Risorse idriche in Cisgiordania

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Scheda informativa di Ewash Advocacy Task Force

L’Assemblea generale dell’Onu «riconferma il diritto inalienabile del popolo palestinese alle proprie risorse naturali, comprese terra e acqua, nei Territori palestinesi occupati».
Risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu 62/81 (2008)

Quando Israele occupò la Cisgiordania nel 1967 una serie di ordini militari assegnò le risorse idriche palestinesi esclusivamente al controllo israeliano. Ai palestinesi venne proibito lo sviluppo delle risorse idriche e delle loro infrastrutture senza permesso israeliano, così come venne proibito lo scavo di pozzi e la manutenzione di sorgenti, cisterne, reti idriche e bacini.
Nel 1982 l’allora ministro della Difesa Ariel Sharon trasferì il sistema di rifornimento idrico di tutta la Cisgiordania alla compagnia idrica nazionale israeliana, la Mekorot, per la cifra simbolica di 1 shekel israeliano.
Nel 1993, quando i palestinesi e gli israeliani firmarono l’accordo di Oslo ad interim, un’ulteriore dibattito sulle risorse idriche venne rinviato alla fase finale dei negoziati, che si sarebbero dovuti concludere nel 2000 ma che ancora non sono stati affrontati.
Gli accordi di Oslo crearono anche il Comitato idrico congiunto allo scopo di gestire le risorse idriche condivise della Cisgiordania. Sebbene tale comitato sia composto in egual misura da israeliani e palestinesi, esso garantisce a Israele l’esclusivo potere di veto sullo sviluppo di risorse idriche e infrastrutture in Cisgiordania.
Il risultato è stato il divieto di accesso, subito dai palestinesi, alla propria legittima parte di risorse idriche transfrontaliere, e   la limitazione estrema alla capacità di sviluppare le proprie risorse idriche e le infrastrutture idriche e igieniche.
Il muro, i blocchi stradali, i posti di blocco e altre «misure di sicurezza» israeliane limitano ulteriormente l’accesso all’acqua e ai punti di rifornimento delle comunità palestinesi.

Acqua di superficie
L’acqua di superficie che scorre nella Cisgiordania occupata è una via di accesso all’acqua permessa ai palestinesi. Però, dipendendo il rifornimento dalle piogge intermittenti, essa non è una fonte idrica affidabile. Allo stesso tempo l’acqua di superficie è stata contaminata da acque reflue non regolamentate.
– Ai palestinesi è stato vietato dal 1967 l’accesso al fiume Giordano, la loro principale risorsa idrica di superficie.
– Ci sono circa 400 sorgenti censite in Cisgiordania.
– 16 comunità palestinesi dipendono unicamente da sorgenti in quanto ad acqua potabile.
– Il 40% dell’inquinamento delle acque di superficie deriva dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, e da acque reflue da insediamenti illegali e da quartieri palestinesi della Gerusalemme est occupata da Israele.
– Finora la valle più inquinata è Wadi Nar (Kidron), dove 17,5 milioni di metri cubi all’anno di scoli emergono da Gerusalemme.

Acqua di falda
Le falde di montagna sono la principale risorsa idrica di falda in Cisgiordania. Circa l’80% dell’acqua che rientra nella falda, rifornendola, proviene dalla Cisgiordania.
Israele estrae quantità d’acqua di falda molto maggiori dei palestinesi. Si stima che Israele utilizzi l’88% dell’acqua di pozzo estratta dalle falde. Secondo la Banca mondiale Israele estrae continuamente acqua più del necessario dalle falde – in alcuni anni fino al 50% in più – e ciò causerà un danno a lungo termine irreversibile a queste risorse idriche condivise.
La falda di montagna è divisa in 3 parti: i bacini occidentale, orientale e nord-orientale.
Dal 1967 ai palestinesi non è stato concesso un singolo permesso di scavo di un nuovo pozzo nel bacino occidentale, il più produttivo della falda di montagna. 120 vecchi pozzi agricoli palestinesi non sono più operativi, mancando l’approvazione per riparazioni e manutenzione da parte del Comitato idrico riunito.
Diversamente dalla falda occidentale e da quella nord-orientale, la falda orientale è situata quasi completamente entro i confini della Cisgiordania (con irrilevanti sconfinamenti di flusso verso Israele). Nonostante questa localizzazione geografica Israele attualmente estrae la maggior parte delle acque da questa falda scavando profondi pozzi ai piedi delle colline e controllando tutto il percorso della sorgente fino al Mar Morto.
Continue estrazioni esagerate dai pozzi israeliani, sia dalla falda orientale che da quella occidentale, hanno causato una forte riduzione del livello idrico e svuotato alcuni pozzi e sorgenti vicine palestinesi.

Accesso limitato
Limitazioni al movimento e all’accesso dovute al muro, ai posti di blocco, alle barriere e ai blocchi stradali, oltre che da circonvallazioni, zone militari chiuse, riserve naturali  e all’Area C, hanno tagliato fuori molte comunità palestinesi dalle proprie risorse idriche.
Il muro isola oltre 20 pozzi palestinesi, 14 dei quali del governatorato di Qalqiliya, e 17 sorgenti di Betlemme.
Ne consegue che alcune comunità dipendono dall’acqua trasportata da autobotte, che costa dieci volte tanto l’acqua distribuita attraverso le reti idriche, e che non sempre è di qualità accettabile. Alcune famiglie attualmente pagano fino al 40% dei loro guadagni per l’acqua potabile. Di conseguenza, il consumo domestico in queste comunità è sceso a 20 litri a persona al giorno, ben al di sotto dei 100-150 litri che l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda per far sì che tutte le esigenze sanitarie siano soddisfatte.

La famiglia di Abu Qubeta
La famiglia di Abu Qubeta vive a Lasafer, nelle colline meridionali di Hebron, a pochi metri dall’insediamento illegale israeliano di Beit Yatir.
Le autorità israeliane permettono l’ingresso di 2 sole autobotti d’acqua alla settimana per soddisfare le necessità domestiche e agricole del 95% dei palestinesi lì residenti. A causa di queste rigide misure non c’e abbastanza acqua per la comunità, né c’è la possibilità di pulire le autobotti in deposito.
Le case del vicino insediamento sono collegate all’acqua e alle reti igieniche, e non hanno problemi di rifornimento idrico. Le condutture idriche dei coloni scorrono a soli 3 metri dalla casa della famiglia di Abu Qubeta.

Accesso all’acqua non equilibrato
Il consumo domestico palestinese è di circa 70 litri pro capite al giorno. Il consumo domestico israeliano è in media di 300 litri pro capite al giorno. Tra le comunità palestinesi e gli insediamenti illegali israeliani c’è una forte disparità.
– Nel distretto nordorientale di Tubas, in Cisgiordania, il consumo medio per i 48000 palestinesi lì residenti è di 30 litri a persona al giorno. Ma gli abitanti dell’insediamento illegale di Beka’ot, a soli 12 chilometri a sud di Tubas, consumano quotidianamente circa 401 litri.
– Circa il 52% della fornitura idrica domestica in Cisgiordania è acquistata dalla compagnia idrica israeliana Mekorot. Gli insediamenti israeliani vengono riforniti da ampie condutture ad alta pressione, mentre le città palestinesi adiacenti, molto più popolate, sono fornite da condutture dal diametro molto ridotto che limita il flusso d’acqua.
– La Mekorot riduce regolarmente la distribuzione/quantità di acqua fornita alle comunità palestinesi durante i caldi mesi estivi, quando il consumo dei coloni raddoppia.
La mancanza di accesso ad adeguati quantitativi d’acqua, necessari per il bestiame e l’agricoltura, rende i beduini, i proprietari di bestiame e i contadini particolarmente vulnerabili, limitando la produzione alimentare e lo sviluppo socioeconomico.

Raccomandazioni
– Le risorse idriche transfrontaliere andrebbero divise tra Israele e i Territori occupati palestinesi in modo equo e ragionevole, in linea con i principi accettati del diritto internazionale.
– Gli ostacoli alle risorse idriche palestinesi e allo sviluppo delle loro infrastrutture andrebbero rimossi.
– Le limitazioni di movimento e di accesso che impediscono alle comunità palestinesi di accedere ad adeguati, sicuri e abbordabili rifornimenti idrici andrebbero rimosse.

Traduzione di Stefano Di Felice

This fact sheet was produced by the EWASH Advocacy Task Force: a sub-committee of the EWASH group
(www.ewash.org), in collaboration with the WASH Cluster in the OPT. EWASH represents over 30
organisations working in water, sanitation and hygiene in the Occupied Palestinian Territory and its
members include local and international NGOs and UN Agencies.
This fact sheet is endorsed by the following organisations: Palestinian Hydrology Group (PHG); Save the
Children; Polish Humanitarian Organisation; The Centre on Housing Rights and Evictions (COHRE); Gruppo
di Volontariato Civile (G.V.C); DanChurchAid; Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP);
Asamblea de Cooperación Por la Paz (ACPP); Al Dameer; Action Against Hunger (ACF); Near East Council of
Churches-Jerusalem; Applied Research Institute of Jerusalem (ARIJ); House of Water and Environment
(HWE); Oxfam International.
This project is funded by the European Commission Humanitarian Aid department (ECHO). The views
expressed in this document do not necessarily reflect the official opinion of the European Commission.

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