Safad è la prossima

5d0f2006c784c0a3524030d024a74cb4A cura di Parallelo Palestina.

Safad è la prossima

Quando cadde Haifa, solo poche città in Palestina erano ancora libere; tra di esse Acri, Nazareth e Safad. La battaglia per la conquista di Safad cominciò alla metà di aprile e continuò fino al 1° maggio. Ciò non dipese da una resistenza tenace da parte dei palestinesi o dei volontari dell’ALA, benché si fossero impegnati più seriamente qui che in ogni altro luogo. Piuttosto, considerazioni tattiche diressero la campagna ebraica prima verso l’hinterland rurale intorno a Safad e solo dopo si mossero verso la città vera e propria.

A Safad vi erano 9500 arabi e 2400 ebrei. La maggior parte degli ebrei erano ultra-ortodossi e non provavano alcun interesse verso il sionismo, poiché erano stati lasciati soli a combattere i loro vicini arabi. Questo e la relativa gradualità con cui si sviluppò il controllo ebraico avevano forse dato agli undici membri del comitato nazionale locale l’illusione che a loro sarebbe andata meglio che agli altri centri urbani. Il comitato era un organismo abbastanza rappresentativo che includeva i notabili cittadini, gli ulema (dignitari religiosi), i mercanti, i proprietari terrieri e gli ex attivisti della Rivolta del 1936, della quale Safad era stato uno dei centri principali. Il falso senso di sicurezza era rinforzato dalla presenza relativamente alta di volontari arabi a Safad, in totale più di 400, benché solo la metà fosse armata di fucili. Le scaramucce, in città, erano cominciate all’inizio di gennaio, scatenate da un’aggressiva incursione di ricognizione da parte di alcuni membri dell’Haganà al mercato e nei quartieri arabi. Un carismatico ufficiale siriano, Ihasn Qam Ulmaz, organizzò la difesa contro i ripetuti attacchi da parte di un’unità di commando dell’Haganà, il Palmach.

All’inizio, questi attacchi del Palmach erano sporadici e inutili, poiché le loro unità concentravano le azioni sull’area rurale intorno alla città. Ma una volta terminato con i villaggi vicini a Safad (come descritto più avanti nel capitolo), il 29 aprile 1948 si poterono concentrare pienamente sulla città stessa. Sfortunatamente gli abitanti di Safad, proprio nel momento di maggior bisogno, persero l’abile Ulmaz. ll nuovo comandante dell’esercito di volontari della Galilea, Adib Shishakly (che diventerà uno dei governanti della Siria negli anni Cinquanta), lo rimpiazzò con uno dei più incompetenti ufficiali dell’ALA. Tuttavia, non è sicuro che Ulmaz avrebbe ottenuto risultati migliori, visto lo squilibrio di forze: 1000 soldati ben addestrati del Palmach di fronte a 400 volontari arabi, uno dei molti squilibri locali che mostra la falsità del mito del Davide ebreo che nel 1948 affronta il Golia arabo.

Le truppe del Palmach scacciarono la maggior parte degli abitanti, permettendo di rimanere solo a 100 persone anziane, sebbene non per molto.Il 5 giugno, Ben Gurion annoto seccamente sul suo diario: “Abraham Hanuki, da Ayelet Hashahar (un kibbutz), mi ha detto che poiché erano rimasti a Safad solo 100 anziani, li avevano espulsi in Libano”.

 

La città fantasma di Gerusalemme

L’urbicidio non risparmiò Gerusalemme, che mutò rapidamente da “città eterna”, come viene definita in un recente libro di Salim Tamari, in “città fantasma”. Le truppe ebraiche bombardarono, attaccarono e occuparono i quartieri arabi occidentali nell’aprile del 1948. Alcuni dei più ricchi ahbitanti palestinesi di queste zone benestanti se n’erano andati qualche settimana prima. Gli altri vennero espulsi dalle case che continuavano a essere la testimonianza della bellezza architettonica dei quartieri che l’élite palestinese aveva iniziato a costruire, fuori dalle mura della Città Vecchia, alla fine del XIX secolo. In anni recenti alcuni di questi capolavori hanno cominciato a scomparire: i1 fervore edilizio, l’architettonica eccentrica e l’avidità dei costruttori si sono combinati per trasformare questi eleganti quartieri residenziali in strade di mostruose villette e palazzi stravaganti per i ricchi ebrei americani che, da vecchi, tendono a trasferirsi nella città.

Le truppe britanniche si trovavano ancora in Palestina quando queste zone furono epurate e occupate, ma rimasero in disparte e non intervennero. Solo in una area, Shaykh Jarrah, il primo quartiere palestinese costruito fuori dalle mura della Città Vecchia, dove avevano il proprio domicilio le più importanti famiglie, quali gli Husayni, i Nashashibi e i Khalidi, il comando britannico locale decise di intervenire.

Le istruzioni per le forze ebraiche, nell’aprile del 1948, erano molto chiare: “occupare il quartiere e distruggere tutte le case”. L’attacco per epurare l’area iniziò il 24 aprile 1948, ma fu fermato dagli inglesi prima che potesse essere portato a termine completamente. Abbiamo un testimone oculare di quello che accadde a Shaykh Jarrah nel segretario dell’Alto Comitato arabo, Husayn Khalidi, che viveva lì: i suoi telegrammi disperati al muftì erano spesso intercettati dai servizi segreti israeliani e conservati nei loro archivi”. Khalidi racconta come le truppe del comando britannico salvarono il quartiere, tranne venti case che l’Haganà riusci a far esplodere. L’atteggiamento aggressivo tenuto lì dagli inglesi indica quanto sarebbe stato diverso il destino di molti palestinesi se le truppe britanniche fossero intervenute ovunque, come esigevano sia gli obblighi della Carta mandataria sia i termini della Risoluzione di spartizione dell’ONU.

L’inazione britannica fu, tuttavia, la regola, come evidenziano i drammatici appelli di Khalidi, nei confronti dei restanti quartieri di Gerusalemme, specialmente nella parte occidentale della città. Queste zone erano state ripetutamente bombardate fin dal 1° gennaio e qui, a differenza di Shaykh Jarrah, gli inglesi svolsero un ruolo veramente diabolico, poiché disarmarono i pochi residenti palestinesi che possedevano un’arma con la promessa di proteggerli dagli attacchi israeliani, per poi violarla immediatamente.

In uno dei suoi telegrammi all’inizio di gennaio, Husayn Khalidi riferì ad Al-Hajj Amin al Cairo come quasi ogni giorno una folla di cittadini inferociti manifestava davanti alla sua casa cercando una leadership e chiedendo aiuto. I medici tra la folla dissero a Khalidi che gli ospedali erano sovraffollati di feriti e che loro avevano esaurito i sudari per coprire i cadaveri. Vi era una totale anarchia e la popolazione si trovava in uno stato di panico.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Qualche giorno dopo i1 fallito attacco a Shaykh Jarrah, le parti nord e ovest della Gerusalemme palestinese vennero colpite da un bombardamento senza tregua con gli stessi mortai da tre pollici usati a Haifa. Solo Shu’fat tenne duro e rifiutò di arrendersi. Qatamon cadde negli ultimi giorni di aprile. Itzhak Levy, il capo dell’intelligence dell’Haganà di Gerusalemme, ricorda che: “Non appena l’epurazione di Qatamon fu terminata, cominciarono i saccheggi e i furti. Vi presero parte sia soldati che cittadini. Irruppero nelle case e portarono via mobili, abbigliamento, attrezzature elettriche e cibo”.

L’entrata della Legione Araba giordana nella guerra mutò il quadro e le epurazioni vennero fermate a metà maggio del 1948.

Alcuni giordani c’erano già da prima come volontari e il loro contributo aveva aiutato a ritardare l’avanzata ebraica, soprattutto durante l’occupazione di Qatamon, quando erano stati coinvolti in un’aspra battaglia contro le truppe ebraiche nel monastero di San Simone. Ma nonostante il loro eroico nella descrizione di Levy e dei suoi colleghi tentativo di difendere i quartieri palestinesi occidentali, furono sconfitti. In conclusione, 8 quartieri palestinesi e 39 villaggi subirono la pulizia etnica nell’area della Grande Gerusalemme con la popolazione trasferita nella parte orientale della cittaà. Oggi i villaggi sono tutti spariti, ma alcune delle più belle case di Gerusalemme esistono ancora e sono ora abitate da famiglie ebree che le occuparono subito dopo averne espulso gli abitanti, silenziose testimonianze del tragico destino dei loro antichi proprietari.

 

 

LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA di Ilan Pappe – Fazi editore – Capitolo 5

Ilan Pappé è uno dei maggiori storici del Medio Oriente. Nato ad Haifa nel 1954 da genitori ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista, si è laureato alla Hebrew University e ha conseguito il dottorato a Oxford. Nel 2005 ha sostenuto il boicottaggio (incluso quello accademico) di Israele e per questo, dopo aver insegnato per anni a Haifa, si è dovuto trasferire in Gran Bretagna, all’Università di Exeter.

 

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