Storie da Piombo Fuso: la famiglia Shurrab

Gaza – Pchr. 16 gennaio 2009 – La famiglia Shurrab.

“Posso recarmi in tribunale per riavere i miei figli? No”, racconta Mohammed. “A cosa servirebbe portare davanti alla giustizia i soldati che hanno ucciso i miei figli, quando ce ne sarebbero semplicemente molti altri dopo di loro? Quando altri genitori perderanno i loro figli in questo modo? I soldati commettono questi crimini, perché sanno di godere dell’immunità”.

Il 16 gennaio 2009, le forze israeliane posizionate nella zona di al Fukhari (a sud est di Khan Younis) aprirono il fuoco contro l’auto di Mohammed Shurrab e dei suoi due figli, Kassab di 28 anni e Ibrahim di 18 anni, mentre stavano tornando a casa durante il dichiarato periodo di cessate il fuoco da parte di Israele. Mohammed fu ferito e la loro auto si schiantò; le forze israeliane ordinarono ai suoi due figli di scendere dalla macchina e subito dopo furono colpiti da spari. I soldati israeliani impedirono ai medici l’accesso alla zona, e così dopo qualche ora Kassab e Ibrahim morirono dissanguati sul posto. In quel momento non c’erano operazioni militari in corso nella zona.

Per Mohammed Shurrab (67 anni), la vita dopo la morte dei figli è stata una costante battaglia per combattere i ricordi di quel giorno. “Cerco di tenermi occupato in ogni momento. Leggo 4-5 ore al giorno. Questi libri che vedete nella mia libreria li ho letti due-tre volte ciascuno. Per il resto del mio tempo, lavoro nella mia fattoria, coltivo i campi e mi prendo cura del bestiame”, dice Mohammed indicando i due piccoli agnelli nati soltanto due ore prima. Nonostante faccia del suo meglio per distrarsi, tuttavia, Mohammed sembra rassegnato ad un’esistenza piena di ricordi. “Fino a quando non sarò sepolto continuerò a soffrire, angosciato per i miei figli”.

Mohammed è fermamente convinto e spera che quel momento arrivi prima o poi, “ogni giorno spero di unirmi ai miei figli. L’unica domanda è come lo farò. Io sono un uomo religioso e credo in Dio, per cui togliermi la vita sarebbe contro le mie convinzioni, ma credo che il meglio per me sia proprio raggiungere i miei figli. Sono in attesa della morte”.

La sua fattoria, ai margini della zona cuscinetto imposta da Israele lungo il confine di Gaza con Israele stesso, è un ottimo nascondiglio dalle immagini, dai suoni e da tutte quelle questioni che gli ricordano i suoi figli. “Ho lasciato mia moglie e le mie figlie per venire qui e vivere in pace. Mia moglie è molto malata. Quando lei inizia a pensare all’incidente, comincia ad urlare in maniera disumana, non riesce a respirare e talvolta perde conoscenza. Non posso sopportare di essere vicino a lei quando le succede così”.

Nonostante i suoi sforzi per scappare, tuttavia a Mohammed anche i minimi dettagli ricordano quella tragedia. “Questo periodo dell’anno è il più difficile. Tutto mi ricorda quel giorno. L’aria frizzante, il raccolto che cresce, il buio; tutto ciò che riguarda questo periodo dell’anno mi riporta indietro a quell’episodio”. Proprio come i genitori di molti altri che hanno perso la vita durante un attacco israeliano, Mohammed trova particolarmente doloroso essere intorno a coloro che hanno all’incirca la stessa età dei suoi figli. “Sono stato al matrimonio di uno dei miei cugini, di recente. Lui ha la stessa età che avrebbe avuto Ibrahim se fosse ancora vivo. Non riuscivo a smettere di pensare a tutte le cose che avrebbe potuto fare nella sua vita se non gli fosse stata tolta così; istruzione, matrimonio, figli… ora lui non può fare niente di tutto questo”.

Muhammad ha sofferto sia mentalmente che fisicamente per lo stress causato dal fatto di aver visto i suoi figli morire davanti ai suoi occhi. Vedendolo camminare lentamente e con attenzione intorno alla sua fattoria, i suoi disturbi fisici sono evidenti. “Ho riportato gravissimi danni al sistema nervoso, aggravati ulteriormente dallo stress”, dice Mohammed, “il mio equilibrio è ormai distrutto”.

Tirandosi su la maglietta per mostrare la cicatrice che gli corre giù per la schiena, dove ha subito un intervento chirurgico per cercare di porre rimedio ai suoi problemi neurologici, Muhammad dice che la sua capacità di combattere infezioni e malattie è peggiorata dopo l’attacco. Lo stress, di cui soffre come risultato della sua esperienza traumatica, lo ha reso incapace di dormire e per questo è costretto a prendere sonniferi per riuscire prendersi una breve pausa di 4-5 ore di sonno ogni notte prima di svegliarsi comunque molto presto ogni mattina.

Presto, gli altri figli e figlie di Mohammed saranno completamente istruiti e indipendenti. Mohammed dice che, quando arriverà questo momento, il suo lavoro sarà finito e non ci sarà più nulla a separarlo dall’Aldilà. “Nel momento in cui i miei figli diranno di non aver bisogno più di niente, ecco, questo è tutto, io avrò fatto tutto il possibile, potrò andarmene”, spiega Mohammed. “I bei tempi sono andati, e non torneranno. Non spero più in nulla”. Alla domanda su quale sia il suo più grande timore per il futuro, Mohammed risponde: “La mia paura è il futuro”.

Per quanto riguarda il raggiungimento della giustizia nel tribunale israeliano Mohammed è sprezzante: “Assolutamente no, il soldato che ha ucciso i miei figli non ha agito nel vuoto. Aveva il permesso dei suoi superiori. Per di più, i loro crimini continuano. Storie come la mia non sono casi isolati”. Qualsiasi riparazione da parte delle corti israeliane, fosse anche imminente, per Mohammed in ogni caso sarebbe irrilevante. “Posso recarmi in tribunale per riavere i miei figli? No. A cosa serve portare davanti alla giustizia i soldati che hanno ucciso i miei figli, quando ce ne saranno semplicemente molti altri dopo di loro? Quando anche altre persone perderanno i loro figli in questo modo? I soldati commettono questi crimini, perché sanno di godere dell’immunità”.

Il PCHR presentò una denuncia penale alle autorità israeliane per conto della famiglia Shurrab il 19 agosto 2009. Fino ad oggi, non è stata ricevuta alcuna risposta.

Traduzione per InfoPal a cura di Erica Celada

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