Testimonianza dalla Palestina.

Riceviamo e pubblichiamo.

Cari tutti,

intanto grazie a chi si è interessato del mio viaggio. Per fortuna lo sciopero è stato sospeso ieri mattina, e l’aereo è atterrato senza problemi. Sono con una collega medico che fa parte del Comitato di Soldarietà con il popolo palestinese, di Torino, e oggi siamo andate parlare per la prosecuzione del progetto di Marda presso l’ambulatorio degli Health
Work Committees (HWC) a Beit Jala. Il direttore, Majed Nassar, che è anche il codirettore dell’AIC, avrebbe voluto incontrarci a Gerusalemme, ma non poteva, perché in quanto residente in Cisgiordania non vi può fare ingresso. Così da Gerusalemme Est, dove alloggiamo, a Beit Jala, ci ha portate il dott. Naim, ex direttore degli HWC, ora passato a dirigere un’altra ONG. A Beit Jala ci hanno fatto vedere l’ambulatorio, poi abbiamo parlato con Majed e Naim.
Ho detto loro che, perché il progetto ‘passi’ alla Regione Piemonte, è necessario il sostegno, oltre che di Rete-ECO, che c’è, anche di Physicians for Human Rights (PHR). ‘Nessun problema’, risponde Majed, ‘a che loro ci sostengano. Ma lavorare con noi non
possono, perché agli israeliani è ora vietato recarsi in tutta la Cisgiordania’. Naim ha la carta blu dei residenti a Gerusalemme, ed è medico. Pure così, per arrivare a Beit Jala non ha potuto prendere la strada principale, riservata ad israeliani e coloni, ma ha dovuto prendere una deviazione secondaria. ‘E’, procede Majed, ‘Naim non puo’ darmi
un passaggio, con le nuove regole, in Cisgiordania, altrimenti finisce in prigione’. Per Naim, palestinese di Gerusalemme, valgono alcune delle regole che valgono per gli israeliani – non quelle che gli permetterebbero il passaggio per le strade migliori, ma quelle che gli vietano di dare un passaggio agli amici, sì. Queste regole non erano in vigore, a
febbraio. Ogni volta che si va la situazione peggiora. Abbiamo invitato uno degli HWC in Italia, per un giro di conferenze. Majed sarebbe adattissimo, e gliel’ho
detto. Ha ringraziato, ma sono 6 anni che non ha il permesso di uscire da Israele: ha avuto l’ultimo diniego alcuni mesi fa. Naim invece può uscire, ma solo dall’aeroporto Ben Gurion – non dalla Giordania.
Santa, la mia amica del Comitato, ha voluto vedere Betlemme e un campo profughi. A Betlemme, 4 negozi su 5, se non di più, erano sbarrati – chiusi per mancanza di turisti, non perché oggi è venerdi’.
Naim ci ha accompagnate alla basilica della Natività, spiegandoci che di campi profughi a Betlemme ce ne sono tre. L’anno scorso avevo visto il più piccolo.
Oggi Naim ci ha accompagnate a quello di Dehishe, che ha 12-13.000 abitanti, e lasciandoci alle cure di un’infermiera di sala operatoria degli HWC e di un ragazzo del campo. Anche l’infermiera, Mariam, è nata lì. Poi Mariam ci ha ospitate a casa sua, mentre
arrivava il marito da Gerusalemme, che ci ha riportate lì. Il marito ha la carta blu dei residenti a Gerusalemme, lei invece sta a Betlemme, ‘per cui’ non gli puo’ far visita (la famiglia di lui sta nel campo profughi di Shufat). Il marito puo far visita a lei –
chissà se dura, penso io, magari gli israeliani sono capaci di interrompere anche questo.
Ho chiesto a Naim e al marito di Mariam cosa pensano delle prospettive. Ambedue sono pessimisti, credono che ci sarà uno stallo. Il ragazzo nel campo profughi
– disoccupato, come 6 su 10 degli abitanti del medesimo – pensa che ci sarà un’altra intifada. Dice che prima di Oslo, i palestinesi avevano l’88,5% della Cisgiordania, ora il 25% – il resto è stato confiscato. Dice che Sharon aveva promesso, ‘se
fossero stati bravi’, di dar loro il 40%. Il marito di Mariam la pensa nello stesso modo: dice che la colpa è di Arafat, che ha tradito il suo popolo. Tutti costoro fanno riferimento alla sinistra palestinese: il ragazzo del campo dice che i palestinesi hanno votato in buona parte Hamas per protestare contro la corruzione di Fatah (quel che diceva dei ‘guadagni di
Oslo’ per chi aveva preso parte al ‘processo di pace’, e dell’assenza di benefici per le classi più povere, ricordava stranamente quel che diceva Smadar per l’ambito israeliano)
Riportandoci a Gerusalemme, e passando per i posti di blocco, il marito di Mariam (laureato in psicologia della comunicazione d’impresa negli Stati Uniti, ma che in Israele ha potuto trovar lavoro solo come autotrasportatore) diceva: ‘Ecco i guadagni di Oslo.
Prima non c’erano i posti di blocco, ora ce ne sono centinaia. E Abu Mazen è peggiore di Arafat’ (di cui aveva detto tutto il male possibile, accusandolo sostanzialmente di aver fatto gli interessi di Israele, non dei palestinesi): ‘lui la Palestina la venderebbe tutta intera.

(…) Probabilmente tutti questi sforzi servono a nulla,
come il progetto Marda. Ma intanto s’ha da fare, per
cui si tira avanti

ciao

           Paola

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