Rassegna stampa del 29 aprile.

Rassegna stampa del 29 aprile.

A cura di Chiara Purgato.

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MEDIO ORIENTE / La Palestina si fa stato? Sarebbe un autogol

L'Autorità nazionale palestinese potrebbe dichiarare unilateralmente l'indipendenza. L'ipotesi, sollevata dal premier palestinese Salam Fayyad, e discussa ieri da Moisés Naím su queste stesse pagine, desta preoccupazione in Israele. Naím la considera nell'ambito delle attuali tensioni tra Israele e Stati Uniti, citando in particolare il recente incidente avvenuto nel corso della visita del vicepresidente americano, Joe Biden, in Israele, durante la quale le autorità municipali di Gerusalemme avevano approvato il quarto di sette passaggi burocratici necessari per l'autorizzazione di 1.600 appartamenti in un quartiere di Gerusalemme costruito oltre la linea verde.
Per Naím è un autogol: Israele non ha la forza o la volontà politica per fare quello che tutti considerano un calcolo pragmatico inevitabile – sacrificare le proprie rivendicazioni sull'altare dell'alleanza americana in nome, soprattutto, dell'incombente minaccia nucleare iraniana. Occorre affrettarsi a trovare un accordo di pace prima che le divergenze aumentino a detrimento delle vere questioni strategiche – e quindi se ne deduce una dura critica al premier israeliano che questo scenario o non capisce o non ha il potere di trasformare, prigioniero com'è della sua coalizione.
Naím dunque solleva non una, ma tre questioni. Prima, la proclamazione unilaterale d'indipendenza. Seconda, il danno causato a Israele. E terza, la miopia politica d'Israele. Secondo Naím, a causa dell'attuale isolamento internazionale israeliano, il neonato stato verrebbe rapidamente riconosciuto da molti paesi. Forse Naím ha ragione, ma la maggior parte di quei paesi già considerano la Palestina uno stato – conferendo ai rappresentanti dell'Olp lo status diplomatico di ambasciatori. La cartina tornasole invece è la capacità dell'Autorità palestinese, a proclama compiuto, di dispiegare in maniera efficace gli attributi di uno stato indipendente.
Questo non accadrà. Lo stato palestinese non controllerà il territorio che rivendica, i confini, lo spazio aereo, le risorse naturali e i collegamenti tra i maggiori centri urbani. Inoltre, la dichiarazione unilaterale libererà Israele dall'obbligo di rispettare gli accordi interinali di Oslo. Israele quindi annetterà rapidamente tutti gli insediamenti e le vie di accesso in Cisgiordania, oltre che la Valle del Giordano. La sua presenza militare avrà facile sopravvento delle forze palestinesi.
Intanto, a Gaza, il governo di Hamas non riconoscerà questo passo e del resto, Hamas, che a Gaza di fatto esercita la sovranità con gli attributi statuali mancanti a uno stato palestinese proclamato da Fayyad, non accetterà di sottostare all'Autorità palestinese. Non lo fa ora – né procede a proclamare uno stato palestinese a Gaza pur essendone il padrone incontrastato – e quindi risulta difficile presumere che lo farà per dar corda a Fayyad. Lo stato di Fayyad dovrà insomma fare i conti con Israele e una guerra civile fratricida palestinese dove le sue forze militari saranno a mal partito. A salvare Fayyad da Hamas toccherà all'esercito israeliano.
Comunque sia, le conseguenze nuoceranno molto di più alla causa palestinese che alle rivendicazioni israeliane anche perché, dopo un sanguinoso nulla di fatto, entrambi dovranno per forza negoziare una soluzione diplomatica. Rimane la miopia politica di Netanyahu. Su questo si può discutere. Ma l'ostacolo principale alla pace non è a Gerusalemme bensì a Ramallah, Gaza, Beirut, Damasco e, per estensione, Teheran. Certo, impedire all'Iran di avere l'atomica è più importante che impuntarsi su qualche appartamento. Ma c'è da chiedersi se la miopia, su questo punto, non sia altrettanto acuta a Washington, dove la distrazione causata da un caseggiato gerosolimitano ha fatto perdere tempo prezioso, ha contribuito a irrigidire le posizioni palestinesi, ha creato un diversivo per l'Iran e non ha giovato in alcun modo agli interessi americani nella regione.

 

 

http://www.newnotizie.it/

29/04/2010 – 15:37

4 morti in un tunnel a Gaza: le accuse di Hamas, la replica dell’Egitto

Il bilancio del crollo di un tunnel alla frontiera tra Egitto e la striscia di Gaza è di 4 morti e 6 feriti. Hamas accusa le autorità egiziane di essere responsabili dell’omicidio di persone innocenti. Dall’Egitto per ora solo smentite non ufficiali.

 

Hamas ha un nuovo nemico. Se l’ostilità verso Israele resta forte e consolidata nel tempo, negli ultimi tempi sono peggiorati i rapporti con l’Egitto.

Proprio al Paese guidato da Hosni Mubarak il movimento radicale palestinese ha riservato dichiarazioni durissime.

Lo scontro è stato provocato dal crollo di un tunnel che collegava lastriscia di Gaza con il vicino Egitto. Il passaggio è uno dei tanti che sono stati costruiti per aggirare i blocchi israeliani.

 

Il governo di Gerusalemme, appoggiato dagli Stati Uniti, ha chiesto all’Egitto di impegnarsi di più nel controllo della frontiera.

Dai tunnel, infatti, passano cibo, medicine e beni necessari alla popolazione palestinese, ma anche armi utilizzate contro Israele.

Proprio il giro di vite egiziano ha provocato il crollo del tunnel, che ha causato quattro morti e sei feriti, poi trasferiti in un ospedale a Rafah.

Secondo Hamas si tratta di veri e propri omicidi, che hanno colpito dei lavoratori innocenti. La grave accusa è di aver immesso gas tossico nelle gallerie, una modalità già usata dagli agenti egiziani che finora non aveva provocato conseguenze così gravi.

All’Associated Press Fawzi Barhoum ha dichiarato che i palestinesi vogliono indagini che chiariscano le responsabilità dell’accaduto.

Dal governo egiziano non arrivano spiegazioni ufficiali, almeno per ora. Tuttavia un funzionario dell’intelligence (che però ha voluto rimanere anonimo) ha offerto una ricostruzione diversa dell’accaduto.

Ha negato che ci sia stata un’immissione di gas tossico nel tunnel e ha spiegato che le forze di sicurezza sono impegnate nella distruzione della rete di gallerie per eliminare il contrabbando di armi.

Le esplosioni avrebbero causato il crollo del tunnel e, bruciando l’ossigeno, il conseguente soffocamento dei palestinesi.

Se la ricostruzione del fatto non è ancora chiare, ciò che resta evidente è la politica intrapresa dal governo egiziano. La nuova fase è simboleggiata dalla costruzione di una lunga e profonda barriera di ferro lungo il confine per impedire il passaggio di uomini e merci verso la striscia di Gaza.

Una costruzione che dovrebbe bloccare il passaggio di armi, ma che peggiorerà le condizioni di vita di molti palestinesi.

 

 

 

http://www.ansa.it/

Governo Usa: no a sindaco Gerusalemme

Nir Barkat criticato anche negli ambienti del governo israeliano

(ANSA) – GERUSALEMME, 29 APR – Porte chiuse della Casa Bianca per il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat, reo di avere molto criticato la politica degli Stati Uniti. Barkat, in questi giorni in visita a Washington, ha ottenuto risposta negativa alla richiesta di essere ricevuto da Hillary Clinton e da George Mitchell. Le critiche di Barkat agli Usa e l'affermazione che i piani di edilizia ebraica nella parte araba di Gerusalemme proseguiranno hanno suscitato critiche anche negli ambienti del governo israeliano.

 

 

http://www.rinascita.eu/index.php

Gerusalemme: prosegue il processo di giudaizzazione

L’inviato degli Stati Untiti per il Vicino Oriente, George Mitchell, ha concluso la sua missione nella regione appena 48 ore fa ed è tornato a Washington rassicurato dalle indiscrezioni riguardanti un possibile blocco delle costruzioni ebraiche a Gerusalemme. Voci non verificate che sono servite a placare i toni della polemica tra l’amministrazione Usa e quella israeliana, ma che sono sembrate fin da subito poco credibili specialmente se si prende in considerazione la smentita fornita quasi immediatamente dai membri dell’entourage di Benjamin Netanyahu. Tuttavia la mancata riunione delle commissioni competenti del municipio di Gerusalemme aveva fatto sì che la notizia facesse comunque il giro del mondo.
Ieri infine, con Mitchell a migliaia di chilometri di distanza e dopo che anche il presidente dell’Autorità Nazionale palestinese Mahmud Abbas si è detto pronto a riprendere i colloqui indiretti, è arrivata la smentita ufficiale dal sindaco della Città Santa. “Non si può impedire la crescita di una città dinamica e piena di vita come Gerusalemme. Continueremo a costruire, sia per la popolazione ebraica sia per quella araba”, ha detto il primo cittadino Nir Barkat intervenendo martedì sera a Washington ad una cena del gruppo denominato “The Israel Project”. Per il sindaco, però, questa smentita non influirà negativamente sulla crisi in atto con il governo nordamericano. “Una crisi – ha spiegato – che sta rientrando nonostante le critiche del vicepresidente Joe Biden sui progetti edili ebraici, nella parte araba della Città Santa, abbia avuto per Israele l’effetto di due schiaffi in faccia”.
Prosegue dunque la giudaizzazione di Gerusalemme e spunta subito un nuovo progetto, che prevede la costruzione 321 unità abitative e di una scuola ebraica nella parte nord della città. L’allarme, riportato dall’agenzia Infopal, è stato lanciato da un’organizzazione palestinese che opera sul territorio spiegando che il piano di costruzione riguarda il quartiere Sheykh Jarrah destinato inoltre, in caso il progetto andasse in porto, a cambiare nome in “quartiere dell’Amico Simone”.
“Il progetto fungerà da vera e propria cintura coloniale per circondare la città ed impedire che la presenza araba possa estendersi in questa direzione; per di più esso fungerà da assedio, posto da nord, alla città vecchia, sempre allo scopo di giudaizzare la città”, hanno spiegato i responsabili dell’associazione, per i quali l’obiettivo finale di questo nuovo piano edile è quello di “far emigrare gli abitanti autoctoni completando così la presa di possesso delle case e dei terreni restanti”.
Bisognerà ora vedere quale sarà, se ci sarà, la risposta degli Usa a questa nuova provocazione di Tel Aviv che continua ad andare avanti per la propria strada grazie anche all’immobilità del presidente Obama, il quale preferisce far finta di non vedere piuttosto che intervenire e rischiare di vedersi sbattere la porta in faccia un’altra volta.

 

 

 

 

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