‘The Palestine papers e i negoziati’

di Tareq Ahmed Hammud

al-Jazeera. The Palestine Papers“, i documenti rivelati da al-Jazeera hanno avuto, per i palestinesi, l'effetto di una bomba, una sorta di WikiLeaks palestinese insomma.

Da quelle rivelazioni, il popolo palestinese si è posto numerose domande alle quali è riuscito a fornire soltanto risposte univoche.

I palestinesi si sono resi conto di essere stati intrappolati in un quadro negoziale da parte dei dirigenti dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), i quali continuano a negare ogni responsabilità tra quelle trapelate dalle rivelazioni.

Da “The Palestine Papers” emerge che l'establishment di Ramallah è stato responsabile di aver fatto ad Israele concessioni inaudite rispetto ai principi che per il popolo palestinese sono sempre stati indiscutibili. Ad esempio, quella dell'irrinunciabilità del diritto al ritorno che qui ripercorreremo alla luce dei fatti recenti.

Dai documenti spunta anche un consenso “palestinese” ad uno scambio territoriale diverso da quello delle frontiere del '67, mentre, il giorno dopo la pubblicizzazione di questi documenti, qualcuno sostiene che il mondo arabo ne fosse a conoscenza.

Insomma, “The Palestine Papers” potrebbero essere la prova che vi sia stato il tentativo di infangare i diritti inalienabili del popolo palestinese.

Ma non dovrebbe essere forse proprio il popolo palestinese la parte deputata a condurre e a monitorare passo dopo passo il corso degli eventi negoziali che li riguardano? Oppure qui si sta parlando degli indiani d'America, popolazione da allontanare fino all'estinzione?

Seconda domanda: da dove arrivano i negoziatori palestinesi? Cosa ne è, alla luce di questi eventi negoziali, del ruolo di rappresentanza dei profughi e di tutte quelle realtà democraticamente elette e riconosciute dal popolo? Se si considerano i milioni di profughi, l'oppressione, i vincoli legali entro i quali sono intrappolati e, soprattutto, il succedersi di generazioni di rifugiati palestinesi, allora la questione che emerge da “The Palestine Papers” assume particolare gravità.

Non si fa mistero del fatto che tra i rifugiati siano sempre esistiti molti dubbi sull'operato dell'Anp, per lo meno rispetto alla difesa della propria causa – quella del ritorno in Palestina.

Ogni volta che assistevano a processi negoziali, i rifugiati palestinesi li hanno seguiti con apprensione, pagina dopo pagina, ed è come se nel tempo avessero ingerito piccoli bocconi amari fino ad essere stati “soffocati” dalle esaustive rivelazioni di “The Palestine Papers”.

L'ennesimo shock per i profughi palestinesi è stato l'aver appreso che in questa sede – quella dei colloqui con Israele nell'ultimo decennio – i negoziatori palestinesi non abbiano mai affrontato la loro questione per trovare una genuina soluzione. Al contrario, essi avrebbero cercato di includerla in una “soluzione finale”, non affrontandola mai come di dovere, ma chiudendo per sempre la porta alla legittimità del diritto al ritorno.

Nel 1989, a Londra, avevamo incontrato Hani al-Hassan, ex ministro dell'Interno e membro del comitato centrale di Fatah fino al 2007, quando fu mandato via proprio da 'Abbas, a causa di alcune dichiarazioni rilasciate ad al-Jazeera, sebbene i tentativi di sostituirlo precedevano quell'episodio, senza mai avere successo per l'opposizione del presidente 'Arafat.

“Perché mai si era combattuto contro Israele per 20 anni”, gli era stato chiesto. Fu allora che la sua risposta aprì un lungo capitolo della storia dei negoziati.

Secondo al-Hassan, proprio mentre si stava per raggiungere la pace, a poco meno di un anno da Oslo, Abu Mazen (Mahmoud 'Abbas) si accordò in segretezza con Yossi Beilin. I due decisero che il conflitto israelo-palestinese sarebbe dovuto finalmente giungere ad una fine, ma qui, la questione dei rifugiati e il diritto al ritorno furono piegati alla visione di Israele.

I due leader accolsero l'idea di una certa compensazione e introdussero il criterio di “reinserimento” (quasi si stesse abbandonando il termine “ritorno” per adottarne uno più vago, ndr). Questo reinserimento avrebbe riguardato altri Paesi (esterni alla Palestina storica) e previa formazione di un Comitato internazionale per i profughi palestinesi. Proprio in quella sede, l'Organizzazione di liberazione della Palestina (Olp) si sarebbe impegnata a non chiedere nient'altro per i profughi, e a collocare nel quadro di questi accordi ogni impegno per la soluzione allo storico e ultra-decennale problema dei profughi palestinesi.

Oggi questi documenti vengono fuori, ma chi si era impegnato a siglargli, forse, ignorava il fatto che il problema della diaspora palestinese non si sarebbe potuto risolvere tramite la mera sottoscrizione di un documento.

Poi arriva Bill Clinton; nel 2000 farà da mediatore tra israeliani e palestinesi e il presidente americano sembra essere intenzionato a raggiungere una soluzione finale. Tuttavia, il suo punto di partenza restano i contenuti di precedenti accordi e le intese tra 'Abbas e Beilin. In quei mesi, si susseguirono altre proposte, tutte molto pericolose per la sorte dei rifugiati, la più rischiosa delle quali fu quella del 2003, firmata da Yasser 'Abdo Rabbo. Si trattava di un'iniziativa di pace conosciuta come “Accordi  Ginevra” firmati in una località del Mar Morto.

A questi accordi diedero il consenso tutti i vertici dell'Anp e dell'Olp.

In essi si disponeva il mantenimento dello status di rifugiato nel Paese di residenza (ospitante) e di Stati terzi mentre Israele s'impegnava al ritorno di un numero “simbolico” di rifugiati palestinesi, arrogandosi il diritto a dare un'interpretazione funzionale ai propri interessi coloniali in Palestina.

Intanto, milioni di dollari venivano investiti dall'Anp per la propaganda di questi accordi dati ad intendere come un processo “permanente”.

Da parte sua, 'Abbas s'impegnava a rilasciare dichiarazioni di diversa natura e utilizzando linguaggi differenti a seconda che la stampa fosse stata internazionale o israeliana.

Tuttavia, il suo discorso alla Tv israeliana, il 18 febbraio 2010, in cui dichiarava che pur di ottenere uno Stato palestinese entro i confini occupati da Israele '67, sarebbe stato disposto a rinunciare ad “alcuni diritti dei palestinesi”, fu inequivocabile e di fronte alle sue dichiarazioni, oggi i documenti di al-Jazeera assumono un tono di moderazione e discrezione, indicando tuttavia particolari che combaciano con gli Accordi di Ginevra.

Nel 2009, Obama considererà quegli accordi come una base accettabile per riprendere i colloqui tra israeliani e palestinesi.

Sin dal 1948, la situazione palestinese non ha mai subito un degrado morale interno dei livelli contemporanei. La questione del ritorno resta la priorità nella lotta nazionale palestinese: gran parte di campi profughi e delle loro viuzze all'interno come fuori della Palestina storica portano il nome dei villaggi palestinesi occupati da Israele nel 1948.

La gravità della situazione attuale è conseguenza del tentativo di modellare lo status dei rifugiati palestinesi su quegli accordi al fine di presentarlo sulla scena internazionale in una nuova versione, quella dell'invalidità storica del diritto al ritorno degli oltre 5 milioni di profughi palestinesi.

Senza dubbio, la presunta malafede con cui hanno agito i negoziatori, mai sarebbe potuta essere decisiva di fronte alla volontà popolare.

Resta però che il popolo palestinese sia stato scosso dal caso e continui ad essere sconcertato di fronte alla reiterata resistenza dei negoziatori palestinesi decisi a negare la propria responsabilità.

Fonte: http://www.aljazeera.net/NR/exeres/C12C4759-2B23-48C0-80A9-B66499037F5D.htm

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