Rassegna stampa del 13 maggio.

Rassegna stampa del 13 maggio.

A cura di Chiara Purgato.

Esteri | 13/05/2010 | ore 09.37 »

Gaza, 13 mag. – (Adnkronos/Aki) – La polizia palestinese della Striscia di Gaza, controllata dal governo a guida Hamas, ha sventato ieri sera un attentato contro la rappresentanza diplomatica egiziana, sede per la verita' chiusa gia' dall'estate del 2007, da quando cioe' il gruppo islamico ha assunto il controllo della Striscia.

Secondo quanto ha reso noto il ministero dell'Interno del governo di Ismayl Haniyeh, la polizia ha ritrovato un ordigno esplosivo nel centro di Gaza, proprio davanti alla sede diplomatica del Cairo.

 

Esteri | 13/05/2010 | ore 09.35 »

Gaza, 13 mag. – (Adnkronos/Aki) – “Spostiamo il caporale Gilad Shalit in un covo nuovo due volte alla settimana per evitare che Israele lo liberi con un'azione di forza”. E' quanto rivela una fonte interna alle brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, citata dal giornale arabo 'al-Quds al-Arabi'.

Secondo la fonte, i miliziani che gestiscono il sequestro del soldato israeliano rapito a Gaza nel giugno del 2006, temono un imminente blitz dell'esercito dello Stato ebraico e dunque si spostano continuamente all'interno della Striscia per portare l'ostaggio in rifugi diversi “anche per il timore che spie israeliane presenti tra la popolazione palestinese possano individuarlo”.

I capi di Hamas sostengono inoltre di aver “sventato numerose azioni condotte da spie israeliane presenti tra la popolazione palestinese che tentavano di seguirci e di scoprire dove stavamo portando il nostro prigioniero”.

I dirigenti del gruppo islamico hanno respinto l'appello per la liberazione di Shalit lanciato ieri a Damasco dal presidente russo, Dmitri Medvedev, durante un colloquio con il leader in esilio di Hamas, Khaled Mashaal. Secondo quest'ultimo, non e' possibile liberare il caporale israeliano senza un “accordo ragionevole sullo scambio di prigionieri con Israele”.

 

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Israele e Palestina: pronti per i negoziati indiretti

Dopo il si di Israele, Sabato 8 Maggio arriva da Ramallah il via libero definitivo della dirigenza palestinese ai negoziati indiretti con Israele, promossi dagli Usa. La decisione non è stata unanime: il voto favorevole della maggioranza del Comitato esecutivo dell’Olp, presieduto da Mahmud Abbas (Abu Mazen), e dell’organizzazione Al-Fatah si è subito scontrato con il no da parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) e del Fronte democratico per la liberazione della Palestina (Fdlp). La dirigenza del movimento radicale di Hamas ha condannato l’approvazione ufficiale dell’Olp e ha definito questi negoziati “un crimine politico dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) “. Si tratta, secondo Fauzi Barhum, un portavoce di Hamas, di un tacito appoggio dell’Olp alle mosse politiche israeliane.

Sicuramente l’apertura dei proximity talks rappresenta una vittoria diplomatica dell’amministrazione Usa, nonché uno spiraglio verso la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Infatti il processo di pace era ormai fermo dall’attacco israeliano a Gaza nel Dicembre 2008 ed è stato minato più volte negli ultimi mesi, prima dai piani edilizi di Israele a Gerusalemme est annunciati a Marzo e poi la scorsa settimana dall’incendio di una moschea a Lubban-ash-Sharqiya, in Cisgiordania, attribuito da Abu Mazen a un attacco volontario dei coloni israeliani che occupano la zona. Dopo mesi di stallo ora il premier israeliano Netanyahu e il presidente dell’Anp Abu Mazen potranno sedersi di nuovo al tavolo dei negoziati, ma separatamente, comunicando tramite il mediatore George Mitchell, che per conto di Washington lavora da anni al processo di pace in Medio Oriente. La durata delle trattative è stata concordata a non più di quattro mesi, dopo i quali si auspica a un ritorno ai colloqui diretti tra le due parti in causa.

Yasser Abu Rabbu, membro dell’Olp, ha dichiarato che la posizione palestinese a favore delle trattative si basa soprattutto sulle garanzie offerte dagli Usa al governo palestinese. Infatti Abu Mazen e il negoziatore dell’Anp confidano nella mediazione americana, mirante a salvaguardare le richieste palestinesi da un eventuale muro di ferro di Israele, qualora quest’ultimo ignorasse le ragioni della Palestina, ostacolando i colloqui di pace. L’Olp chiede prima di tutto di fermare in modo definitivo il progetto di colonizzazione israeliana a Gerusalemme est e in Cisgiordania, in seguito di definire i futuri confini dello Stato palestinese e di riottenere la propria capitale, anche in caso di fallimento dei negoziati di pace. La linea politica palestinese era stata già confermata e sostenuta dal Vertice della Lega Araba, avvenuto a Sirt il 27 e 28 Marzo scorsi, laddove il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, aveva detto che la ripresa e l’efficacia dei negoziati indiretti sarebbero dipese esclusivamente dal blocco della costruzione di 1600 alloggi per i coloni israeliani a Gerusalemme est.

Alquanto scettica e ambigua si mostra la risposta di Israele alla condizione primaria posta dalla Palestina all’apertura delle trattative. Il premier Netanyahu ha accettato di buon grado i negoziati indiretti, augurandosi in Consiglio dei Ministri di arrivare presto a negoziati diretti con i “vicini”, necessari per la vera risoluzione del conflitto. Il presidente israeliano Shimon Peres, nell’incontro di Sabato con George Mitchell, ha spiegato che l’obiettivo principale dello stato ebraico verte sulla questione della sua sicurezza. Di fatto Israele sarà l’ago della bilancia che determinerà le sorti di questi colloqui indiretti, alla luce degli ultimi eventi. Già a marzo il quartetto per il Medio Oriente aveva chiesto a Israele lo stop ai progetti edilizi e aveva fissato un calendario di appuntamenti per arrivare alla pace, ma il governo israeliano è rimasto ancorato alle proprie posizioni, non temendo neanche l’ira di Washington e il clima di guerra fredda con Obama. Finora infatti gli Usa non sono riusciti a ottenere da Israele nessuna garanzia chiara e definitiva, sebbene dalle autorità di Gerusalemme sappiamo che il governo ha interrotto le nuove costruzioni.

Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Philip Crowley, si è rivelato ottimista, ma ha esplicitamente ammonito Israele e Palestina dal prendere iniziative atte a screditare la fiducia in Medio Oriente.

  

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