Tutto ciò che si prende al mare, il mare poi se lo riprende

clip_image002Gaza – Pchr. Majed Fadel Hassan Baker, 53 anni, è un pescatore della Striscia di Gaza da quando aveva 10 anni, ed è pertanto un testimone diretto del brusco declino dell’industria ittica di Gaza degli ultimi anni. La sua pelle, segnata dalle intemperie, dimostra i lunghi anni passati all’aperto.

Fare il pescatore nella Striscia di Gaza è una delle professioni più pericolose al mondo: non per condizioni atmosferiche avverse o per grandi profondità marine. Il pericolo maggiore consiste nelle cannoniere israeliane.

Il blocco della Striscia di Gaza è in corso dai primi anni Novanta, ma si è aggravato considerevolmente dal 2007, e i pescatori di Gaza, nella strenua lotta per la sopravvivenza delle loro famiglie nel trambusto economico dovuto al blocco israeliano, vengono spesso attaccati, molestati, e sono soggetti ad atti di violenza e vandalismo casuate contro le loro imbarcazioni. Anche la prigionia li preoccupa, pur se attenti ai limiti per la pesca decisi da Israele. I militari israeliani sono soliti distruggere le loro imbarcazioni, e, in questo modo, distruggono le loro famiglie, strettamente dipendenti, nel loro sostentamento, dalla pesca in quanto unica fonte di reddito.

Dopo l’offensiva israeliana del novembre 2012, denominata in codice Colonna di nuvole, uno dei termini del cessate il fuoco stabilito dall’Egitto riguardava l’estensione dei limiti per la pesca dalle 3 alle 6 miglia nautiche. Ma nel marzo 2013 Israele ha riportato il limite alle 3 miglia, e, incurante dei limiti stabiliti, continua ad attaccare i pescherecci con il pretesto che si trovano troppo vicini al limite consentito. “Se ti avvicini troppo al limite, ti sparano”, spiega Majed. A volte anche i pescherecci più evidentemente all’interno del limite vengono attaccati. Costretti dalla questione dei limiti fluttuanti, i pescatori rischiano quotidianamente di essere feriti, o uccisi, per poter sopravvivere.

Nell’ottobre 2012 Majed perse la sua imbarcazione mentre si trovava a pesca, in mare aperto. “È difficile trovare del pesce all’interno dei limiti. Il pesce si avvicina alla costa solo quando deve deporre le uova. Prima del blocco si poteva pescare entro le 12 miglia nautiche, e ogni giorno si ottenevano tra i 30 e i 50 chili di pescato. Ora con ciò che pesco non riesco a coprire le spese di carburante per il generatore o a pagare le spese di manutenzione dei pannelli solari. La maggior parte del mio equipaggiamento è adatto alla pesca di altura: entro le 3 miglia è inadatto e inutile”.

“Lo scorso ottobre stavo pescando con due dei miei figli, entro il limite imposto. Senza preavviso venimmo attaccati dalle cannoniere israeliane. Colpirono e distrussero il generatore, dopo di che ci dissero che avevamo oltrepassato il limite”. Majed sottolinea invece che loro si trovavano all’interno del limite, e che le forze israeliane hanno sferrato l’attacco senza alcun preavvertimento.

L’aggressione a Majed e al suo equipaggio non è terminata con la distruzione del motore: “I militari ci hanno fatto spogliare, chiedendoci di raggiungere a nuoto la loro cannoniera. Ci hanno quindi legato polsi e caviglie, ci hanno bendati e legati all’imbarcazione”. Dopo di che sono stati portati in Israele, il peschereccio a rimorchio della cannoniera. Dopo diverse ore di detenzione l’equipaggio è stato rilasciato al posto di blocco di Beit Hanoun (Eretz), da dove ha potuto rientrare nella Striscia di Gaza.

“Ora mi chiedono di pagare le spese di trasporto della mia barca a Gaza. Ho già un debito di 5000 dollari per i pannelli solari e il motore (molti pescatori a Gaza utilizzano i pannelli solari, per accumulare energia durante il giorno e illuminare il mare di notte, nella speranza di attrarre i pesci). Se non pago per avere indietro la barca me ne dovrò comprare un’altra. Ma non ho denaro, come faccio a pagare? Mi rifiuto di pagare. Sono loro ad aver causato i danni. Sono loro che ci hanno sparato senza preavviso e hanno preso la mia barca. Perché dovrei pagare io per ciò che hanno fatto? Non hanno diritto di chiedere dei soldi”.

Comprare una barca nuova o riavere la barca indietro e riparare il motore verrebbe a costare la stessa cifra. In ogni caso, Majed non può permettersi nessuna scelta. “C’è un detto, a Gaza: ‘Tutto ciò che si prende al mare, il mare poi se lo riprende’. L’unica possibilità che ora ho di guadagnare del denaro è se un amico mi permette di pescare con lui sulla sua barca: ma, dato che entro i limiti imposti di pesce se ne trova poco, ciò non basterebbe. Devo pensare al sostentamento di 14 persone della mia famiglia. Come farò”?

Dall’aprile 2012 al febbraio 2013 il Pchr ha documentato 7 casi di tentato addebito, da parte dei funzionari israeliani, ai pescatori, dei costi di trasporto delle loro imbarcazioni confiscate verso Gaza. L’8 ottobre 2013, un giorno dopo l’incidente, il Pchr ha sporto diversi reclami contro questa forma di estorsione, richiedendo indagini serie e la restituzione dei pescherecci. A questi reclami è stato risposto che i funzionari israeliani stanno attuando indagini serie. Lo scorso maggio il Pchr ha ricevuto una risposta dalla procura israeliana nella quale si afferma che Israele è disponibile a restituire le 7 imbarcazioni, compresa quella di Majed.

Le condizioni richiedono che il proprietario firmi una dichiarazione in cui si impegna a non superare i limiti stabiliti per la pesca. Si dichiara inoltre che il trasporto verrà affidato a una compagnia terza, così le spese devono essere affrontate dai pescatori stessi. Le barche, inoltre, verranno restituite così com’erano al momento della confisca, ma senza il motore, poiché Israele impone il limite di 25 cavalli di potenza, e una potenza superiore è considerata illegale. Al momento tutti i pescatori hanno rifiutato tali condizioni, in quanto le spese di trasporto sommate alle spese per un nuovo motore ammontano in genere a un prezzo superiore a quello di una barca nuova.

Chiediamo a Majed come si sia sentito dopo l’incidente: i suoi occhi si inumidiscono. “Ero… sono depresso. La pesca è la mia vita, non so fare altro. Non ho un’istruzione né altre conoscenze. Pesco dall’età di 10 anni. Ora sono povero, non riesco a trovare un altro lavoro. Se il blocco continua e se Israele continua ad agire in maniera così aggressiva, per me non c’è futuro, e non ce ne sarà per l’industria ittica di Gaza. Vorrei chiedere a Israele: ‘Perché la Palestina? Rivogliamo la nostra libertà e la nostra dignità. Perché ci impedite di fare ciò che amiamo”?

Majed spiega che la trappola di povertà in cui si trovano i pescatori riflette un’assenza di prospettive per le nuove generazioni: “Non c’è pesce a sufficienza e non abbiamo denaro per pagare degli operai, così dobbiamo ritirare i nostri figli da scuola affinché ci aiutino a pescare un po’ di più. Ciò vuol dire che è loro preclusa un’istruzione, e che da grandi non troveranno un buon lavoro”.

Gli attacchi israeliani contro i pescatori della Striscia di Gaza, che non costituiscono una minaccia per la sicurezza delle forze navali israeliane, costituiscono un’evidente violazione del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani. La zona preclusa alla pesca, mantenuta per mezzo di attacchi e arresti arbitrari, costituisce strumento di punizione collettiva, proibito dall’articolo 33 della Quarta convenzione di Ginevra. Il diritto al lavoro in condizioni giuste e favorevoli è garantito dall’articolo 23 della Dichiarazione universale dei diritti umani e dagli articoli 6 e 7 del Patto sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr). Inoltre, l’articolo 11 dell’Icescr riconosce “il diritto di ognuno a un adeguato standard di vita per se stesso e per la sua famiglia, che comprenda cibo, vestiario e abitazione adeguati, e il continuo miglioramento delle condizioni di vita”.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

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