Storie da Gaza: “Che cos’è una casa nuova se i miei bambini non ci sono?”

clip_image005Pchr. Verso le 19:20 di lunedì 19 novembre 2012, nel corso della più recente offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza, un aereo militare israeliano sparò un missile sull’abitazione di Fouad Khalil Hijazi, 46 anni, nel nord di Jabalya. La casa venne distrutta e Fouad e due suoi figli, Mohammed e Suahib, di 4 e di 2 anni, rimasero uccisi. Nell’attacco 28 civili, dei quali 7 inquilini dell’abitazione, furono feriti e la casa venne ridotta in macerie. La moglie di Fouad, Amna Hijazi, 46 anni, madre dei due bambini, venne estratta viva dalle macerie, per essere trasportata in gravi condizioni all’ospedale di Al Arish, in Egitto. Una fotografia scattata dal fotografo svedese Paul Hansen durante i funerali della famiglia Hijazi divenne un’immagine-simbolo dell’offensiva di novembre, e venne nominata foto World Press dell’anno2012 (http://www.worldpressphoto.org/awards/2013/spot-news/paul-hansen). Amna non era presente al funerale, venne informata degli eventi alcuni giorni dopo l’attacco quando si svegliò, all’ospedale.

Prima dell’attacco la famiglia Hijazi era formata da 10 membri: Amna, Fouad, 6 figli e 2 figlie. Tutti si trovavano in casa nel momento dell’attacco e, oltre alle 3 vittime, tutti riportarono ferite. I resti dell’abitazione furono poi rimossi, e al loro posto, nel blocco numero 8 del densamente popolato campo profughi di Jabalya, venne costruita una nuova casa. L’unico segnale che ricorda l’attacco è un cartello appeso alla porta, sul quale si legge “La casa del martire Fouad Hijazi”. Amna fu separata dal resto della famiglia per mesi, durante le cure ospedaliere in Egitto, ma ora si è stabilita nella nuova abitazione con il resto dei suoi figli sopravvissuti.

Ricordando l’accaduto, Amna racconta: “Eravamo tutti in casa a seguire i notiziari sugli attacchi dell’offensiva. I bambini più piccoli stavano giocando con le loro biciclette e noi altri seguivamo le notizie. Poi, improvvisamente, noi diventammo la notizia, e quando mi svegliai mi fu detto che mi trovarono sepolta tra le macerie vicino alle scale”.

Dopo 6 giorni in un ospedale di Al Arish, Amna fu trasferita al Salam Hospital del Cairo. Quando riprese conoscenza soffrì di perdita della memoria temporanea. “Mi svegliai nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Salam del Cairo. Non ricordavo cos’era successo, ne’ sapevo perché mi trovavo lì. Mia cugina, che mi aveva accompagnato all’ospedale, mi disse che ero caduta, ma io non ricordavo di essere caduta, e non le credetti. Non mi ricordavo che la nostra casa era stata colpita, e quando iniziai a ricevere visite cominciai a sospettare che fosse accaduto qualcosa di grave. Ma continuarono a mentirmi. Poi cominciai a collegare gli eventi, mi ricordai che Gaza era sotto attacco e che la gente moriva: cominciai a chiedere dei miei bambini più piccoli, Mosa’ab, Sohaib e Mohammed. Quando mi fu detto che mio marito e i miei 2 figli più piccoli erano morti desiderai essere morta anch’io. Erano solo bambini, stavano solo giocando”.

Amna passò 2 settimane negli ospedali egiziani, e poi ritornò a Gaza, dove la mancanza di cure adeguate fecero peggiorare le sue condizioni. Venne così costretta a lasciare nuovamente la famiglia e a ritornare a curarsi in Egitto. Oggi, per una grave ferita riportata alla testa, non è ancora capace di controllare i movimenti e non riesce a camminare bene. Ad ogni modo decise di tornare a Gaza per prendersi cura dei figli e della loro vita.

“Quando venni trasferita all’ospedale di Gaza vennero a trovarmi tutti, tranne mia figlia Nour. Quando poi la vidi a casa, distesa sulla schiena e impossibilitata a muoversi, capii che anche lei era stata ferita. Cominciai a piangere. Nour avrebbe dovuto passare altri 2 mesi a letto e un mese ulteriore senza muoversi. Il fratello gemello di Suhaib era psicologicamente traumatizzato per la perdita del fratellino, aveva difficoltà di espressione e quando iniziò a parlare di nuovo indicava continuamente la foto del padre e di Suhaib. Trovai i bambini fortemente segnati dalla mia assenza, profondamente turbati: ancora oggi non siamo riusciti a tornare alla nostra vita di prima”.

La famiglia Hijaz ha passato 3 mesi in una casa in affitto in attesa della ricostruzione della propria casa. Ricostruzione che, come spiega Amna, non può ricompensare la perdita subita: “Che cos’è una casa nuova se i miei bambini non ci sono? Cos’è un mattone senza le loro risate? Loro rendevano la casa viva, e adesso non ci sono più. Sono stati uccisi qui, sepolti dalle macerie nel posto in cui ci troviamo ora. Li ricordo ogni giorno. Durante il Ramadan ricordo come la famiglia si riuniva attorno alla tavola. Potrei capire se avessero opposto resistenza armata, ma erano solo bambini, non capivano quel che gli succedeva intorno”.

Ciò che ha maggiormente caratterizzato la più recente offensiva israeliana, durante la quale obiettivi civili sono stati spesso oggetto di attacco diretto da parte dei velivoli militari israeliani, è stata la distruzione diffusa delle proprietà. Secondo ricerche effettuate dal Pchr, 61 abitazioni civili sono state attaccate direttamente nel corso dell’offensiva. I bombardamenti hanno causato la distruzione di 126 case e di 191 condomini in cui alloggiavano 1229 persone (delle quali 710 bambini) facenti parte di 216 famiglie. Nella maggior parte dei casi le famiglie non hanno ricevuto alcun preavvertimento riguardo i bombardamenti diretti delle loro case. Le abitazioni sono state demolite con gli abitanti, civili, al loro interno.

La perdita di un’abitazione è dolorosa per tutti, ma le donne palestinesi in particolare tendono a investire tutto ciò che anno nelle loro case. Per donne come Amna, la fine dell’offensiva non ha significato la fine delle sofferenze, ma l’inizio della ricostruzione, sia delle case distrutte che delle vite a pezzi. In mancanza di un reddito adeguato, la ricostruzione di una casa è un peso finanziario estremo, soprattutto per coloro che hanno perso i familiari che li mantenevano. Le donne subiscono poi il trauma ulteriore dovuto al timore di gravi difficoltà economiche e della povertà, come conseguenza della perdita della casa e delle proprietà, e diventano dipendenti dagli aiuti, perdendo la stima di sé e il senso di indipendenza loro rimasto.

In quanto rappresentante legale della famiglia Hijazi, il Pchr si sta occupando del caso sia a livello locale che internazionale. Il 23 dicembre 2012 il Pchr ha presentato un reclamo civile all’ufficio risarcimenti dell’autorità israeliana, spiegando che l’attacco è stato sferrato contro dei semplici civili, il che è vietato dal diritto umanitario internazionale, e chiedendo un indennizzo per le vittime. Il 2 febbraio 2013 l’ufficio risarcimenti ha risposto dichiarando di aver ricevuto il reclamo e  di intendere avviare le procedure. L’8 giugno 2013 il Pchr ha ricevuto richiesta di delega originale ed altre informazioni sulla zona specifica dell’attacco. Un altro reclamo inviato tramite il procuratore militare il 10 febbraio 2013, con la richiesta di indagini penali sull’attacco e di procedimento giudiziario, non ha ad oggi avuto una risposta.

In quanto potenza occupante della Striscia di Gaza Israele deve onorare i suoi obblighi secondo i trattati sui diritti umani internazionali e secondo i patti che ha sottoscritto e ratificato. In base al diritto umanitario internazionale, in particolar modo, il principio di distinzione richiede che le parti in un conflitto debbano sempre distinguere tra civili e combattenti, e tra obiettivi civili e militari. La violazione di tale principio costituisce crimine di guerra, come stabilito, tra gli altri, dagli articoli 8(2)(b)(i) e (ii) dello Statuto del tribunale penale internazionale. In base alla gravità di tali attacchi, e al loro far parte di un progetto o di una politica specifici, tali attacchi possono anche essere considerati crimine di omicidio premeditato, infrangendo gravemente le Convenzioni di Ginevra.

Inoltre, il diritto umanitario internazionale richiede la proporzionalità di ogni attacco. Un attacco che possa causare perdite accidentali tra i civili, feriti civili, danni a obiettivi civili o una combinazione delle tre cose, è considerato eccessivo relativamente ai vantaggi militari concreti anticipati. In base al principio della prudenza, poi, il diritto umanitario internazionale di base richiede che venga presa ogni precauzione possibile per evitare, o per limitare, perdite di civili accidentali, feriti civili e danni a obiettivi civili.

Il diritto umanitario internazionale garantisce due forme di protezione per l’infanzia: la prima in quanto i bambini non sono dei combattenti e la seconda in quanto considerati un gruppo particolarmente vulnerabile durante i conflitti e gli scontri armati.

In base all’articolo 53 della Quarta convenzione di Ginevra del 1949, è vietata ogni distruzione, da parte della potenza occupante, di proprietà immobiliari o personali appartenenti individualmente o collettivamente a dei privati, o allo Stato, o ad altre autorità pubbliche, o a organizzazioni sociali o cooperative, a meno che tali distruzioni non siano considerate indispensabili ai fini delle operazioni militari. L’articolo 147 della Quarta convenzione di Ginevra stabilisce che la distruzione massiccia di tali proprietà protette, non giustificate da necessità militari, costituisce grave infrazione del diritto umanitario internazionale.

Inoltre, l’articolo 8 (2)(b)(iv) dello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale stabilisce che è crimine di guerra sferrare un attacco nella consapevolezza di causare perdite di vite accidentali, ferimento di civili, danni a obiettivi civili o danni diffusi gravi e a lungo termine all’ambiente naturale, eccessivi rispetto ai vantaggi militari concreti anticipati.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

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