Storie da Piombo Fuso: Amal al-Samouni

Gaza – Pchr. 5 gennaio 2009. Amal al-Samouni.

“Sento un dolore costante alla testa, agli occhi e alle orecchie. Ho avuto il naso che sanguinava per gli ultimi tre anni. E riesco ancora a sentire la scheggia che si muove nel mio cervello”.

Il 4 gennaio 2009 intorno alle 6:00 le forze israeliane hanno circondato la casa dove Amal a-Samouni (11 anni) e 18 membri della sua famiglia allargata si stavano rifugiando, nel quartiere Zeitoun ad est di Gaza City. I soldati israeliani hanno ordinato al proprietario della casa, il padre di Amal, Attia al-Samouni (37), di uscire con le mani alzate. Non appena Attia ha aperto la porta è stato immediatamente ucciso da spari alla testa e al petto. I soldati hanno poi cominciato a sparare proiettili dentro la casa, uccidendo il fratellino di 4 anni di Amal, Ahmad al-Samouni, e ferendo almeno quattro altre persone, di cui due erano bambini.

Durante le ore successive, i soldati hanno ordinato a oltre 100 altri membri della famiglia allargata al-Samouni di stare nella casa di Wa’el Fares Hamdi al-Samouni, lo zio di Amal. Il 5 gennaio 2009 le forze israeliane hanno bersagliato direttamente la casa e i suoi dintorni, uccidendo 21 persone e ferendone molte altre. Amal, che era all’interno, è stata ferita da una scheggia alla testa ed è rimasta sepolta sotto le macerie, giacendo tra parenti feriti, morenti o deceduti. Il 7 gennaio il personale dell’ambulanza, a cui era stato vietato di entrare nell’area prima di allora, l’ha portata all’ospedale.

Tra il 4 e iI 7 gennaio 2009, 27 membri della famiglia Samouni sono stati uccisi, inclusi 11 bambini e 6 donne, e altri 35 sono stati feriti, tra cui il fratello gemello di Amal, Abdallah.

Amal è sopravvissuta a quei 4 giorni orribili ma le sono rimaste ferite permanenti e un trauma. “In ogni istante ricordo mio fratello e mio padre, e come vennero ammazzati” dice Amal mentre ripensa agli attacchi e ai tre giorni che ha passato seppellita tra le macerie della casa di suo zio, senza cibo né acqua. Amal non ha bisogno di molte parole per esprimere quello che sente: “prima, vivevamo insieme come una famiglia felice. Ora non mi sento più felice.”
Amal non ha perso solo suo padre: anche la casa di famiglia è stata distrutta dall’esercito. “Per un anno abbiamo vissuto coi genitori di mia madre, nel quartiere Shaja’iya di Gaza. Poi abbiamo vissuto in un magazzino per un anno e mezzo. Non aveva il pavimento. C’era solo sabbia. Da sei mesi viviamo dove c’era la nostra vecchia casa. Non è grande nemmeno la metà della nostra casa precedente. Non volevo tornare al nostro quartiere a causa di quello che è successo. Neanche la mia famiglia voleva ma non avevamo scelta.” Come molti altri membri della famiglia al-Samouni, il nucleo familiare di Amal ora riceve aiuto dai parenti che vivono nel vicinato, ma fa ancora fatica a farcela economicamente. Le condizioni di vita di Amal e della sua famiglia sono in un certo senso migliorate, anche se in casa mancano ancora accessori come il frigorifero, la lavatrice, e un armadio per i vestiti dei bambini. Il padre di Amal, Attia, era un contadino. Coltivava verdura su un terreno in affitto, che forniva alla famiglia le entrate economiche.

Mentre la ricostruzione delle vite e dei mezzi di sussistenza continua nel quartiere di al-Samouni, Amal continua a lottare con le sue ferite. I pezzi di scheggia intrappolati nel cervello le causano forti dolori. “Sento un dolore costante alla testa, agli occhi e alle orecchie. Ho avuto il naso che sanguinava per gli ultimi tre anni. E riesco ancora a sentire la scheggia che si muove nel mio cervello,” dice. I dottori locali dicono che rimuovere i pezzi sarebbe troppo pericoloso, ma Amal non riesce ancora ad accettarlo. Ha il forte desiderio di andare all’estero per vedere un dottore. “Voglio essere sicura della mia situazione e voglio che un altro dottore mi veda. Voglio provare tutto il possibile per mettere fine al problema e al dolore. Altri bambini a volte possono viaggiare per divertimento. Ma il mio desiderio è serio; non viaggerò per divertimento ma per le cure mediche.”

Il dolore costante ha un impatto profondo sull’umore di Amal, sulla sua relazione con i fratelli e sul suo rendimento scolastico. “Quando sento molto dolore divento nervosa e arrabbiata.” Sua madre Zeinat (38 anni) aggiunge che “allora si arrabbia facilmente con i suoi fratelli più piccoli e li picchia. Di recente lei ed io abbiamo visitato ancora un ospedale per vedere come potrebbe essere aiutata. Il dottore le ha prescritto del tramal [un sedativo] ma non permetterò che prenda una medicina come quella.”
“Quando sono triste vado a casa di mia zia a trovare i miei cugini, o preparo i libri per la scuola,” dice Amal. “Prima della guerra ero bravissima a scuola. Ora i miei voti non sono più così buoni.” Mentre parla dei suoi voti peggiorati Amal si commuove. L’insegnante ha detto a sua madre che Amal non riesce a concentrarsi in classe. Questo semestre ha avuto l’insufficienza in due materie. “Mi fanno male gli occhi quando guardo la lavagna,” dice, molto arrabbiata. Nonostante le sue difficoltà scolastiche, Amal sa che vorrebbe studiare perché “quando sarò grande voglio diventare una pediatra e aiutare le persone ferite.”

Il PCHR ha inviato una denuncia penale alle autorità israeliane da parte della famiglia al-Samouni l’8 maggio 2009. Ad oggi, solo una risposta interlocutoria è stata ricevuta, che notificava la ricezione della denuncia. Nonostante le ripetute richieste, non sono state ricevute ulteriori informazioni.

Traduzione per InfoPal a cura di Giulia Sola

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