Rapporto ONU: nel primo trimestre del 2018 Israele demolisce e confisca 97 strutture palestinesi

Gerusalemme-WAFA. Nel primo trimestre del 2018 Israele ha demolito e confiscato 97 strutture palestinesi, con un aumento del 50% rispetto allo stesso trimestre del 2017 e del 20% se paragonato allo stesso trimestre del 2016, secondo quanto affermato martedì dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) presso i Territori Palestinesi Occupati.

Il rapporto dichiara che, nonostante si sia osservato un livello relativamente basso di distruzione delle proprietà palestinesi nei primi due mesi del 2018 con un ulteriore decremento a marzo (per un totale di 28 edifici demoliti/confiscati/sigillati rispetto ad una media mensile di 35 strutture nel 2017), il numero totale di strutture demolite/confiscate ha raggiunto la quota di 97 durante il primo trimestre del 2018, costituendo circa il 50 ed il 20% delle strutture demolite/confiscate nei rispettivi trimestri del 2017 e 2016, rispettivamente.

Quasi il 30% delle strutture prese di mira nel primo trimestre dell’anno erano residenziali, mentre la parte restante era costituita da edifici necessari per il sostentamento familiare o infrastrutture comuni. Si noti che quasi un terzo delle strutture interessate in questo periodo è stato sequestrato, anziché demolito, rispetto al 10% del 2017.

Durante questo mese, 23 strutture sono state demolite, confiscate o sigillate (in un caso) a causa della mancanza di permessi di costruzione nell’Area C e a Gerusalemme Est, ed in aggiunta una struttura, nell’Area C, è stata sigillata solo come strumento punitivo.

17 di queste strutture colpite (circa il 70%) si trovano a Gerusalemme Est dove, nonostante il calo generale, le demolizioni restano allo stesso alto livello del 2017 e del 2016. Di queste, sette erano abitazioni, tre delle quali sono state demolite o sigillate dai loro stessi proprietari palestinesi per evitare il pagamento di multe onerose. L’incidente più grave è avvenuto nella comunità di Al Wata, vicino al checkpoint di Gilo, dove le autorità israeliane hanno demolito due abitazioni e cinque strutture commerciali o utilizzate come sostentamento, lasciando senza casa 13 persone.

Nell’Area C, riferisce l’OCHA, le autorità israeliane hanno demolito sei strutture in quattro diverse occasioni, il numero più basso di strutture palestinesi demolite nell’Area C rilevato dal giugno 2017. In un caso, nella comunità pastorizia di Susiya, a Hebron, le autorità israeliane hanno confiscato una tenda residenziale cacciando una intera famiglia. Parte della comunità è a rischio di trasferimento forzato dato che a maggio si terrà un’audizione a questo riguardo presso la Corte Suprema israeliana.

Nessuna delle strutture colpite era stata finanziata da donatori, sebbene quattro edifici sovvenzionati dall’Unione Europea, in una comunità nella Valle del Giordano, hanno avuto l’ordine di terminare le loro attività. Complessivamente, durante il primo trimestre del 2018, quattordici strutture finanziate da donatori sono state demolite/confiscate, costituendo un calo dell’82-90 percento se paragonate agli stessi trimestri del 2017 (78 edifici) e 2016 (136 edifici).

E’ preoccupante il fatto che, alla fine di marzo, le autorità israeliane abbiano chiesto alla Suprema Corte di respingere una petizione presentata dalla comunità Beduina Al Muntar (di Ramallah), contro la demolizione della sua unica scuola, e di rimuovere un’ordinanza ad interim del tribunale che ne vieta la demolizione. La decisione sul caso è attualmente in sospeso. La scuola, costruita con materiali ed attrezzature finanziati dall’Unione Europea, ha iniziato ad essere operativa a metà del 2017 fornendo servizi a bambini dalla prima alla sesta classe. Questa è una delle 46 comunità Beduine palestinesi della zona centrale della Cisgiordania a rischio di trasferimento forzato a causa dell’ambiente coercitivo che li opprime, afferma il rapporto dell’OCHA.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

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