‘Prerequisiti per la pace’.

Prerequisiti per la pace

 

di Mustafa Barghouthi

 

Come persona che da decadi ha sostenuto una soluzione basata su due Stati e la lotta non violenta per i diritti dei Palestinesi, guardo alla recente Conferenza di Annapolis con una grande dose di scetticismo e un barlume di speranza.

Sette anni senza negoziati – e un numero crescente di insediamenti israeliani, un blocco economico a Gaza e una rete intricata di blocchi stradali e checkpoint che impediscono il movimento nella West Bank- ci hanno portati alla disperazione e alla diffidenza. Ogni impegno deve essere attuato non solo per concludere un accordo entro il 2008 ma anche per porre fine all’occupazione di Israele.

I Palestinesi devono anche rimarginare le loro divisioni interne. Ciò deve includere riforme istituzionali per sradicare la corruzione e il nepotismo. Il primo passo in questo processo sono le elezioni democratiche ad ogni livello del governo.

Dobbiamo liberarci della falsa dicotomia   tra Fatah e Hamas. Queste non sono le uniche opzioni. Il mio movimento, la Palestinian National Iniziative che esiste da 5 anni, offre un’alternativa puntando su elezioni democratiche, su un governo trasparente e sulla costruzione delle istituzioni. Il nostro scopo è di democratizzare e di coinvolgere il movimento nazionale palestinese in un’unica strategia che si confronti con l’attuale occupazione militare e la confisca della nostra terra e delle nostre risorse. Noi ci battiamo per raggiungere i nostri diritti nazionali nella nostra paese e per stabilire una giustizia sociale e sostenere i diritti degli svantaggiati e degli emarginati, incluse le donne, i bambini e le persone disabili.

La Palestinian National Iniziative è nata in risposta agli appelli della popolazione palestinese per la possibilità di partecipare nella creazione di uno stato indipendente, fattibile, democratico e prosperoso che garantisca sicurezza, giustizia, uguaglianza davanti alla legge e una vita dignitosa per i suoi cittadini.

Il fermo impegno del nostro movimento per la democrazia e la non violenza può essere visto, per esempio, nelle nostre manifestazioni pacifiche contro il muro dell’Apartheid israeliano. Per oltre due anni, abbiamo sostenuto la lotta popolare – e per questo di successo- di Bili’in, villaggio della West Bank, per la rimozione del muro dalla sua terra. Abbiamo reiterato queste azioni non violente, con il sostegno di gruppi di solidarietà internazionali, in altre città e villaggi della Cisgiordania.

Ma la piena democrazia, una reale riforma e unità che il nostro popolo merita non può fiorire sotto i presupposti dell’occupazione. Il governo di unità nazionale è crollato quest’anno quando il governo era incapace di pagare i suoi lavoratori dopo che Israele   ha trattenuto centinaia di milioni di dollari in tasse che appartenevano all’Autorità Palestinese.

Inoltre, troppi civili innocenti palestinesi e israeliani hanno sofferto e sono morti a causa della persistenza dell’occupazione militare delle nostre terre da parte di Israele. La nostra vita quotidiana peggiora perché siamo continuamente schiacciati e ridotti in riserve di terra sempre più piccole e Israele continua ad accerchiare Gerusalemme con insediamenti illegali che la segregano e separano dalla West Bank. Il numero delle colonie israeliane nella West Bank, inclusa l’occupata Gerusalemme Est, è cresciuto dalle 268,000 a più di 420,000 da quando furono firmati gli accordi di pace di Oslo. Anche oggi, Israele sta tradendo le sue promesse -sotto la "road map" per la pace sponsorizzata dagli Stati Uniti- di congelare ogni attività degli insediamenti.

Siamo consapevoli della storia dolorosa dei nostri vicini Israeliani. La sofferenza sopportata dagli Ebrei nell’Europa Cristiana è stata terribile. Ma oggi, Israele ha la più grande potenza militare del Medio Oriente, e i Palestinesi sono quelli che soffrono di più.

I palestinesi hanno partecipato ad Annapolis in buona fede. Ma noi non possiamo semplicemente abbandonare i diritti del nostro popolo, rifugiati inclusi. Noi cerchiamo per loro niente di più di quello che spetta loro secondo il diritto internazionale, e un modo deve essere trovato per arrivare a questi diritti inalienabili.

Abbiamo fatto la nostra più generosa offerta nel concordare di stabilire il nostro Stato sovrano nella Cisgiordania e a Gaza, solo con il 23% della Palestina storica. Questo è approssimativamente la metà di quello che le Nazioni Unite ci hanno assegnato circa 60 anni fa. Abbiamo già più che fatto il nostro compromesso storico con Israele. Compromettere il compromesso rischia di lasciarci con uno scheletro di stato.

E uno stato insensato e vuoto non è la base su cui costruire una pace sostanziale. Uno stato solo di nome non sarà abbastanza. Uno stato richiede sovranità. Uno stato richiede libertà di movimento e una libera economia. Uno stato richiede un governo democraticamente eletto che possa governare indipendentemente, senza interferenze da parte di Israele.

Annapolis ha rappresentato un’opportunità – forse l’ultima prima che la possibilità di una soluzione di due Stati svanisca. Il popolo palestinese concorderà sui due Stati solo quando Israele ritirerà i suoi insediamenti e rimuoverà il muro, quando finirà la sua brutale occupazione militare dei territori palestinesi conquistati nel 1967, quando riconoscerà i diritti dei rifugiati e sarà d’accordo nel condividere Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati. Tuttavia, se la soluzione di due stati diventasse impossibile, i futuri leader di Palestina potrebbero essere costretti a chiedere uguali diritti all’interno di uno stato. Spetta a Israele accelerare verso una soluzione di due stati.  

La domanda di base che i Palestinesi hanno per Israele è: Saremo trattati come uguali esseri umani, con pari diritti e pari dignità? Se la risposta è sì, allora ci sarà una soluzione basata sui due stati. Allora ci sarà la pace.

Mustafa Barghouthi, medico, membro del Parlamento Palestinese e ex Ministro dell’Informazione, ha fondato organizzazioni che assicurano servizi sanitari per i Palestinesi. La sua mail è mustafa@hdip.org.

 

da Daily News –  12.12.2007

traduzione dall’ inglese a cura ufficio Segreteria di Luisa Morgantini

luisa.morgantini@europarl.europa.eu  tel. 0039 06 69950217

 

Prerequisites for peace

By Dr. Mustafa Barghouthi

 

As one who for decades has supported a two-state solution and the nonviolent struggle for Palestinian rights, I view the recent conference in Annapolis with a great deal of skepticism – and a glimmer of hope.

Seven years with no negotiations – and increasing numbers of Israeli settlers, an economic blockade in Gaza and an intricate network of roadblocks and checkpoints stifling movement in the West Bank – have led us to despair and distrust. Any commitment must be made not only to conclude an agreement before the end of 2008 but also to end Israel’s occupation.

The Palestinians must also heal their internal divisions. This must include institutional reform to root out corruption and nepotism. The first step in that process is democratic elections at all levels of government.

We must rid ourselves of the false dichotomy between Fatah and Hamas. These are not the only options. My movement, the 5-year-old Palestinian National Initiative, offers an alternative emphasizing democratic elections, transparent government and institution-building. Our goal is to democratize and engage the Palestinian national movement in a unified strategy to confront Israel’s ongoing occupation and seizure of our land and resources. We strive to achieve our national rights in our homeland and to establish social justice to uphold the rights of the underprivileged and marginalized, including women, children and people with disabilities.

The Palestinian National Initiative emerged in response to calls by the Palestinian populace for opportunities to participate in creating an independent, viable, democratic and prosperous state that guarantees security, justice, equality before the law and a dignified existence for its citizens.

As one who for decades has supported a two-state solution and the nonviolent struggle for Palestinian rights, I view the recent conference in Annapolis with a great deal of skepticism – and a glimmer of hope.

Seven years with no negotiations – and increasing numbers of Israeli settlers, an economic blockade in Gaza and an intricate network of roadblocks and checkpoints stifling movement in the West Bank – have led us to despair and distrust. Any commitment must be made not only to conclude an agreement before the end of 2008 but also to end Israel’s occupation.

The Palestinians must also heal their internal divisions. This must include institutional reform to root out corruption and nepotism. The first step in that process is democratic elections at all levels of government.

We must rid ourselves of the false dichotomy between Fatah and Hamas. These are not the only options. My movement, the 5-year-old Palestinian National Initiative, offers an alternative emphasizing democratic elections, transparent government and institution-building. Our goal is to democratize and engage the Palestinian national movement in a unified strategy to confront Israel’s ongoing occupation and seizure of our land and resources. We strive to achieve our national rights in our homeland and to establish social justice to uphold the rights of the underprivileged and marginalized, including women, children and people with disabilities.

The Palestinian National Initiative emerged in response to calls by the Palestinian populace for opportunities to participate in creating an independent, viable, democratic and prosperous state that guarantees security, justice, equality before the law and a dignified existence for its citizens.

Our movement’s firm commitment to democracy and nonviolence can be seen, for example, in our peaceful demonstrations against Israel’s apartheid wall. For more than two years, we supported the popular – and, so far, successful – struggle of the West Bank village of Bilin to remove the wall from its land. We are replicating these nonviolent activities, with the support of international solidarity groups, in towns and villages throughout the West Bank.

But the full democracy, real reform and unity our people deserve cannot flourish under conditions of occupation. The national unity government collapsed this year when the government was unable to pay its workers after Israel withheld hundreds of millions of dollars in taxes owed to the Palestinian Authority.

Far too many innocent Palestinian and Israeli civilians have suffered and died because of the persistence of Israeli military occupation of our lands. Our daily experience worsens as we are continually squeezed into ever-smaller land reserves and Israel continues to encircle Jerusalem with illegal settlements that segregate it from the West Bank. The number of Israeli settlers in the West Bank, including occupied East Jerusalem, has grown from 268,000 to more than 420,000 since the Oslo peace accords were signed. Even today, Israel is refusing its commitment, under the U.S.-sponsored "road map" to peace, to freeze all settlement activity.

We acknowledge the painful history of our Israeli neighbors. The suffering endured by Jews in Chr istian Europe was terrible. But today, Israel has the most powerful military in the Middle East, and Palestinians are the ones who suffer most.

Palestinians participated in Annapolis in good faith. But we cannot simply abandon the rights of our people, including refugees. We seek for them no more than they are due under international law, and a way must be found to address these inalienable rights.

We have made our most generous offer in agreeing to establish our sovereign state in the West Bank and Gaza, together only 23 percent of historical Palestine. This is roughly half of what the United Nations allocated for us some 60 years ago. We have already more than made our historical compromise with Israel. Compromising the compromise risks leaving us with a shell state.

And a meaningless and empty state is no basis upon which to build substantive peace. A state in name only will not be enough. A state requires sovereignty. A state requires free movement and a free economy. A state requires a democratically elected government that can govern independently, without interference from Israel.

Annapolis represented an opportunity – perhaps the last before the possibility of a two-state solution vanishes. The Palestinian people will agree to two states as long as Israel withdraws its settlements and removes the wall, ends its brutal military occupation of the Palestinian territories it captured in 1967, acknowledges the rights of refugees and agrees to share Jerusalem as the capital of both states.

However, if the two-state solution becomes impossible, future Palestinian leaders may be compelled to demand equal rights within one state. It behooves Israel to hasten toward a two-state solution.

The basic question Palestinians have for Israelis is: Will we be treated as equal human beings, with equal rights and equal dignity? If the answer is yes, there will be a two-state solution. There will be peace.

Dr. Mustafa Barghouthi, a physician, member of the Palestinian parliament and the former Minister of Information, has founded organizations that provide health services for Palestinians. His e-mail is mustafa@hdip.org.

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