Tariq Ramadan e la Fiera del Libro di Torino.

Da www.islam-online.it

Questo intervento in merito al boicottaggio della  Fiera del Libro di Torino è stato richiesto nella prima metà del mese di febbraio da "La Stampa" a Tariq Ramadan,  per dargli modo di esprimere compiutamente le sue posizioni e rispondere alle violente accuse che gli erano state rivolte distorcendo le sue posizioni e il senso del suo appello.

Dopo un’attesa di quasi due settimane il quotidiano torinese ha proposto a Ramadan la pubblicazione di una versione pesantemente tagliata e in sostanza non consona all’articolazione del suo discorso.

Il professor Ramadan ha respinto tale riduzione e diffuso il testo integrale del suo intervento.

Basta alle strumentalizzazioni, apriamo il vero dibattito.

Da giorni e settimane i media si sono mobilitati, e talvolta scatenati, intorno alla questione del boicottaggio della Fiera del Libro di Torino che celebra Israele in occasione del suo sessantesimo anniversario. Abbiamo ascoltato di tutto, controverità, falsità e dichiarazioni che hanno seminato la confusione sui termini del dibattito e sulle rispettive posizioni. E’ importante incominciare a chiarire che cosa ho davvero detto e le posizioni che ho preso nelle ultime settimane.

Non sono stato io a lanciare l’appello al boicottaggio della Fiera e quando sono stato interpellato da un giornalista dell’agenzia ATIC, ho effettivamente appoggiato l’iniziativa affermando che questa celebrazione era inopportuna e provocatoria, che il silenzio della comunità internazionale di fronte alle sofferenze dei palestinesi era insopportabile e che non si poteva accettare qualsiasi cosa dallo stato di Israele (non ho mai detto che "non si poteva accettare niente dallo stato di Israele": è stata una cattiva traduzione dall’arabo compiuta dall’agenzia ATIC che ha riconosciuto l’errore).

Boicottare non significa assolutamente negare l’esistenza di Israele : io non nego la sua esistenza, ma mi oppongo alla politica d’occupazione e alle campagne repressive e disumane messe in atto dai vari governi israeliani. Ho combattuto e continuerò a combattere l’antisemitismo e ogni forma di razzismo, non mi stanco mai di partecipare ai circoli di riflessione su queste questioni e ai dibattiti ebraico-musulmani, ma non accetto il ricatto al quale ci sottomettono politici, intellettuali e alcuni media. Confondere la critica allo stato di Israele e alla sua politica con l’antisemitismo è un’impostura intellettualmente disonesta. E’ un’offesa alla coscienza umana e alla dignità dei palestinesi: significa mettersi ciecamente e con arroganza dalla parte dei più forti considerando che la vita dei più deboli non vale nulla e può essere sacrificata in nome del calcolo politico.

La celebrazione di uno Stato e del suo sessantesimo anniversario – a meno che non ci consideriate degli imbecilli – è un gesto eminentemente politico ed è questo che noi boicottiamo. Non si tratta di negare la libertà d’espressione o la cultura degli scrittori e degli artisti. Gli inviti che sono stati loro rivolti sono benvenuti e io stesso ho sempre partecipato a questi dibattiti (anche se è interessante interrogarsi su questa strana dimenticanza: l’assenza di inviti agli autori israeliani arabi, cristiani o musulmani: che idea hanno gli organizzatori della Fiera della composizione  della cittadinanza nella società israeliana?)

E infine è stato detto che il mio appoggio al boicottaggio aveva il valore di una fatwa ! Non contenti di aver deformato la mia posizione e le mie dichiarazioni sono andati oltre con l’intenzione di spaventare utilizzando la parola "FATWA" che ricorda la triste storia del tentativo di far tacere Salman Rushdie. A parte il fatto che io ho condannato fin dall’inizio la fatwa contro Rushdie, bisogna dire con chiarezza che il mio appoggio al boicottaggio non è assolutamente un pronunciamento religioso né un provvedimento della legge islamica. Che ignoranza, che strumentalizzazione! Essendo privi di argomenti, i miei avversari mi vogliono demonizzare: "Tariq Ramadan è antisemita e ha lanciato una fatwa!". Un’affermazione del genere è vergognosa e falsa, indegna di persone che dicono di voler rispettare la cultura e il dialogo. E su questo non voglio aggiungere altro.
Se gli organizzatori della Fiera di Torino volevano aprire un dialogo e dei veri dibattiti tra gli autori e gli scrittori israeliani, palestinesi o più apertamente ancora arabi, non avrebbero dovuto imporre un quadro che altera la natura stessa di questi incontri. E invece tutto quanto non può che essere preso per una provocazione, ragione per la quale io penso che la scelta di Israele come invitato d’onore e del quale si celebra l’anniversario nel momento in cui il popolo palestinese muore a Gaza a causa della politica israeliana è come minimo una gaffe e nei fatti un errore. Questa scelta che si definisce "culturale" riflette esattamente la posizione politica di oggi dell’Europa e dell’occidente: si celebra Israele, si continua ad attizzare la confusione tra critica politica e antisemitismo e soprattutto si tace sull’indegna sofferenza dei palestinesi. Questa scelta "culturale" fa l’eco al "silenzio politico" contribuendo a deviare la questione come sanno fare bene i ciechi sostenitori dello Stato di Israele: lanciamo dei dibattiti "culturali" e facciamo finta di non accorgerci che in questo modo giustifichiamo il "silenzio politico"! Questo uso della cultura è politico e, lo ripeto, bisogna che smettano di prenderci per degli imbecilli.

E allora, voglio porre una semplice domanda, nel momento in cui l’Iran è lo spauracchio della scena politica internazionale e il bersaglio preferito della bellicosa amministrazione Bush. Gli organizzatori della Fiera sarebbero arrivati fino al punto di invitare l’Iran affermando che si trattava di un incontro strettamente culturale e che i veri invitati sono gli autori e non lo Stato? No, è evidente. Con questo non intendiamo proporre agli organizzatori di invitare l’Iran, ma soltanto a riconoscere il carattere politico del loro invito! Noi opponiamo loro lo strumento del boicottaggio che manifesta chiaramente il rifiuto della violenza ed è – in realtà – l’accettazione del dialogo! Che altri mezzi abbiamo noi? Ho detto e ripetuto che è il nostro silenzio sulla scena internazionale una delle cause della violenza in Medio Oriente: il boicottaggio è uno degli strumenti pacifici per rompere il silenzio, eppure ecco che subito ci viene risposto con una incredibile violenza verbale e moltiplicando le menzogne. Gli intransigenti chiusi al dialogo non sono quelli che si pensa.

Ho molto apprezzato che il direttore della Fiera Ernesto Ferrero e il presidente Rolando Picchioni mi abbiano indirizzato un appello al dialogo in una lettera aperta. Noi siamo in disaccordo sul senso da dare a questa celebrazione e sulla sua portata politica. Mi viene chiesto di riconoscere la sua dimensione culturale: la mia posizione, secondo loro, equivarrebbe a impedire la libertà di espressione degli scrittori e degli autori israeliani. I due firmatari della lettera mi ricordano che io stesso sono
stato invitato alla Fiera e che dunque la mia posizione sarebbe paradossale. Effettivamente io sono stato invitato alla Fiera e ne ho apprezzato l’apertura di spirito e lo spazio del dibattito. L’ho riconosciuto e lo riconosco ancora oggi con forza e con rispetto. Ma ora voglio precisare che avrei partecipato senza alcuna esitazione a dei panels di discussione e di dibattito con autori israeliani su questioni letterarie o filosofiche o ancora, per esempio, sul senso e il diritto di criticare Israele. Sarei stato il primo a rispondere a questo invito e a incoraggiare gli autori arabi, palestinesi, cristiani e musulmani a parteciparvi. Ma una cosa è la libertà di espressione e il dibattito intellettuale in uno spazio libero (come dovrebbe essere la Fiera di Torino) e altra cosa è organizzarlo mentre si festeggia l’anniversario di uno Stato che non rispetta le risoluzioni dell’Onu, pratica gli assassini politici mirati e affama un intero popolo. Mi impegnerei con tutto il cuore in liberi dibattiti, critici e aperti, alla Fiera di Torino o altrove, ma con tutta la forza della mia intelligenza e della mia coscienza mi opporrò alla strumentalizzazione e ai silenzi politici quando alcuni festeggiano e altri muoiono in silenzio e senza dignità.
 

 

Tariq Ramadan

Professore presso l’Università di Oxford e la Erasmus University

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