Rapporto: 20 mila bambini palestinesi non hanno il diritto di risiedere con le proprie famiglie a Gerusalemme

An-Nasira (Nazareth) – InfoPal. Un’organizzazione di Gerusalemme, attiva nel monitorare le violazioni razziste israeliane contro i cittadini palestinesi, ha reso noto che più di 20 mila bambini della città Santa non hanno il diritto di risiedere con le proprie famiglie, stando ai dati pubblicati da centri palestinesi e israeliani per i diritti umani.

Hanna Issa, segretario generale dell’organizzazione islamo-cristiana per il sostegno ad al-Quds e ai suoi luoghi santi, ha affermato che “di recente, il numero di carte di soggiorno ritirate ai palestinesi nella città Santa, ha subito un forte incremento, nel quadro della politica israeliana che mira ad ebraicizzare Gerusalemme riducendo la presenza palestinese al minimo. Di fatto Israele sta evacuando gli abitanti di Gerusalemme, sia fisicamente che legalmente”.

In un comunicato stampa diramato lunedì 4 febbraio, Issa ha dichiarato che gli israeliani non nascondono i loro timori circa l’eventuale ritorno dei palestinesi all’interno dei confini comunali artificiali di Gerusalemme, il che contrasterebbe con la politica di pulizia etnica attuata da Israele nella città Santa, che ha portato circa 20 mila palestinesi a perdere il proprio diritto di risiedere nella città, in quanto il governo israeliano considera “cittadini di Gerusalemme” solo coloro che abitano all’interno dei confini artificiali della città.

Egli ha aggiunto che le autorità di occupazione israeliane, attraverso il ministero degli Interni e con il supporto dell’Istituto nazionale delle assicurazioni, lo scorso anno, ha ritirato il diritto di soggiorno a 4.577 abitanti di Gerusalemme. E ha sottolineato che i governi israeliani succedutisi hanno proseguito le politiche razziste contro palestinesi gerosolimitani, imponendo delle condizioni proibitive per il soggiorno, da quando la Corte Suprema israeliana, nel 1988, decretò che il diritto di soggiorno permanente è subordinato alla residenza reale all’interno dei confini del ’48, cioè all’interno del cosiddetto “Comune di Gerusalemme”. Come conseguenza, i palestinesi devono fornire le prove sulla sussistenza di tale condizione, che, tuttavia, non si applica ai residenti ebrei di Gerusalemme.

Issa ha aggiunto che le cittadine di Gerusalemme sono oggetto di doppia discriminazione per quanto riguardo il proprio diritto di soggiorno, sia come palestinesi che come donne. Da un lato, sposandosi con palestinesi non residenti nella città Santa o all’interno della linea verde, esse perdono il diritto di soggiorno, e dall’altro, la donna di Gerusalemme non trasmette il diritto di residenza ai propri bambini. Anche questi ultimi, quindi, sono sottoposti ad una serie di violazioni dei propri diritti, in primis quello di preservare la propria identità (art. 8 della Convenzione internazionale per i diritti del bambino). Inoltre, i palestinesi di Gerusalemme che lasciano la città per un certo periodo (ad esempio per studiare o lavorare), rischiano di vedersi ritirata la carta di soggiorno permanente, nel momento in cui il ministero dell’Interno israeliano lo stabilisce.

 

*I palestinesi di Gerusalemme non fanno parte degli arabi del’48 (cittadini israeliani di etnia araba e religione non ebraica), invece, essi avrebbero il diritto alla carta di soggiorno permanente.

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