Un cristiano candidato nella lista di Hamas

Hamas ha vinto la corsa elettorale per la formazione del nuovo
Parlamento palestinese ottenendo 76 seggi su 132, quindi oltre del 50%
dei voti. E questo nonostante le pressioni statunitensi ed europee sulla
popolazione palestinese affinché si tenesse alla larga dal partito
della resistenza islamica. Partito che in Occidente suscita grandi
preoccupazioni, ma che, evidentemente, nei Territori palestinesi gode
della simpatia di molti. Anche fra i cristiani. E questo, i mezzi di
informazione occidentali non lo raccontano, limitandosi (si fa per
dire), a rimbalzare da una testata all’altra la linea
statunitense-israeliana.  

 

Questa vittoria, salutata da tanti studiosi con simpatia (per il suo
valore politico-sociale, non religioso), è sintomo di un profondo
desiderio di cambiamento, di giustizia, di correttezza nella gestione
della politica e degli affari pubblici – finora in mano a uomini e
apparati corrotti e inaffidabili, troppo sensibili ai diktat occidentali
e israeliani.  

E’ una vittoria che va analizzata, appunto, dalla prospettiva politica
e sociale, e non da quello religioso, come spiega Hosam al-Taweel,
40
anni, candidato cristiano
indipendente in Hamas per l’area di Gaza, nell’intervista apparsa il
25 gennaio su www.aljazeera.net
a firma di Motasem Dalloul. Taweel, il 26, ha conquistato il suo seggio.

Come descriverebbe le
sue relazioni con Hamas?
  

Sono ansioso di
raccontare la verità su questo punto, che ha creato dei problemi senza
volerlo. Ho discusso il mio programma elettorale, denominato
“Addressing Minds” (Indirizzare le coscienze), con tutti i partiti
palestinesi nazionali e islamici e ho ottenuto il loro appoggio.

Il mio programma non è
specifico per i cristiani, ma è disegnato per tutti i palestinesi.

Ciò che abbiamo
in comune è mantenere viva la lotta nazionale palestinese per i diritti
e le libertà.

Stiamo combattendo per
il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, e contro la corruzione
nel governo palestinese.

Lo slogan della mia
campagna è: unità-ritorno-giustizia-indipendenza.

Noi tutti – cristiani
e musulmani – siamo uniti per una Palestina libera. I nostri antenati
combatterono con il leader musulmano, Salah al-Din, contro i crociati.

Noi condividiamo anche
una comune sofferenza a causa dell’occupazione israeliana. Ognuno di
noi ha rispetto delle credenze religiose dell’altro.  

Qual è l’opinione
della Chiesa riguardo alla sua corsa elettorale nella lista di Hamas?
  

Ho affermato di essere
un cristiano (greco-ortodosso) e di nutrire una grande lealtà nei
confronti della mia “cristianità”: sono fiero di ciò. Ma,
qui, stiamo parlando di questioni politiche. Io posso ottenere il
sostegno di tutti i partiti palestinesi come l’ho avuto da Hamas.

Questo non disturba la
Chiesa. Io non faccio discorsi differenti – uno per i musulmani e
l’altro per i cristiani. Ho soltanto una parola per tutti i
palestinesi, tutti insieme.

Io dico loro: andiamo
uniti alle elezioni del Parlamento per mettere in pratica la democrazia
e dire la nostra scegliendo la gente giusta al posto giusto.

Allora, saremo in grado
di risolvere i nostri problemi, di cambiare la nostra realtà e di
creare un futuro di speranze per tutti i palestinesi.  

La Chiesa la sostiene
più di altri candidati cristiani?
  

No, ha una posizione
neutra verso tutti.  

Come vede la
resistenza palestinese?
  

Tutti i popoli sotto
occupazione devono lottare per liberare le proprie terre. Liberare la
propria terra occupata è un diritto legittimato a livello
internazionale.

Dico solo ai palestinesi
di usare questo diritto sotto l’ombrello dell’ONU, tuttavia loro
hanno il diritto di decidere come, quando e dove resistere
all’occupazione al fine di ottenere i fondamentali benefìci
politici della loro resistenza.  

E gli attentati?  

Francamente sono
contrario al coinvolgimento di civili in entrambe le parti del
conflitto.

Ma anche gli israeliani
non devono coinvolgere i civili, che è ciò che hanno fatto
quando un F-16 ha colpito la casa dello Shaikh Salah Shehadi e ha ucciso
circa 18 civili – donne e bambini compresi. E loro la chiamano
“operazione sicurezza”. Ma quando i palestinesi eseguono
un’operazione in cui i civili sono feriti o uccisi, loro parlano di
“atto terroristico”. Io preferisco che entrambe le parti lascino in
pace i civili.  

Lei crede che i piani di pace – come gli
accordi di Oslo del 1993 -, firmati tra gli israeliani e l’OLP,
funzionino?
 

Io credo certamente in
una pace giusta ed equa che sia costruita sul concetto di giustizia e
libertà.

Ma gli accordi di Oslo
sono troppo vecchi e resi nulli nel passato. Se noi guardiamo alle
attuali tendenze, il nuovo partito israeliano, Kadima, sta chiedendo che
il “muro di discriminazione” sia riconosciuto come confine ufficiale
e la Gerusalemme unita come capitale d’Israele.

Loro cercano anche di
cancellare il diritto al ritorno di migliaia di rifugiati palestinesi e
dicono basta al ritiro dalla West Bank e da Gerusalemme.

Tutte queste posizioni
assicurano la distruzione di ogni iniziativa di pace e dello stesso
processo.

Io consiglio ai
palestinesi di impegnarsi per delineare un comune programma politico
nazionale per poter lottare in piena lealtà reciproca per questo
obiettivo.  

Perché le elezioni
sono state postposte parecchie volte nelle ultime settimane?  

Io ero contro il
postporre le elezioni. Esse sono diventate il modo migliore, per i
palestinesi, per dare voce alle loro comuni istanze nazionali. Tutti
loro cercano una possibilità di cambiamento alla realtà attuale e per
costruirne una migliore.

Semplicemente alcuni,
nella comunità internazionale, hanno paura di un nuovo governo
palestinese che comprenda tutti
i colori – tutte le fazioni e gli schieramenti. 

(…)

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