Ricordando la Nakba e la pulizia etnica della Palestina

downloadDi Marta Bettenzoli.

Introduzione.

Lo scopo di questo saggio non è propugnare una nuova verità storica o prendere posizioni contro o a favore di parti, ma riassumere, attraverso un lavoro di ricostruzione, i principali fatti storici e gli attori che hanno concorso a determinare l’attuale situazione storico-sociale della Palestina.

Credo infatti che ci sia una responsabilità generale, sia da parte araba che da parte israeliana, nonché una responsabilità mondiale per quanto accaduto e per quanto continua ad accadere in Palestina. Per questo lavoro di ricostruzione parziale, non perché di parte ma perché di modesti contenuti, e senza pretese di esaustività, ho fatto ricorso a documenti, citazioni, discorsi i cui rimandi al contesto e alle fonti saranno sempre presenti. Vengono inoltre riportati collegamenti a libri e articoli che ho ritenuto essere di particolare interesse, sia per conferire una prospettiva non solo storica ma anche letteraria al saggio, sia per permettere al lettore “non specializzato” di costruirsi una sua personale opinione su quanto accaduto.

Il ruolo della Comunità Internazionale

Prima della formazione dei suoi caratteri istituzionali e del predominio degli Stati Uniti (intorno al 20esimo secolo), nel 19esimo secolo la “Comunità Internazionale” era costituita essenzialmente dagli Stati europei. E’ utile quindi ripercorrere brevemente le tappe storiche che hanno condotto agli eventi prossimi al 1948, per capire quali erano gli attori schierati a favore di una soluzione alla questione ebraica, prima della fondazione effettiva dello Stato di Israele, e quali interessi li muovevano. 

Nel 1891 il barone tedesco Maurice de Hirsch fonda a Londra l’Associazione per la Colonizzazione Ebraica (JCA) per aiutare i coloni sionisti in Palestina.

Alla fine dell’ottocento nasce il sionismo, con la pubblicazione del libro Der Judenstaat (Lo Stato ebraico, 1896) di Theodor Herzl. Il giornalista riteneva gli ebrei facenti parte di un corpo estraneo in Europa, non assimilato, un popolo a tutti gli effetti; la Palestina diventava così il territorio privilegiato delle aspirazioni messianiche degli ebrei religiosi, la cui acquisizione (con la fondazione di un proprio Stato) poteva risolvere la questione ebraica.

Nel 1897 si tiene il primo congresso sionista a Basilea e viene fondata l’Organizzazione sionista. L’obiettivo è la creazione per il popolo ebraico di una sede in Palestina. Un pamphlet del fondatore del socialismo sionista, Nahman Syrkin, sostiene che la Palestina deve essere evacuata per gli ebrei. A quest’idea aderisce anche la borghesia europea, e nascono organizzazioni filantropiche per facilitare la partenza degli ebrei che intendono raggiungere la Palestina. Il primo Congresso sionista in Svizzera istituisce l’Associazione Sionista Mondiale (WZO) e presenta una petizione per una “casa” per il popolo ebraico in Palestina.

Il 22 ottobre 1902 Herzl incontra il ministro delle Colonie inglesi Joseph Chamberlain con lo scopo di chiedere all’Inghilterra di favorire l’insediamento degli ebrei in Palestina; in cambio l’Inghilterra vedrà crescere la sua potenza e guadagnerà la riconoscenza di dieci milioni di ebrei. In questo periodo altri intellettuali invitano alla restaurazione di una nazione ebraica in Palestina e alla rinascita della lingua ebraica, come Eliezer Perlman (1857-1922), poi chiamato Ben-Yehuda, e Leb Pinsker (1821-1891).

In questo momento storico la Palestina rientra nei domini dell’Impero Ottomano, che nel novembre 1881 aveva annunciato che gli ebrei potevano insediarsi in qualsiasi parte dell’impero eccetto che in Palestina. Nonostante la promulgazione ottomana, cominciano a emigrare in Palestina un centinaio di famiglie dalla Romania e altre quattordici dalla Russia (la prima colonia agricola, Petah Tikva, risale al 1878). Il primo insediamento ebraico in Palestina è fondato da dieci immigrati russi nel 1882 a est di Giaffa, e denominato Rishon le-Zion (primo di Sion).

Nel 1917 la Dichiarazione Balfour fornisce legittimità alla costituzione di un focolare nazionale ebraico in Palestina; le forze ottomane a Gerusalemme si arrendono al generale inglese Allenby. L’anno seguente la Palestina è occupata dagli Alleati guidati da Allenby e la dominazione ottomana termina. Nel frattempo l’Alto Commissario britannico è nominato Sir Herbert Samuel, un ebreo inglese che appoggia la causa sionista. “Fino all’occupazione della Palestina da parte della Gran Bretagna nel 1918, il sionismo era una miscela di ideologia nazionalista e di pratica colonialista. Il suo ambito era limitato: i sionisti non costituivano a quell’epoca più del 5 per cento della popolazione complessiva del paese. Vivendo in colonie, non influivano sulla popolazione locale che quasi non li notava neppure”[1].

Con la fine del primo conflitto mondiale quindi, accanto alle trasformazioni di carattere territoriale e di dominio (dalle ceneri dell’Impero Ottomano nasce la repubblica turca, le province arabe sono suddivise in stati autonomi e la penisola araba viene unificata sotto la dinastia di ‘Abd al ‘Aziz ibn Sa’ud), si assistealla modificazione dei rapporti di forza tra le potenze coloniali e all’emergere del nazionalismo delle popolazioni arabe. Esigenze di controllo delle grandi potenze europee (Gran Bretagna e Francia) nei confronti delle richieste nazionalistiche arabe ed ebraiche si mescolano ad interessi di natura economica e soprattutto energetica.

Nel 1920 la Gran Bretagna ottiene il mandato sulla Palestina[2], oltre che sull’Iraq, e inserisce nel testo del mandato anche la dichiarazione Balfour, atto che dà conto dell’orientamento britannico rispetto al movimento sionista. Nel 1923 il mandato inglese diventa effettivo. Negli anni Venti cominciano a tenersi con regolarità Congressi nazionali palestinesi che rivendicano l’indipendenza dal mandato britannico e il controllo dell’immigrazione ebraica in Palestina. Molti palestinesi vedevano l’immigrazione solo come un fenomeno da collocare negli sforzi missionari e colonialisti europei, e non come anche un piano per un nuovo assetto politico ben preciso. Invece “ciò che i sionisti anticipavano era la creazione di uno Stato ebraico in Palestina al fine di sfuggire a una storia di persecuzioni e pogrom in Occidente, invocando la “redenzione” religiosa di un’ “antica patria”. (…) Ma i punti di vista più critici vedono oggi gli sforzi sionisti per insediarsi in Palestina, anziché in altri luoghi possibili, strettamente intrecciati con il millenarismo cristiano e il colonialismo europeo del XIX secolo. Le varie società missionarie protestanti e i governi europei erano in competizione tra loro sul futuro di una Palestina “cristiana” che volevano strappare all’Impero ottomano. (…) Questo zelo religioso ispirò politici devoti, come Lloyd George, il primo ministro britannico durante la prima guerra mondiale, ad agire con ancor maggiore impegno per il successo per progetto sionista”[3].

Fino al 1928 il governo britannico tratta la Palestina non come colonia ma come Stato all’interno della sua sfera di influenza; in questo modo tenta di giostrarsi tra la promessa al movimento sionista fatta con la dichiarazione Balfour, e le aspirazioni dei palestinesi, che pure venivano idealmente protette dalla stessa dichiarazione. Queste intenzioni si scontrarono nei fatti con le ambizioni e con i diritti naturali dei palestinesi ad uno status di nazione e all’indipendenza: la struttura politica messa in piedi dalla Gran Bretagna però avvantaggia la minoranza dei coloni sionisti e discrimina la maggioranza palestinese; negli anni Venti infatti i palestinesi costituiscono l’80-90% della popolazione. Il mancato raggiungimento di una soluzione, quando era stato preventivato uno Stato indipendente retto da un governo locale secondo un principio di parità, suscita scontento nella comunità palestinese, contestualmente all’aumento del numero di immigrati ebrei. “L’equilibrio all’interno del nuovo consiglio legislativo proposto infatti era a favore della comunità ebraica che si sarebbe alleata con i membri nominati dall’amministrazione britannica[4]. La sollevazione palestinese del 1929 fu il risultato diretto del rifiuto della Gran Bretagna di mantenere almeno la promessa di parità dopo che i palestinesi erano stati disposti a rinunciare al principio di maggioranza democratica che la Gran Bretagna aveva sostenuto come base per i negoziati in tutti gli altri Stati arabi all’interno della propria sfera di influenza”[5].

Intanto la comunità sionista non solo è cresciuta (nel 1931 si registra il 16,9% di coloni ebrei), ma è anche caratterizzata da legami di solidarietà e leadership; la dirigenza ebraica è capace di mobilitare i coloni ebrei verso la costituzione di uno Stato ebraico in Palestina, e convince il governo britannico a riprendere il percorso balfuriano. Dopo ulteriori sollevazioni palestinesi l’esercito britannico reprime le rivolte ed esilia la leadership palestinese, la cui assenza renderà molto più facile la penetrazione delle forze ebraiche nella campagna palestinese nel 1947.

Nel 1937 viene pubblicato il rapporto della Commissione Peel, che raccomanda la divisione della Palestina in uno Stato arabo e uno ebraico; nel 1938 il primo ministro iracheno presenta a Londra un piano per il Medio Oriente e la Palestina, proponendo una federazione araba guidata dall’Iraq, con una minoranza ebraica tutelata all’interno della Palestina avente il diritto di migrazione negli altri stati della federazione. Sempre nel 1938 una commissione d’inchiesta presieduta da Sir John Woodhead pubblica un rapporto che stabilisce l’impraticabilità della proposta di Peel. Intanto il presidente Roosevelt si appella alle nazioni perché accolgano gli ebrei perseguitati dai nazisti. “Il progetto sionista poteva realizzarsi solo mediante la creazione in Palestina di uno Stato puramente ebraico, sia come un rifugio sicuro per gli ebrei dalla persecuzione sia come una culla per un nuovo nazionalismo ebraico. E tale Stato doveva essere esclusivamente ebraico non solo nella sua struttura sociopolitica ma anche nella sua composizione etnica”[6].

Il ruolo degli Stati Uniti

Anche gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo di rilievo negli eventi prossimi alla proclamazione dello Stato di Israele e alla tragedia della Nakba (1948). Brevemente vengono ripercorse le tappe fondamentali dalla fine della prima guerra mondiale.

Nel 1918 il presidente americano Woodrow Wilson propone un programma in 14 punti che espone non tanto gli assetti territoriali mondiali, quanto i principi ideali che vi dovevano sottostare. Wilson ripudia la diplomazia segreta, che deve essere sostituita da trattative di pace pubbliche, sostiene il principio della libertà dei mari, la soppressione di ogni barriera economica tra i popoli, la limitazione degli armamenti e la riorganizzazione dei possedimenti coloniali. Infine auspica la costituzione di una Società di libere nazioni, garante di una pace fondata sul diritto all’autodeterminazione dei popoli; questo principio si è gradualmente trasformato in un’affermazione del diritto all’indipendenza, ossia nell’obbligo di non ingerenza negli affari interni di uno Stato da parte di altri.

Nei quattordici punti non si parla però espressamente di “Stati” del Medio Oriente; inoltre questi principi rimarranno difficilmente traducibili su un piano concreto.

Nel 1919 viene istituita una commissione per indagare sui sentimenti dei popoli arabi, la Commissione King-Crane; i due inviati sono nominati dal presidente Wilson, mentre Francia e Gran Bretagna si astengono dal parteciparvi. La Commissione nel suo rapporto raccomanda il mantenimento dell’unità della Siria-Palestina, ritiene inopportune le rivendicazioni sioniste e invita le potenze occidentali a tenere in considerazione i sentimenti arabi. Nel marzo del 1920 il Congresso generale siriano (CGS) proclama l’indipendenza di Siria, Libano e Palestina sotto il principe Faysal. Nell’aprile dello stesso anno la Conferenza di Sanremo sancisce la divisione della Siria, mentre la Gran Bretagna ottiene il mandato su Palestina e Iraq.

Nel 1942 il Dr. Chaim Weizmann, futuro primo presidente dello Stato di Israele, si appella alla costituzione di uno Stato in tempi brevi. A maggio si tiene a New York la Conferenza sionista del Biltmore in cui viene formulata una nuova politica per la Palestina ebraica: Ben Gurion chiede la costituzione di uno Stato ebraico sull’intero territorio palestinese. Egli è sempre più convinto di dover richiedere il sostegno degli Stati Uniti, per questo nel 1945 si incontra con diciassette magnati ebrei americani a New York; dopo questo incontro viene istituito l’Istituto Sonnenborn, che si impegna a far giungere armi agli ebrei in Palestina.

All’inizio del 1946 la Commissione dei dodici (formata da sei americani e sei inglesi) ha il compito di stilare un dossier completo sulla Palestina; alla fine delle indagini la Commissione suggerisce la ricerca di nuovi asili, oltre la Palestina (comunque sotto mandato inglese), per i profughi ebrei, e gli inglesi chiedono anche che vengano sciolte le formazioni clandestine e che siano consegnate le armi. La risposta delle organizzazioni ebraiche si traduce in violenti atti di sabotaggio.

Il 27 gennaio 1947 il governo inglese apre a Londra una Conferenza palestinese dove viene decisa una tutela di cinque anni, approvata dall’Onu, con l’aiuto di un consiglio misto arabo-israeliano.L’Agenzia ebraica però risponde negativamente e il governo inglese affida la faccenda all’Onu (viene costituito l’UNSCOP, Comitato Speciale per la Palestina).

Nel febbraio del 1947 gli inglesi annunciano che si sarebbero ritirati dalla Palestina.

L’Onu propone il piano di spartizione della Palestina. “L’UNSCOP raccomandò all’Assemblea Generale dell’Onu la spartizione della Palestina in due Stati, tenuti insieme come una federazione da un’unità economica. Inoltre, raccomandò che la città di Gerusalemme diventasse un corpus separatum sotto un regime internazionale amministrato dall’Onu. (…) Il 29 novembre 1947 tutto questo si tradusse nella Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale. E’ chiaro che nell’approvare la Risoluzione di spartizione l’Onu non tenne in alcun conto la composizione etnica della popolazione del paese[7] (…) ma accettò le rivendicazioni nazionaliste avanzate dal movimento sionista sulla Palestina e cercò, inoltre, di risarcire gli ebrei per l’Olocausto nazista in Europa.”[8] L’UNSCOP si orienta verso tale scelta perché, come visto, sin dal 1918 la leadership palestinese si era opposta a piani di spartizione.

“La Lega Araba, l’Organizzazione regionale interaraba, e l’Alto Comitato arabo (l’embrione del futuro governo palestinese) decisero di boicottare il negoziato con l’UNSCOP prima della Risoluzione ONU e non parteciparono alle discussioni sul modo migliore di porla in atto dopo il novembre del 1947. La leadership sionista non faticò ad occupare questo vuoto e instaurò senza difficoltà un dialogo bilaterale con l’ONU per elaborare un piano sul futuro della Palestina. E’ questo un modo d’agire che vedremo ripetersi spesso nella storia dei negoziati di pace sulla Palestina, soprattutto dopo il coinvolgimento degli Stati Uniti nel 1967: finora “portare la pace in Palestina” è sempre stato inteso come un piano messo a punto esclusivamente dagli Stati Uniti e da Israele, senza che i palestinesi venissero consultati seriamente, né minimamente rispettati.”[9]

Il Piano Dalet[10]

Con l’approvazione della Risoluzione 181 e la prima vera guerra arabo-israeliana ha inizio la pianificazione sistematica della pulizia etnica della Palestina, già cominciata con la repressione della leadership palestinese (nel 1936) e con la mappatura dei villaggi in preparazione della futura conquista del territorio (dal 1945).

Il piano D (Dalet) è la sintesi di tre piani di pulizia etnica precedenti: il piano A, denominato anche “Piano Elimelech” dal comandante dell’Haganà[11]a Tel Aviv che nel 1937, su richiesta di Ben Gurion, aveva stabilito le linee generali per impadronirsi della Palestina nel caso di un ritiro britannico; il piano B invece fu ideato nel 1946, e venne fuso al primo per creare il piano C. Quest’ultimo preparava le forze militari ebraiche per le campagne offensive che sarebbero seguite al ritiro degli inglesi, con lo scopo di “dissuadere” la popolazione palestinese dall’attaccare gli insediamenti ebraici. Aggiungeva che i dati necessari per l’esecuzione delle azioni di rappresaglia si trovavano nelle schedature dei villaggi (liste dei leader, attivisti, potenziali obiettivi umani, conformazione dei villaggi,…).

Dopo qualche mese però viene messo a punto il piano D, piano che contempla la sistematica e totale espulsione dei palestinesi[12].

Il piano ufficiale dà ai villaggi la possibilità di arrendersi, ma gli ordini operativi non risparmiano niente e nessuno.

Il 10 marzo 1948 viene adottato il Piano Dalet, ed i primi obiettivi colpiti sono i centri urbani della Palestina, tutti occupati entro la fine di aprile (250.000 palestinesi vengono sradicati in questa fase, e vengono portati a compimento vari massacri, il più grave dei quali fu quello di Deir Yassin).

Gli inglesi si ritirano dalla Palestina il 15 maggio 1948, e l’Agenzia ebraica dichiara subito la fondazione di uno Stato ebraico in Palestina, che viene riconosciuto da URSS e USA. Lo stesso giorno le forze regolari arabe entrano in Palestina.

“La strategia ufficiale sionista durante questo periodo fu animata da due impulsi. Il primo consisteva in reazioni specifiche a due sorprendenti sviluppi sul terreno: la frammentazione, se non la totale disintegrazione, dei sistemi di potere politici e militari palestinesi, e lo scompiglio e la confusione nel mondo arabo di fronte alle aggressive iniziative ebraiche, in concomitanza con l’approvazione internazionale del progetto sionista e del futuro Stato ebraico[13].

“Secondo la Risoluzione di spartizione, le Nazioni Unite dovevano essere presenti sul campo per sovrintendere all’esecuzione del piano di pace: fare della Palestina nel suo insieme un paese indipendente, con due Stati distinti che dovevano formare un’unità economica. La Risoluzione del 29 novembre 1947 prevedeva degli obblighi chiarissimi. Le Nazioni Unite promettevano solennemente di impedire qualsiasi tentativo da una o dall’altra parte di confiscare la terra che apparteneva ai cittadini dell’altro Stato o dell’altro gruppo nazionale – sia terra coltivata che incolta, cioè terra lasciata a maggese per circa un anno.”[14]

La metodologia della pulizia etnica studiata a tavolino si articola in più fasi e in più tempi: definire lo spazio, costruire un potenziale militare adeguato, deportare i palestinesi residenti; con il Piano Dalet si passa definitivamente dalla fase di rappresaglia a quella dell’intimidazione.

“Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa versione la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta.[15]

Di fatto il piano Dalet fu attuato non solo con una politica di rastrellamenti e deportazioni, e con la distruzione dei villaggi, ma anche prevedendo una politica antirimpatrio (allentando la pressione internazionale su Israele affinché permettesse il ritorno dei profughi), dissacrando i luoghi santi e violando sistematicamente i diritti umani.

Esiste una controversia[16] tra storici sull’interpretazione da dare al Piano Dalet, non tanto sulla dimensione militare del piano, quanto sul suo ruolo nell’esodo dei palestinesi. Nella controversia ogni parte sottolinea un differente contesto e un differente contenuto per avanzare la propria analisi.

Ilan Pappe lo considera come un piano globale di espulsione e di pulizia etnica, mentre Walid Kalidi come una linea di condotta data dall’Haganà per espellere gli abitanti dei villaggi palestinesi.

Per Yoav Gelber (storico israeliano) il piano Dalet è un piano miliare per fronteggiare la futura offensiva araba, nonché una risposta alle incursioni dell’EAR, l’Esercito Arabo di Liberazione; Gelber non lo considera un piano di espulsione, in quanto redatto sì da militari, ma attuato e deciso localmente.

Per Benny Morris (storico israeliano) il piano era una direttiva per mettere in sicurezza lo Stato ebraico, non si trattava di una direttiva politica per l’espulsione degli arabi in Palestina. Avi Shlaim condivide questa ipotesi.

Henry Laurens (storico e accademico francese) invece sostiene il fine militare, che in pratica implica quello di espulsione, e ciò non comporta la diretta condanna degli esecutori (non si può parlare di una politica di espulsione premeditata e coordinata dei centri decisionali sionisti).

“Israele”

Un ruolo  determinante per la fine del mandato britannico in Palestina e l’inizio delle operazioni di pulizia etnica nei territori è quello delle organizzazioni terroristiche e paramilitari israeliane.  Le operazioni terroristiche dell’Igrun e della Banda Stern verranno incoraggiate dalla graduale rinuncia inglese a qualsiasi responsabilità nel mantenere la legge e l’ordine in Palestina; rinuncia che si traduce in tacita approvazione e mancato intervento.

Per assicurarsi il controllo dei territori e il successo della pulizia etnica in Palestina, la Consulta (costituita da membri dei servizi segreti e di specialisti di “questioni arabe”) inizia a creare un corpo militare adeguato. Dal 1948 l’esercito israeliano, fondato con l’aiuto del partito comunista, riceve un grosso quantitativo di armi pesanti da Cecoslovacchia e Unione Sovietica; alla vigilia della guerra del 1948 i circa 50.000 soldati (30.000 combattenti e i restanti ausiliari) possono contare sul supporto di una piccola flotta aerea e navale, carri armati, blindati e artiglieria pesante.

“Alcune settimane dopo l’inizio della guerra il reclutamento israeliano era così efficiente che alla fine dell’estate l’esercito contava già 80.000 soldati. Le forze regolari arabe non superarono mai la soglia di 50.000 effettivi e a questo va aggiunto il fatto che non ricevevano più armi dalla Gran Bretagna, che era stato il loro principale fornitore.”[17]

“La natura sistematica del Piano Dalet fu evidente a Deir Yassin, un villaggio pastorale e amico che aveva sottoscritto un patto di non aggressione con l’Haganà a Gerusalemme, ma che fu condannato ad essere distrutto perché si trovava all’interno dell’area destinata all’epurazione. A causa dell’accordo preventivamente firmato con il villaggio, l’Haganà, per liberarsi da qualsiasi responsabilità ufficiale, decise di inviare l’Irgun e le truppe della Banda Stern.”[18]

Il gruppo paramilitare terrorista Irgun[19], attivo durante gli anni del mandato,  tra il 1931 e il 1948, si era separato dall’Haganà nel 1935; negli anni Quaranta è guidato da Menachem Begin. Obiettivi sono sia gli inglesi che la popolazione locale. La Banda Stern[20] è una diramazione dell’Irgun, da cui si era scissa nel 1940; ha come fine l’allontanamento di Londra dalla Palestina per consentire l’immigrazione senza restrizioni e la formazione di uno Stato Ebraico. Irgun, Banda Stern e Haganà sono le forze militari che operano durante i giorni della Nakba, e alle quali è affidato anche l’addestramento di un’unità speciale di commando, detta Palmach, fondata nel 1941. Il Palmach venne inizialmente istituito per assistere l’esercito inglese nella guerra contro i nazisti (nel caso che questi avessero raggiunto la Palestina), ma il loro ardore militare trovò presto nei palestinesi un bersaglio preferenziale. Dal 1944 queste unità speciali sono assegnate alla costruzione dei nuovi insediamenti ebraici, e fino allo smantellamento del gruppo, nel 1948, sono i responsabili delle principali operazioni di pulizia etnica nel Nord e nel Centro della Palestina.

“Nelle operazioni di pulizia etnica che seguirono, l’Haganà, il Palmach e l’Irgun furono le forze che effettivamente occuparono i villaggi. Poco dopo l’occupazione questi venivano trasferiti nelle mani di truppe ausiliarie, la Guardia sul Campo (Hirsch in ebraico). Creata nel 1939, era il braccio logistico delle forze ebraiche. Alcune delle atrocità che accompagnarono le operazioni di pulizia furono compiute proprio da queste unità ausiliarie. L’Haganà aveva anche un’unità di servizi segreti, fondata nel 1933, la cui funzione principale consisteva nello spiare le autorità britanniche e nell’intercettare le comunicazioni tra le istituzioni politiche arabe dentro e fuori del paese. (…) L’insieme di queste truppe costituiva una forza militare abbastanza potente da confermare la convinzione di Ben Gurion sulla capacità della comunità ebraica di diventare non solo l’erede dello Stato mandatario, ma anche di controllare la maggior parte del territorio palestinese con i beni mobili e immobili e le sue risorse.” [21]

Gli accordi dell’armistizio di Rodi del 1949, firmati da Israele e degli stati arabi confinanti (Egitto, Siria, Libano, Transgiordania) stabiliscono le linee provvisorie d’armistizio, rispettate fino al 1967. Gli accordi lasciano il 78% della Palestina mandataria a Israele; la Striscia di Gaza è occupata dall’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est (poi annessa a Israele nel 1967) dalla Transgiordania. Ad eccezione degli accordi con il Libano, tali frontiere non vengono considerate definitive, anche se nella Conferenza di pace di Losanna del 1949 verranno proposte come frontiere politiche permanenti. Tali linee di demarcazione soppiantano completamente le linee di partizione proposte e votate dalle Nazioni Unite nel 1947 (peraltro accettate da Israele nella Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele). Dal canto loro i leader palestinesi e arabi hanno rifiutato qualsiasi partizione permanente della Palestina.

La linea di demarcazione continua ad avere un significato politico, legale ed amministrativo, in quanto i territori all’esterno vengono considerati da Israele territori occupati, e non incorporati nel sistema politico, civile e amministrativo (amministrati dall’esercito israeliano e poi dall’Autorità Palestinese). La cittadinanza per residenza veniva decretata con riferimento alla Green Line, così come lo status di rifugiato di un cittadino. “(…) l’ideologia che ha reso possibile spopolare la Palestina di metà della popolazione nativa nel 1948 è ancora operante e continua a guidare l’inesorabile, talora impercettibile, pulizia etnica nei confronti dei palestinesi che oggi vivono là.”[22]

Durante la Nakba furono costretti ad abbandonare i propri villaggi e città tra le 700.000 e le 720.000 persone (900.000 secondo i palestinese, 511.000 secondo il governo israeliano); la commemorazione della Nakba, ricorrenza istituita il 15 maggio, dal febbraio del 2010 è vietata in Israele.

Note

[1]In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, capitolo 2, 23

[2] La Conferenza di pace di Parigi (1918) introdusse il principio del “mandato” concepito come, nella formulazione originaria del presidente americano  Wilson, un istituto atto a tutelare l’indipendenza e favorire lo sviluppo di un popolo. Ciò non si tradusse in pratica in una forma filantropica di assistenza, bensì in una forma di legittimazione degli interessi diretti sul territorio. L’articolo 22 del Trattato di pace di Versailles istituiva tre forme di mandato (A, B, C) e ricercava i mandatari tra le nazioni “progredite”. Si istituirono solo tre tipi di mandati A, per Siria (mandato francese), Palestina e Mesopotamia (mandato inglese).

[3] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, capitolo 2, 24-25

[4] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 26

[5] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 27

[6] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 27-28

[7] La Palestina viene divisa in tre parti: il 42% del territorio viene assegnato a 818.000 palestinesi per uno Stato che avrebbe incluso 10.000 ebrei, mentre lo Stato ebraico si estende sul 56% del territorio, nel quale 499.000 ebrei avrebbero dovuto convivere con 438.000 palestinesi; la terza parte è un’enclave attorno a Gerusalemme, governata internazionalmente, con una popolazione di 200.000 abitanti divisa equamente.

[8] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 47

[9] In La pulizia etnica della Palestina, IIan Pappe 48

[10] Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina.

[11] Organizzazione paramilitare ebraica in Palestina (1920 – 1948), poi integrata nelle IDF (Israeli Defence Force)

[12] “Si possono effettuare queste operazioni nella maniera seguente: distruggendo i villaggi (dandogli fuoco, facendoli saltare in aria e minandone le macerie) e specialmente quei centri popolati difficili da controllare con continuità; oppure attraverso operazioni di rastrellamento e di controllo, con le seguenti linee guida: circondare i villaggi e fare retate all’interno. In caso di resistenza si devono eliminare le forze armate e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato.”

Tratto dal Piano Dalet, 10 marzo 1948

[13] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 59

[14] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 159

[15] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 111

[16] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 111

[17] Gershon Rivlin – Elhanan Oren, The War of Independence, vol. 1, 320, 18 marzo 1948; 397, 7 maggio 1948; vol. 2, 428, 15 maggio 1948

[18] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 116

[19] Abbreviazione di Irgun Zvai Leumi, “Organizzazione Militare Nazionale”. In Israele è citato come Etzel.

[20] Nota anche come Lehi, acronimo di Lohamei Herut Israel, “Combattenti per la Libertà di Israele”. Primo comandante fu Avraham Stern.

[21] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 64-65

[22] In La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappe, 308

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