“Stiamo lavorando per garantire il ritorno di 35.000 lavoratori dai Territori interni occupati”.

Quds Press. Il segretario generale della Federazione dei sindacati palestinesi, Shaher Sa’ad, ha affermato che si stanno compiendo degli enormi sforzi per garantire il ritorno di circa 35.000 lavoratori dai territori palestinesi occupati nel 1948 (Israele, ndr), dopo che le autorità di occupazione hanno negato loro la fornitura dei beni di prima necessità, in seguito a diffusione dell’epidemia del Coronavirus.

Le autorità di occupazione, in modo umiliante e degradante, hanno gettato sulla strada, presso i posti di blocco militari in Cisgiordania, diversi lavoratori palestinesi che presentavano sintomi febbrili, senza offrire loro alcun tipo di cura, per paura che potessero essere stati contagiati dal Coronavirus.

Sa’ad ha dichiarato in un’intervista a Quds Press che decine di lavoratori palestinesi sono stati ispezionati dai loro datori di lavoro israeliani e scaricati nei pressi dei posti di blocco militari, assicurando loro che avrebbero fatto ritorno alle loro case il più rapidamente possibile. Così circa 35.000 lavoratori si trovano ora all’interno dei territori palestinesi occupati nel ‘48 e ci si sta prodigando per farli rientrare dalle loro famiglie.

Il segretario ha inoltre sottolineato che, per evitare il contagio, alcuni lavoratori sono stati costretti a rimanere in officine e fattorie all’aperto e che quindi le autorità di occupazione non hanno mantenuto la parola data alle autorità palestinese circa le promesse di alloggi dignitosi, la fornitura di cure, protezioni e beni di prima necessità.

Saad, infine, ha affermato che Israele – lo stato occupante – è obbligato, in conformità con le norme del diritto internazionale, a trattare i lavoratori palestinesi in base alle regole e alle disposizioni della Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie: la potenza occupante è obbligata a garantire ai lavoratori palestinesi i medesimi diritti che sono concessi ai lavoratori israeliani, così come ai lavoratori migranti provenienti da diversi paesi del mondo in tutte le circostanze e condizioni, specialmente in situazioni di emergenza, catastrofi naturali e diffusione di epidemie.

Alla luce dei gravi e successivi sviluppi in Israele, anche il primo ministro palestinese, Muhammad Shtayyeh, ha lanciato un appello urgente a tutti i lavoratori palestinesi affinché tornino alle loro case per la propria sicurezza.

Ibrahim Milhem, il portavoce del governo palestinese, ha anche invitato i lavoratori a non recarsi nei luoghi di lavoro in tali condizioni disumane, proprio perché gli insediamenti sono diventati il focolaio dell’epidemia. Quest’ultimo ha dichiarato: “l’occupazione continua a sfruttare questa epidemia per sistemare i propri conti con il nostro popolo e per esercitare tutto il suo potere di oppressione”.

Da parte sua, il ministro degli Affari Civili, Hussein al-Sheikh, ha affermato in una nota: “I datori di lavoro in Israele hanno trattato i lavoratori palestinesi in modo non etico e disumano, mandandone indietro alcuni e scaricando quelli con sintomi febbrili sul ciglio della strada: un comportamento assolutamente immorale. Da qui l’appello del governo palestinese affinché i nostri lavoratori possano tornare immediatamente a casa per preservare le loro vite”.

Traduzione per InfoPal di Alice Bondì

 

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