato che sta strangolando la Palestina dovrebbe essere esempio a tutti i politici nostrani.

I leaders sudafricani dell’allora lotta contro il regime d’apartheid, Mandela, Ronnie Kasrils e Desmond Tutu, affermano che l’oppressione israeliana contro i palestinesi è di gran lunga peggiore di quella del Sud Africa, voci senz’altro più autorevoli di Frattini e Fassino. Diversi ebrei israeliani si sono uniti alla campagna di boicottaggio, circa 500 finora, fra i quali Ilan Pappè e Neta Golan, sopravvissuti all’Olocausto che gridano “mai più”.  Il poeta israeliano Aaron Shabtai ci invita ad agire: “Io spero nell’aiuto degli europei, che i discendenti di Voltaire e Rousseau aiutino Israele, perché Israele non finirà l’occupazione fin quando l’Europa non gli dirà basta. Solo una pressione da parte dei paesi civili e democratici può cambiare la situazione e riportarci la felicità. La situazione attuale – in cui a dettar legge è l’esercito – non può essere cambiata dall’interno. Per i valori di cui è portatrice, l’Europa non può continuare a collaborare con Israele. 729 deve diventare la nostra shoah: mai più!”

 

Restiamo umani.

 

 

XIV – I GIRONI INFERNALI DI JABALIA

15 gennaio 2009

Dante non avrebbe saputo immaginare gironi dei dannati così infernali come le corsie degli ospedali di Jabalia. La legge del contrappasso qui è applicata al contrario. Tanto più innocente è la vittima, tanto meno viene risparmiata dal martirio delle bombe. Al Kamal Odwan, all’Al Awda le piastrelle in ceramica del pronto soccorso sono sempre belle lustre, gli inservienti hanno sempre un gran daffare a ripulirle dal sangue che gronda dall’incessante via vai di barelle cariche di corpi massacrati.

Iyad Mutawwaq stava camminando per strada quando una bomba ha aperto uno squarcio in un edificio poco distante. Insieme ad altri passanti si era precipitato a prestare soccorso, mentre un secondo ordigno colpiva il palazzo, uccidendo un padre di 9 figli, due fratelli e un altro passante, che al pari di Iyad, era corso sul posto per aiutare i feriti. La solita storia ripetuta dieci, cento volte. La tecnica preferita di ogni terrorismo ricalcata alla perfezione dall’armata israeliana Tsahal. Si lancia una bomba, si attendono i soccorsi, si ribombardano feriti e soccorritori. Per Iyad queste bombe sono americane ma portano l’autografo anche di Mubarak, il presidente dittatore egiziano che qui a Gaza fa concorrenza a Olmert in capacità di catalizzare livore.

Dietro il letto di Iyad, un anziano con le braccia ingessate sta disteso con gli occhi fissi al soffitto e non proferisce più parola, mi dicono che ha perso tutto, famiglia e casa. Fissa le crepe dell’intonaco che cade a pezzi come per cercare una risposta alla disfatta della sua esistenza. Khaled ha lavorato 25 anni in Israele, prima dell’ultima Intifada. Come gratifica Israele non gli ha concesso una pensione, ma una serie di missili aria-terra sulla sua casa; su tutto il corpo ha ferite da schegge di esplosivo. Gli chiedo dove andrà a vivere ora che lo hanno dimesso dall’ospedale. Mi risponde dove stanno ora i suoi parenti: per strada.

Come la sua, sono tante le famiglie che non sanno più dove rifugiarsi. I più fortunati trovano ospitalità da parenti e conoscenti, come abbiamo verificato, ma si può definire vita quella di cento persone stipate in due appartamenti di tre stanze ciascuno? Due bombe sull’abitazione di Ahmed Jaber hanno messo in fuga la sua famiglia, ma troppo tardi. Una terza esplosione ha sepolto sotto le macerie sette suoi familiari, tra cui due bambini di 8 e 9 anni suoi vicini di casa. Dice “Ci hanno fatto fare un salto indietro nel 1948. Questo è il supplizio per il nostro attaccamento alla patria. Possono staccarmi le braccia e le gambe dal tronco, ma non mi lasceranno mai abbandonare la mia terra”. Un medico mi prende in disparte e mi confida che la figlia di 7 anni di Ahmed è arrivata in pezzi, stava contenuta in una minuscola scatola di cartone. Non hanno avuto il coraggio di riferirglielo per non deteriorare le sue già precarie condizioni di salute. In serata anche a Iyad hanno portato via il telefono per non fargli arrivare cattive notizie. Un tank ha centrato la casa della sorella, decapitandola.

Alla fine la nostra imbarcazione del Free Gaza Movement non è giunta al porto di Gaza. A100 migliadalla meta designata, in acque internazionali, è stata intercettata da 4 navi da guerra israeliane, disposte a far fuoco e ammazzare il nostro carico di medici, infermieri e attivisti per i diritti umani. Nessuno deve osare ostacolare la mattanza di civili che continua ininterrottamente da tre settimane. A est di Jabalia, vicino al confine, testimoni oculari parlano di decine di corpi in putrefazione per le strade, le loro carni putrescenti divorate dai cani. Ci sono anche centinaia di persone impossibilitate a muoversi, diverse sono ferite: le ambulanze non possono arrivare all’area perché ovunque ci sono cecchini che sparano. I palestinesi sono stanchi di essere massacrati nell’indifferenza generale e in molti accusano anche la Croce Rossa internazionale e l’ONU di non fare abbastanza, di non ottemperare in pieno al loro dovere, di non rischiare la loro vita per salvarne centinaia di altre. Andremo noi dell’ISM, a piedi, con delle barelle, laddove l’umanità ha oltrepassato i suoi confini e si è eclissata.

I soloni coi culi di pietra poggiati nei salotti buoni della politica discettano di strategie belliche e di guerra contro Hamas, mentre qui ci stanno letteralmente massacrando. Bombardano gli ospedali e c’è chi ancora si pronuncia sul “diritto di Israele all’autodifesa”. In qualsiasi stato che si definisca minimamente civile, l’autodifesa è proporzionale all’offesa.

In questi 20 giorni abbiamo contato 1075 vittime palestinesi, più di 5000 feriti, dei quali oltre la metà sono minori di 18 anni, 303 bambini orrendamente trucidati. Fortunatamente solo 4 vittime civili israeliane.

Come a dire che per Israele il giusto bagno di sangue per vendicare ognuno dei suoi civili ammazzati è quello di sterminarne almeno 250 della parte avversa. Ditemi voi se questa sproporzione tra difesa e offesa non vi riporta agli eccidi compiuti come rappresaglia nelle pagine più nere della storia moderna europea.

Ma veniamo al punto, si tratta di legittima difesa? Ai Marco Travaglio, ai Piero Ostellino, ai Pierluigi Battista e agli Angelo Panebianco che insistono con la loro solfa imputando ad Hamas la responsabilità di questo genocidio in quanto trasgressore della tregua tra Israele e Palestina, vorrei ricordare la posizione delle Nazioni Unite. Il professor Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha espresso idee chiare in proposito: Israele ha di fatto rotto la tregua in novembre sterminando bellamente 17 palestinesi. Nel mese di novembre si erano registrate zero vittime israeliane, zero vittime come in ottobre, come nel mese precedente e in quello precedente ancora. Lo ha ricordato recentemente anche l’ex presidente USA premio Nobel Jimmy Carter. Dispiace che giornalisti come Travaglio, che stimavamo perché estremo baluardo di un’informazione libera e quanto più possibile veritiera, si siano messi l’elmetto dell’esercito israeliano e intrattengano le masse dinanzi al tubo catodico dilettandosi nello sport più di moda da queste parti: il tiro a segno sugli infanti.

Batto i tasti in un ufficio dell’agenzia di stampa Ramattan, attorno i reporter palestinesi vestono giubbotti antiproiettile ed elmetti. Non tornano ne stanno per recarsi dinanzi ai carri armati, siedono semplicemente davanti ai loro computer. Due piani più sopra gli uffici della Reuters sono stati appena colpiti da un razzo, due feriti gravi. Quasi tutti i piani dello stabile sono vuoti al momento, sono rimasti i giornalisti più eroici, questo inferno in qualche modo deve continuare a essere raccontato. Poco prima l’esercito israeliano aveva rassicurato la Reuters di non evacuare, di restare negli uffici perché sicuri. Stamane è stato bombardato e distrutto anche l’edificio delle Nazioni Unite, stabile messo in piedi coi soldi del governo italiano. Berlusconi, esisti? Diversi i morti e i feriti. John Ging, capo dell’URNWA, parla chiaramente come testimone oculare di bombe al fosforo bianco. Nel quartiere Tal el Hawa di Gaza City, un’ala dell’ospedale Al-Quds è in fiamme; imprigionata dentro insieme a una quarantina di medici e infermieri e un centinaio di pazienti c’è anche Leila, nostra compagna dell’ISM. Ci ha raccontato per telefono le nostre ultime drammatiche ore. Un carro armato è davanti all’ospedale e i cecchini sono ovunque, sparano a qualsiasi cosa si muova. Tutto intorno la distruzione. Nella notte hanno visto dalle loro finestre un edificio colpito dalle bombe incendiarsi e udito le urla di terrore di intere famiglie, di bimbi, implorare aiuto. Non hanno potuto muoversi e, impotenti, hanno osservato quei corpi arsi dal fuoco riversarsi in strada e ridursi in cenere. L’inferno si è rivoltato e al suo centro, nel cuore pulsante di gaza, ci siamo noi, i dannati di un odio inumano.

 

Restiamo umani.

 

 

XV – GEOGRAFIE RIVOLTATE

16 gennaio 2009

Si racconta che un anziano palestinese, uscito di casa per procurarsi del cibo durante una delle rare tregue mattutine, non sia stato più in grado di trovare la via del ritorno. I bombardamenti hanno modificato radicalmente la geografia di Gaza, alterandone allo stesso tempo il tessuto sociale. Costrette a fuggire verso punti cardinali differenti lungo tutta la Striscia, centinaia di famiglie che per anni hanno vissuto una accanto all’altra non hanno più alcun contatto tra loro. Per raggiungere il quartiere Tal el Awa, a sud est di Gaza City, bisogna attraversare a piedi una superficie lunare.

Lasciandosi dietro crateri e collinette di macerie, i carri armati israeliani si sono ritirati ieri mattina dopo 48 ore di assedio. A far da cornice alla desolazione, l’insalubre inconfondibile odore della morte. Arrancando tra ciò che resta di interi palazzi e case, carcasse bruciate di automobili e ambulanze, mi sono messo alla ricerca della casa di Ahmed. Non è stata impresa facile, proprio a causa di questo mutamento di interi quartieri messi a ferro e fuoco dai soldati. Ricordavo che Ahmed abitava al termine di una strada sterrata, impossibile da riconoscere ora che mi trovavo a incespicare su un unico fondo terroso di detriti masticati e risputati fuori dai cingoli dei carri armati. Qualora alla fine di questa massiccia offensiva genocida si effettuasse una fotografia satellitare di Gaza City, credo che sarebbe arduo convincere qualcuno che si tratta della stessa città fotografata venti giorni prima. Ahmed l’ho riabbracciato ed è stato come rivedersi dopo tanti anni, alla fine di un lungo viaggio. Di ritorno da un paese lontano. Purtroppo invece il nostro viaggio al termine della notte non prevede albe che non siano detonate dall’odio di chi ha mobilitato generali e truppe per questo sterminio. Il mio amico mi ha mostrato dove è rimasto piazzato il tank israeliano per due giorni, proprio davanti al suo giardino. Per tutto quel tempo la sua famiglia ha vissuto in un sottoscala, con il terrore che un colpo di obice seppellisse per sempre le loro esistenze. Solo ieri notte Ahmed, contraddicendo agli ordini dell’apprensivo padre, strisciando sul pavimento si è avventurato fino a una finestra per dare uno sguardo all’inferno circostante. Ha visto il carro armato muoversi a 30 metrida lui e andare a sbattere contro la saracinesca di un supermercato, aprire una breccia e di seguito smontare dal mezzo corazzato alcuni soldati. Li ha visti recarsi festosi a fare la “spesa”. “Hanno riempito il blindato a tal punto che facevano fatica a restarci dentro”. Poi mi ha descritto le risate, i canti di scherno, che per tutta la notte hanno intercalato le esplosioni: “Alì. Mohammed, this is a message to your Allah Akbar!”.

La resistenza che stoicamente era riuscita stoicamente a limitare l’avanzata dei blindati israeliani, si è come eclissata nelle ultime ore. Lo scontro è impari, i kalashnikov fanno il solletico alle corazze dei tank, contrario i colpi di obice riescono a perforare le case da una parte all’altra. Il quartiere residenziale di Abraj Towers, popolato per lo più dalle famiglie dei professori che insegnano all’università di Al-Aqsa, vicino a Fatah, non ospita “terroristi di Hamas”. Come ne sono a conoscenza io, è ovvio che ne sono informati anche a Tel Aviv, ma per loro non conta, il quartiere è stato ridotto a un cumulo di macerie. A fianco dei palazzi colpiti, l’ospedale Al-Quds, dato alle fiamme nella giornata di ieri. I miei compagni hanno assistito il personale medico nell’evacuazione dei 300 feriti ricoverati nell’altro ospedale di Gaza City l’Al-Shifa. Ci hanno impiegato diverse ore, specie per il trasporto di alcuni pazienti gravissimi sarebbe stato necessario usare ambulanze speciali che i palestinesi non hanno a disposizione. Con il dottor Dagfinn Bjorkind dell’ONG norvegese Norwac abbiamo atteso gli ultimi evacuati e posto alcune domande agli infermieri scampati all’incendio dell’Al-Quds. Resoconti agghiaccianti, confermati anche dai miei compagni testimoni oculari. A duecento metri dall’ospedale stavano riversi in strada una trentina di corpi, molte donne e bambini, alcuni dei quali ancora vivi. Non hanno potuto raggiungerli: i cecchini dai tetti delle case sparavano a qualunque cosa si muovesse. Quei corpi sanguinanti per strada erano civili in fuga dalle loro case colpite e incendiate dalle bombe. Gli snipers israeliani non hanno esitato un secondo a stenderli ad uno ad uno, una volta inquadrati nel loro mirino, bambini compresi.

Vi confido che il mio “restiamo umani” ha vacillato spesso negli ultimi giorni, ma resiste. Resiste come l’orgoglio, l’attaccamento alla terra natìa intesa come identità e diritto all’autodeterminazione della popolazione di Gaza, dai professori universitari alla gente incontrata per strada, medici e infermieri, reporter, pescatori, agricoltori, uomini, donne e adolescenti, quelli che hanno perso tutto e quelli che non avevano più nulla da perdere, fino all’ultimo fiato in gola mi esprimono l’insciallah di una vittoria vicina, il sincero convincimento che le loro radici raggiungono profondità tali da non poter essere recise da alcun bulldozer nemico. Mentre scrivo uno schermo televisivo vicino trasmette immagini dall’interno dell’ospedale Al-Shifa, uomini in lacrime si battono le mani sul viso come per arginare l’irrompere di lacrime di disperazione. A Shija’ya, est di Gaza City, un colpo sparato da un carro armato ha mietuto 7 vittime e 25 feriti. Erano tutti riuniti in veglia funebre per un lutto che aveva colpito la famiglia il giorno precedente. Ieri il ministro della difesa israeliano Ehud Barak si è scusato con il segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon, per i colpi di artiglieria sparati sulla sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi a Gaza (tra l’altro costruita con i soldi del governo italiano, Berlusconi se ci sei batti un colpo!). “Si è trattato di un grave errore”, queste le sue parole. Non una richiesta di perdono per le famiglie dei 357 bambini palestinesi uccisi fino ad oggi. Evidentemente NON si è trattato di un errore.

Da un paramedico della Croce Rossa ho ascoltato il resoconto del loro arrivo sulla scena del massacro di Zaytoun. Un bambino, visibilmente denutrito, stava accucciato davanti al corpo della madre in avanzato stato di decomposizione. Per quattro giorni si era preso cura di quel corpo come se fosse ancora vivo; l’aveva asciugato dal sangue sulla fronte e strisciando tra le macerie di quella che era stata la sua casa si era procurato acqua, pane e dei pomodori, che aveva posto vicino al viso della madre morte. Pensava che stesse semplicemente dormendo.

I soccorsi della Croce Rossa, impediti dai cecchini israeliani, sono riusciti a raggiungere il luogo del massacro solo parecchi giorni dopo.

 

Restiamo umani. 

XVI – L’AMORE SOTTO LE BOMBE

17 gennaio 2009

Fare l’amore sotto le bombe. Ricordo un amico di Nablus che mi spiegava quanto fosse difficile ritagliarsi un momento di intimità con la propria moglie durante l’occupazione. Una sera mentre se ne stavano teneramente abbracciati un proiettile si era conficcato sulla testiera del letto, ad un palmo dalle loro teste. Di amoreggiare sotto le bombe a Gaza in questi giorni non se parla proprio, e anche il futuro coniugale per le giovani coppie palestinesi si presuppone alquanto difficile, essendo in moltissimi ad avere perso la casa e ora a vivere costretti ammassati nelle scuole dell’UNRWA o stipati con altre 20 persone in un minuscolo appartamento.

“Oggi è sabato, stasera a Tel Aviv le giovani coppie vanno a divertirsi nelle discoteche o in spiaggia mentre qui noi non riusciamo neanche a fare l’amore nei nostri letti”, mi dice Wissam, che si è sposato a novembre. “Le luci stroboscopiche però ce le abbiamo anche noi” e mi indica una serie di lampi a Sud, segno di bombardamenti in corso. Ragazzi come Wissam, diciannovenne, diventano padri molto precocemente e arrivati a quarant’anni sono già nonni di diversi nipoti, consci che essere prolifici è l’unica immortalità per la Palestina.

Mentre dall’esterno si vocifera di una tregua, accettata da Hamas e ancora una volta rispedita al mittente da Israele, negli ultimi due giorni c’è stata un’impennata di bombardamenti e vittime civili. Soltanto ieri più di 60, una decina fuori da una moschea nell’ora della preghiera. Ciò che preoccupa maggiormente i palestinesi è un cessate il fuoco senza una contemporanea riapertura dei valichi di frontiera. Prima ancora per far filtrare i materiali per la ricostruzione servono alimenti ed è necessario far fuoriuscire i feriti gravi. Gli ospedali sono al collasso, lungo tutta la Striscia hanno una capienza massima di circa 1500 posti letto ma i feriti al momento in cui scrivo sono 5320. Desta inoltre sfiducia nell’opinione pubblica palestinese l’aver affidato il ruolo d’intermediario all’Egitto, la cui leadership è notoriamente servile ai voleri d’Israele. “Perché non si è chiesta l’intermediazione di un paese europeo? Per la risoluzione del conflitto fra Israele e Hezbollah fu fondamentale il ruolo della Germania, paese veramente neutrale”, mi dice sconsolato Hamza, professore universitario.

Questa mattina ancora una volta è stata centrata dai tanks israeliani una scuola dell’ONU, a Beit Lahiya, nel nord della Striscia. Quattordici feriti e due fratellini di 5 e 7 anni ammazzati, Bilal e Mohammed  Al-Ashqar; la loro mamma è sopravvissuta ma ha perso entrambe le gambe. Insieme ad altre migliaia di persone (42mila) si erano rifugiate nella scuole dopo che Israele aveva intimato l’evacuazione dalle loro case. Ritenevano di essere al sicuro, esattamente come i  43 profughi sterminati il 6 gennaio scorso nel massacro della scuola dell’UNRWA a Jabalia. “Questi due bambini erano innocenti, senza dubbio, così come non c’è dubbio che siano morti”, ha dichiarato il capo dell’ONU a Gaza John Ging, che da giorni instancabilmente continua a denunciare i crimini di guerra compiuti dai soldati israeliani, invano. I generali israeliani si apprestano a dichiarare al mondo “missione compiuta”. Sono tornato sulle macerie di Tal el Hawa, la parte ancora in piedi dell’ospedale dato alle fiamme dai soldati ha ripreso a funzionare come pronto soccorso e base logistica per le ambulanze. Dai palazzi seriamente danneggiati continuano a trarre fuori feriti da giorni imprigionati fra le rovine. All’ospedale Al Shifa è ricoverato un bambino di nome Suhaib Suliman, unico superstite di una famiglia di 25 persone, sterminata. Una ragazzina, Hadil Samouni, di familiari ne ha persi 11. Quando verrà dimessa, non avrà più nessuno che potrà occuparsi di lei. Scusate, qualcuno è in grado di spiegarmi di che missione si trattava? Dalla punizione collettiva alla strage di massa.

Un arabo frustrato di nome Raja Chemayel sul suo blog la definisce così: “Prendete un pezzo di terra, lungo 40 chilometri e largo all’incirca 5. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e quattrocentomila abitanti. Dopo di che circondatelo con il mare ad ovest, l’Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e ad est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiaratele guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di lancio per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate e 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo ‘Israele che si difende’. Adesso fermatevi per un momento e dichiarate che “eviterete di colpire la popolazione civile” e definitevi l’unica democrazia in azione. Sarà un miracolo, da qualunque punto di vista, evitare di colpire quei civili oppure sarà semplicemente una menzogna dal momento che nessuno potrebbe evitare di colpirli a meno che non sia un bugiardo!! Chiamate tutto questo, di nuovo, “Israele che si difende”. E ora arriva la mia domanda: Che cosa succederebbe se questo invasore si rivelasse un bugiardo? Che cosa accadrebbe a quei civili disarmati? Come potrebbe perfino Madre Teresa, o addirittura Topolino, con una tale potenza di fuoco, riuscire ad evitare di colpire quei civili in presenza di una tale equazione/situazione/scenario? Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di quelle persone disarmate perché è stato proprio Israele a metterle lì. E allora chiamatelo genocidio. E’ più credibile”.

A parte una paio di leader brutalmente assassinati, Hamas non ha risentito di questa offensiva, non ha certo perso certo consensi, semmai ne ha guadagnati. Ogni tanto qualcuno dovrebbe ricordarsi che Hamas non è un gruppuscolo di terroristi, e neanche un partito politico, ma un movimento, e in quanto tale non certo neutralizzabile con una pioggia di bombe a grappolo.

Quando domando ai palestinesi un loro parere sulle intenzioni reali di questo brutale massacro, molti rispondono essere in funzione delle elezioni israeliane a febbraio. “Fanno propaganda sulle nostre teste, è sempre stato così alla vigilia di ogni elezione”. Il teorema è semplicistico, ma purtroppo realistico: in Israele vince chi porta in dote ai propri elettori più teste palestinesi mozzate. One head one vote. Netanyahu, che solo un mese fa pareva essere il vincitore certo, nei pronostici ora è dato per perdente dinnanzi agli occhi iniettati di sangue di Olmert e Livni. Avigdor Lieberman è leader di Yisrael Beitenu, al momento la quinta forza politica del paese, ma i sondaggi lo danno in forte crescita specie dopo una dichiarazione come questa: Gaza dovrebbe essere cancellata dalle mappe con una bomba nucleare, come hanno fatto gli Americani con Hiroshima e Nagasaki. Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato ieri su Haaretz: “uccidiamo i loro bambini oggi per salvarne tanti domani!”. Temo che il suo Viaggio alla fine del millennio sia terminato a bordo di un carro armato parcheggiato dinnanzi ad un ospedale in fiamme. Voltaire invitava a rispettare qualsiasi opinione, io invito a smetterla di gettare i semi dell’odio che qui, innaffiati di sangue, alimentano il germe di un risentimento insanabile.

 

Restiamo umani.

 

 

XVII – I MORTI E I VIVI

19 gennaio 2009

A Gaza solo i morti hanno visto la fine della guerra. Per i vivi non c’è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Senza più acqua, senza più gas, senza più corrente elettrica, senza più pane e latte per nutrire i propri figli. Migliaia di persone hanno perduto la casa. Dai valichi entrano aiuti umanitari col contagocce, e si ha come la sensazione che la benevolenza dei complici dei massacratori sia solo momentanea. Domani il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon verrà a visitare Gaza, siamo certi che John Ging, a capo dell’agenzia per i profughi palestinesi, ne avrà da raccontargliene; dopo che Israele ha bombardato due scuole delle Nazioni Unite, ha assassinato 4 suoi dipendenti, ha colpito e distrutto il centro dell’UNRWA di Gaza City, riducendo in cenere tonnellate di medicinali e beni alimentari destinati alla popolazione civile.

Le macerie di Gaza continuano a vomitare morti in superficie. Ieri fra Jabalia, Tal el Hawa e Zaytoun paramedici della mezza luna rossa con l’aiuto di alcuni volontari dell’ISM hanno estratto dalla rovine 95 cadaveri, molti dei quali in avanzato stato di decomposizione. Camminando per le strade della città di Gaza senza più il costante terrore di un bombardamento chirurgicamente mirato alla mia decapitazione, tremo ancora  alla vista di cani randagi raccolti in circolo, a ciò che mi si potrebbe parare dinnanzi agli occhi come loro pasto. Gli uomini  tirano un sospiro di sollievo e tornano a frequentare moschee e caffè,  ma è facilmente smascherabile il loro atteggiarsi alla normalità, per i molti che non hanno più dove abitare e per i moltissimi che hanno perso un familiare. Fingono un ritorno alla routine per incoraggiare le mogli e i figli: in qualche modo bisogna oltrepassare anche questa catastrofe.

Con alcune ambulanze questa mattina ci siamo recati nei quartieri più colpiti della città, Tal el Hawa e  Zaytoun, muniti di questionario porta a porta abbiamo stilato l’entità dei danni agli edifici, e le primissime urgenze per le famiglie: medicinali per gli anziani e i malati e riso, olio, farina, il minimo per alimentarsi. Tutto quello che abbiamo potuto consegnare al momento sono metri e metri di nylon, da apporre alle finestre laddove prima c’erano i vetri a difendere dal freddo. Compagni dell’ISM a Rafah mi hanno informato che la municipalità ha distribuito alcune migliaia di dollari, poca cosa, a quelle  famiglie che hanno visto la loro casa rasa al suolo da bombe che secondo Israele erano destinate alla distruzione dei tunnel. Al termine del conflitto in Libano gli Hezbollah staccarono milioni di dollari in assegni per ripagare i civili libanesi rimasti senzatetto. In una Gaza sotto assedio ed embargo, ciò che Hamas potrà versare come risarcimento alla popolazione “basterà a mala pena a rimettere su un capanno per il bestiame”, mi fa sapere Khaled, contadino di Rafah.

La tregua è unilaterale, quindi Israele unilateralmente decide di non rispettarla. Ieri a Khan Younis un ragazzo palestinese ucciso e un altro ferito. A est di Gaza City elicotteri innaffiavano di bombe al fosforo bianco un quartiere residenziale. La stessa cosa si è verificata a Jabalia. Oggi, sempre a Khan Younis navi da guerra hanno cannoneggiato su uno spazio aperto, fortunatamente senza fare feriti, e mentre scrivo arriva la notizia di un incursione di carri armati. Non ci risultano lanci di razzi palestinesi nelle ultime 24 ore. Giornalisti internazionali sciamano affamati di notizie lungo tutta la Striscia, sono riusciti a raggiungerci solo oggi. Israele ha concesso loro il lasciapassare a mattanza finita. Dinnanzi allo scheletro annerito di ciò che resta dell’ospedale Al-Quds di Gaza City, un interdetto reporter della BBC mi ha chiesto come è stato possibile per l’esercito scambiare l’edificio per un covo di terroristi. “Per lo stesso motivo per cui dei bambini in fuga da un palazzo in fiamme, sono entrati nei mirini dei cecchini posti sui tetti dello stesso quartiere in cui siamo ora, cecchini che non hanno esitato a ucciderli spandendo la loro materia cerebrale sull’asfalto”. Ho risposto al giornalista inglese, ancora più accigliato. E’ evidente l’abisso fra noi che siamo testimoni e vittime di questo massacro, e chi ne viene a conoscenza tramite i racconti dei sopravvissuti.

Da Roma mi informano che l’Unione Europea avrebbe congelato i fondi per la ricostruzione fino a quando Gaza sarà governata da Hamas.  Lo ha lasciato intendere il Commissario europeo per le Relazioni estere, Benita Ferrero-Waldner. “Gli aiuti per la ricostruzione della Striscia”, ha detto la diplomatica europea, “potranno arrivare solo se il presidente palestinese Abu Mazen riuscirà ad imporre nuovamente la sua autorità sul territorio” . Per i palestinesi di Gaza questo è un chiaro invito dall’esterno alla guerra civile, ad un colpo di stato. Come un legittimare il massacro di 410 bambini che sono morti perchè i loro genitori hanno scelto la democrazia ed eletto liberamente Hamas. “L’Unione Europea ricalca alla perfezione la criminale politica di punizione collettiva imposta da Israele. Perchè non affidano i fondi all’ONU? O a qualche organizzazione non governativa?” .”Gli Stati Uniti sono liberi di eleggere un guerrafondaio come Bush, Israele di scegliere leader con le mani sporche di sangue come Sharon e Netanyahu, e noi popolazione di Gaza non siamo liberi di scegliere Hamas…”, mi suggerisce Mohamed,  attivista per i diritti umani che non ha votato per il movimento islamico; non ho argomenti per contraddirlo. I palestinesi vivi imparano dai morti, imparano a vivere morendo, sin dalla più tenera età. Tregua dopo tregua, la percezione è quella di una macabra parentesi per contare i cadaveri fra una mattanza e l’altra, verso una pace che non è mai così stata distante.

Perlustrando Gaza City a bordo di un ambulanza, per una volta con la sirena muta, la guerra resta presente impressa nelle rovine di una città saccheggiata di sorrisi e popolata da sguardi spauriti, occhi che insistono a scrutare il cielo verso aerei ancora incessantemente in volo.

All’interno di una casa che coi paramedici abbiamo visitato, sul pavimento ho notato dei disegni in pastello, chiaramente una mano infantile li aveva abbandonati evacuando in fretta e furia. Ne ho raccolto uno: carri armati, elicotteri e omini stilizzati fatti a pezzi. In mezzo al foglio un bambino ritratto con una pietra riusciva a raggiungere l’altezza del sole e danneggiare una delle macchine volanti con impressa la stella di David. Si dice che il significato del sole in un disegno infantile è il desiderio di essere, di apparire. Quel sole che ho visto piangeva in pastello rosso, lacrime di sangue.

Per lenire questi traumi, una tregua unilaterale basta?

 

Restiamo umani.

XVIII – TRACCE DI MORTE

20 gennaio 2009

“Quando emergeranno le enormi distruzioni della Striscia di Gaza, non potrò più andare ad Amsterdam per turismo, ma solo per comparire davanti al Tribunale Internazionale dell’Aia”. Queste le parole rilasciate al quotidiano Haaretz da un ministro israeliano che ha chiesto di restare anonimo.

Organizzazioni umanitarie e singoli cittadini indignati di mezzo mondo stanno infatti provando a trascinare davanti ai giudici l’esercito e il governo israeliano, nella speranza di farli inquisire per i crimini di guerra di cui si sono macchiati durante i 22 giorni di massacri a Gaza.

Nelle loro apparizioni pubbliche i vertici militari e governativi non paiono preoccuparsene: dichiarano di avere prove tangibili per dimostrare che gli edifici bombardati erano in realtà basi logistiche dei terroristi di Hamas. Intendiamoci, stiamo parlando di più di 20.000 case distrutte dai bombardamenti, e di oltre 1.300 vittime.

Per accertarmi della precisione chirurgica con cui questi ipotetici centri nevralgici del terrorismo islamista sono stati colpiti sono andato a Jabal Al Dardour, nel nord della Striscia, una delle aree più massicciamente colpite dall’artiglieria israeliana. Decine gli edifici rasi al suolo, con i mastodontici bulldozer corazzati che la Caterpillar (da boicottare) assemblea appositamente per l’abbattimento delle case palestinesi e che vengono utilizzati per dare manforte ai tank nell’opera di distruzione. Tra le rovine ho visto uomini e donne rovistare in cerca di qualcosa di ancora utilizzabile, qualche indumento, un paio di cartelle scolastiche ricoperte di polvere, foto di famiglia in cornici crepate. Non ho scorto resti di arsenali distrutti, ma solo edifici scoperchiati dove si intuiscono salotti, avanzi di stanze da letto, cucine ridotte in cenere.

Abu Omar, biologo molecolare, mi ha invitato a vedere ciò che è rimasto in piedi del suo appartamento, e anche il suo vicino di casa, Osama, pediatra, mi ha mostrato la sua casa ridotta a una gruviera. La forza di propulsione dei missili ha trascinato contro il palazzo i frutti dell’adiacente aranceto. Il loro succo, mescolato al sangue rappreso sul pavimento, pareva la tavolozza di un pittore naif.

Un anziano col capo fasciato da una kefiah si è avvicinato per informarsi sul paese di provenienza di Natalie, la nostra compagna libanese dell’ISM. Agitando nell’aria un bastone, come a disegnare un lungo arco, dinanzi a quel panorama di devastazione le ha detto: “Beirut e Gaza, stesso quadro, stesso artista”. Anche la piccionaia di Osama non è stata risparmiata dalle detonazioni: i volatili giacciono al suolo come arresi a un cielo più pesante di loro, pesante di “piombo fuso”. “hanno voluto annientare l’aviazione palestinese o forse pensavano che i tuoi pennuti fossero staffette partigiane di Hamas…”, ho detto al pediatra strappandogli un sorriso amaro.

Abbiamo incrociato il segretario generale delle Nazioni Unite Ban-Ki-Moon mentre ci muovevamo sul nostro taxi sgarrupato: un lungo corteo di suv nuovi fiammanti coi vetri oscurati e gli stemmi UN sgommava per Gaza City come se la terra gli tremasse sotto le ruote. In effetti è stato così fino all’altro ieri.

Girando nel puzzle non ricomponibile delle rovine di Jabal Al Dardour ho sentito fare il mio nome e voltatomi ho scorto la figura di Abu Ashrafa. Ero stato alla veglia funebre di suo figlio, ucciso da un bombardamento nel mese di novembre, quando secondo Israele e i media occidentali era ancora in corso una tregua. Ha perso un altro parente, e la sua casa è stata buttata giù dalle fondamenta. “Non un animale, non una pietra, non un ulivo ci hanno lasciato in piedi, non sono esseri umani”: così dicendo mi ha accompagnato nel suo uliveto.

Diversi alberi, quelli secolari, sono stati strappati via dai bulldozer israeliani. Come per rifarsi di quelle vite che pare impossibile sradicare dalle loro origini, dalla loro identità e brama di giustizia. Poco distante mi si è fatto incontro un uomo di mezza età e mi ha chiesto se, a mio parere, ogni palestinese fosse un guerrigliero di Hamas. Da una finestra della sua abitazione sventrata sventolava una bandiera gialla di Fatah. “Il nostro kalashnikov è la nostra fede e il nostro onore, difenderemo la nostra terra con le unghie e con i denti come difenderemmo nostra figlia da uno stupro”, mi ha detto il militante di Fatah. Se l’obiettivo di Israele era di isolare o debellare Hamas dalla Striscia, soffiando sul fuoco di un popolo già diviso da diatribe fratricide, Israele ha ottenuto il risultato contrario, perché le bombe hanno in parte restituito unità nazionale a Gaza. La cartina di tornasole di questa nuova situazione è rappresentata dalla mukawama, la resistenza palestinese, eroica nel cercare di arrestare l’avanzata dell’esercito israeliano. Le lunghe barbe degli islamisti delle brigate Ezzedin Al-Qassam, braccio armato di Hamas, hanno combattuto a fianco ai pizzetti sbarazzini dei guerriglieri marxisti del Fronte Popolare, insieme ai martiri di Al Aqsa di Fatah. Solo il tempo saprà dirci se questa ritrovata unità delle milizie potrà riflettersi sulla società civile e sulla politica.

Lasciando l’ambiente lunare dell’area spogliata di costruzioni di Jabal Al Dardour, ci siamo soffermati davanti a un bambino imbronciato che se ne stava seduto sopra una collinetta di massi, quel che è rimasto del suo cortile di casa. Gli abbiamo chiesto che cosa gli passasse per la testa in quell’istante. Nelle sue elementari parole lasciava intendere che a suo parere Hamas e la sua resistenza fossero i veri responsabili di questa catastrofe. Allora Fida, nostra compagna dell’ISM, con fare materno lo ha preso in disparte e gli ha brevemente raccontato la sua storia. Di come i soldati entrarono a Rafah nel 2004 e rasero al suolo interi quartieri, esattamente come è successo dove ci trovavamo in quel momento. Allora non c’era Hamas ma Fatah e il suo leader Arafat era il terrorista, il nemico numero uno da debellare e spazzare via dalla Palestina. Ma invece di Fatah le truppe israeliane anche allora colpirono e uccisero indiscriminatamente decine di civili, radendo al suolo anche la casa della nostra amica. Tornando verso Gaza City l’automobile su cui viaggiavamo è sprofondata in un fosso scavato sull’asfalto dai cingoli dei carri armati. “Il tassista si è voltato dicendomi: la morte è passata di qui e ha lasciato le sue tracce”.

Chissà quanto tempo ci vorrà per curare questa terra e cicatrizzare le sue ferite.

 

Restiamo umani.

XIX – LACRIME CHE HANNO VISTO

22 gennaio 2009

Ho varcato la soglia di casa, dinnanzi al porto di Gaza City, dopo parecchi giorni. Tutto è rimasto come l’avevo lasciato: la bombola del gas continua a soffrire di stenti, e rimpinguarla costa troppo, la corrente elettrica resta tagliata da una cesoia straniera. E’ mutato il panorama godibile dalla mie finestre, non riconcilia più il morale, affranto dalla miseria di una vita sotto assedio, ma rigira il coltello nella piaga di un trauma irremovibile: la testimonianza di un massacro. Laddove c’era la stazione dei pompieri, a venti metri dal mio uscio, non resta che un enorme cratere in cui, come a voler esorcizzare il terrore dei genitori, bighellona un gruppo di bambini.

Il richiamo alla preghiera del pomeriggio non ha più il conforto del salmodiare del muezzin a cui ero abituato. Chissà dove è finito, se è riuscito a sopravvivere nella sommità di uno dei pochi minareti rimasti in piedi. L’ultima volta che lo avevo ascoltato, questo muezzin anonimo era stato costretto a interrompere la liturgia solenne del suo canto per una tosse catarrosa. Una tosse che conosco bene anche io, causata dai gas delle bombe che a Gaza non hanno risparmiato nessuno. Sotto una porta-finestra che da dà su un piccolo balcone ho trovato un messaggio, come fosse stato infilato da una mano amica. Di questi stessi volantini il giardino e la strada erano ricoperti. Lasciati cadere dagli aerei israeliani, intimano alla popolazione palestinese a rimanere allerta, di prendere coscienza dei muri che hanno occhi e orecchi. “Al minimo atto offensivo contro Israele torneremo a invadere la Striscia di Gaza, quello che avete vissuto in questi giorni non è nulla a confronto di ciò che vi aspetta”.

Per strada alcuni ragazzi avevano raccolto questi volantini e li avevano ripiegati per farne aeroplanini di carta, cercavano di rispedire il messaggio al mittente. Ahmed al telefono invece mi ha raccontato di un altro gioco degli adolescenti: fino a qualche giorno fa si divertivano a riattizzare il fuoco calciando i frammenti delle bombe al fosforo bianco, di cui tutta la Striscia è stata disseminata.

I residui di questi ordigni ad alto potenziale chimico pare abbiano facoltà incendiarie imperiture: raccolti dopo diversi giorni dalla loro detonazione, se scossi riescono ancora a infiammarsi. I paramedici dell’ospedale Al Quds raccontano come hanno rinunciato subito a cercare di spegnere gli incendi provocati da queste bombe proibite, le fiamme parevano alimentarsi al contatto con l’acqua. ” Il frutto di tutta la merda che ci hanno tirato addosso in queste tre settimane, lo raccoglieremo nel prossimo futuro in tumori e neonati deformati”, mi ha detto Munir, medico dell’ospedale Al Shifa.

A Sderot come ad Ashkelon i cittadini israeliani hanno formalmente richiesto al loro governo delucidazioni circa le armi utilizzate per massacrarci: è evidente che l’uranio impoverito e il fosforo bianco sparsi in maniera criminale sul fazzoletto di terra di Gaza non farà distinzione fra ebrei e musulmani nel causare malattie genetiche.

Dovremmo essere in piena tregua eppure oggi nel mio letto mi ha destato dal sonno il boato sordo del cannoneggiare di navi da guerra, esattamente come qualche giorno fa a bombardamenti in corso. Alcuni temerari pescatori palestinesi stavano provando a lasciare il porto, muniti di reti, sopra barchette minuscole. La marina israeliana li ha respinti indietro. Ormai l’unico pesce di cui ci si può cibare a Gaza sono le scatolette di tonno egiziano passate per i tunnel più di un mese fa.

Ieri ancora due “danni collaterali”  delle bombe israeliane: ad est di Gaza City due bambini sono saltati in aria giocando con un ordigno inesploso.

Testimoni che abbiamo raggiunto parlano di mine posizionate dinnanzi alle macerie delle case di Tal el Hawa. Alcuni artificieri inviati da Hamas le hanno disinnescate e dalla cura con cui ho visto che le caricavano sul loro fuoristrada credo che presto anche le brigate Al Qassam cercheranno di restituire quei messaggi di morte al loro legittimo proprietario.

Dal tetto della casa di Naema il confine israelo-palestinese è mai sembrato così marcato. Da una parte le colline verdeggianti costantemente irrigate dei kibbutz israeliani, dall’altra l’arsura di una terra saccheggiata di sorgenti e pascoli. Naema mi ha voluto raccontare dei suoi ultimi giorni, una testimonianza olfattiva, tattile e uditiva del massacro. Non oculare, perché Naema è non vedente. I soldati hanno intimato l’evacuazione del suo villaggio solo una manciata di minuti prima dell’incursione. Gli uomini si sono caricati sulle spalle i bambini piccoli e con le donne sono fuggiti via. Naema ha scelto di restare per non rallentare la loro fuga, si è rifugiata nella sua casa credendosi al sicuro, ed ha accolto con sè i suoi vicini di casa che non sapevano dove rifugiarsi: tre donne, un’anziana e un vecchio paralitico. Tank e bulldozer hanno sconfinato e iniziato a seminare distruzione, divorandosi ettaro per ettaro, sino ad arrestarsi dinnanzi all’abitazione di Noema. L’edificio in cui vive è il più alto del villaggio perché posto sopra una collinetta, i soldati di Tsahal ritenendo strategica la sua posizione sono entrati e lo hanno occupato per due settimane. “Sono entrati e puntandoci le armi addosso ci hanno spinto in una piccola stanza, dove ci hanno tenuti rinchiusi  a chiave per undici giorni.” Naema continua il racconto: “Durante tutto questo tempo solo due volte ci hanno portato da bere, e il cibo era rappresentato dall’avanzo del rancio dei soldati. Non ci hanno mai consentito di andare in bagno e abbiamo dovuto fare i nostri bisogni in un angolo della stanza. Non ci consentivano di parlare, e venivano a malmenarci quando la notte in cerchio cercavamo di pregare per darci coraggio. A volte venivano a minacciarci facendoci sentire sul corpo le fredde canne delle loro armi, ci intimavano a confessare la nostra alleanza ad Hamas altrimenti ci avrebbero ucciso. Ho dato loro il mio telefono cellulare, affinché potessero controllare la mia agenda e le telefonate effettuate. Anche questo gesto non ha arrestato la loro collera.

Al termine dell’undicesimo giorno di prigionia la croce rossa internazionale è finalmente riuscita ad arrivare sul luogo e a trarre in libertà i sei palestinesi dai loro carcerieri. “Non ci hanno permesso di raccogliere niente, a me neanche gli occhiali da sole“, conclude il suo racconto Naema, aggiungendo che una volta tornati a riprendere possesso della loro abitazione, si sono resi conto del furto dei soldati: si sono portati via tutto il loro oro e i soldi nascosti, dopo avere distrutto i loro pochi beni, due televisori, una radio, un frigorifero, i pannelli solari sul tetto. Ho visto lacrimare gli occhi di Naema nascosti sotto i suoi nuovi occhiali scuri e mi sono parsi i più vividi che abbia mai veduto. In realtà Naema ha scorto coi suoi occhi spenti molte più cose che una giovane della sua età avrà mai l’occasione di vedere, se non ha la cattiva sorte di nascere sopra questa terra martoriata.

 

Restiamo umani.

 VITTORIO ARRIGONI

(4 febbraio 1975 – 15 aprile 2011)

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