Un movimento femminista intersettoriale deve dare la priorità alla decolonizzazione

Mondoweiss.net. Tamam Abusalama. Sono nata nel campo profughi di Jabalia, il più grande della Striscia di Gaza. È il campo in cui si è manifestata la maggior parte della disobbedienza civile e dell’intifada. Come donna ritengo di avere avuto la fortuna dalla mia parte quando, all’età di due anni, la mia famiglia ha deciso di trasferirsi in città. Ma mi considero e identifico come una donna del campo perché lo spirito del campo, caratterizzato da resilienza, forza e determinazione, è radicato nella mia personalità.

Campo profughi di Jabalia: 176.268 persone “per lo più identificate come profughi” vivono in un’area di 1,4 km², rendendolo uno dei luoghi più densamente popolati al mondo. Queste caratteristiche uniche sono conseguenza dell’occupazione. Le persone nel campo profughi di Jabalia e in altre aree di Gaza vivono a stretto contatto tra di loro e questo ha portato unità sociale tra i gazawi, ma in un certo senso ha anche allontanato il rispetto dell’individualità di una persona e trasformato la nostra in una società più conservatrice.

Ci si potrebbe chiedere il motivo per cui ora sto condividendo queste informazioni con voi. Come donna cresciuta a Gaza, riconosco e considero che le lotte che ho affrontato a causa del mio genere sono semplicemente una conseguenza della colonizzazione delle nostre terre palestinesi che ci ha costretto a trascorrere le nostre vite vivendo in campi senza i diritti fondamentali, ma solo con gli sforzi per rimanere saldi e conservare la speranza di tornare un giorno nelle nostre terre occupate.

Ricordo le notti in cui mia nonna ci raccontava come vivevano pacificamente nella loro piccola casa nel villaggio di Beit Jirja, attualmente occupato. Era solita raccontare come uomini e donne del villaggio si riunivano per andare nei loro campi per piantare ulivi, per l’acqua e la raccolta. Inoltre, i loro matrimoni erano molto più belli dei matrimoni di oggi, dove uomini e donne si mettevano in fila tenendosi per mano e ballavano la dabke cantando. L’organizzazione sociale della Palestina è andata drammaticamente cambiando da quando Israele ha deciso di istituire il suo stato sulle nostre terre.

Per le continue violazioni dei diritti umani da parte di Israele, i costanti lanci di massicci attacchi militari contro i palestinesi e l’imposizione dell’assedio a Gaza, che l’ha resa la più grande prigione a cielo aperto del mondo, la società palestinese si è trasformata in una società dalla mentalità chiusa e patriarcale. E’ dunque importante tenere a mente come la politica di colonizzazione di Israele e il suo impatto sulla redistribuzione del potere ha influenzato le definizioni di sé e le interazioni sociali tra uomini e donne palestinesi.

“AGORA” – European Women’s Lobby Feminist summer camp 2018

Recentemente ho partecipato a un campo estivo femminista “AGORA” organizzato dalla Women’s Lobby (EWL) a Bruxelles. Ero decisamente eccitata e fortunata nell’essere circondata da femministe intersettoriali provenienti da tutta Europa. Tuttavia, essere l’unica partecipante palestinese al campo mi ha dato la responsabilità di affrontare questioni che per lo più il movimento femminista in Occidente trascura o alle quali non presta abbastanza attenzione. Durante un’attività di gruppo ci è stato chiesto di pensare a come vogliamo che sia il movimento femminista in Europa. La prima necessità che mi è venuta in mente è che deve essere post-coloniale e dunque de-coloniale.

Alcune delle partecipanti non hanno capito che cosa questo significa. Spiegando semplicemente, il femminismo mainstream è riduttivo nella sua considerazione delle lotte delle donne di paesi un tempo o attualmente colonizzati. Si crede che il movimento sia una resistenza esclusivamente contro l’oppressione sessista. Con questo, così, si chiudono gli occhi ed escludono altri principali fattori coloniali e imperiali che svolgono un ruolo enorme nelle difficoltà che incontrano le donne di colore o le donne del “Terzo Mondo”.

Se Israele non avesse deciso di istituire il suo stato sulle terre palestinesi, i palestinesi, indipendentemente dal genere, avrebbero continuato a godersi la loro vita semplice. Le donne palestinesi non dovrebbero affrontare l’oggettivazione dei loro corpi usati in molte sfere come campo di battaglia. Per esempio, durante l’interrogatorio nelle carceri israeliane. Molte prigioniere palestinesi non dovrebbero subire molestie sessuali e sfruttamento da parte di chi le interroga. I corpi femminili non sarebbero usati come strumento di pressione durante il periodo di interrogatorio dei prigionieri politici maschi. Le donne incinte non sarebbero passate attraverso l’umiliazione del parto ai posti di blocco. Le madri non dovrebbero piangere i loro figli, marito, amici e parenti. Mia nonna non si sarebbe dovuta scontrare nella prima intifada con un soldato israeliano che le aveva impedito di visitare il marito malato.

Mia madre non avrebbe dovuto dare alla luce tre dei miei fratelli mentre mio padre era nelle carceri israeliane. Mia sorella Shahd non sarebbe stata privata dell’allattamento al seno dopo che l’esercito israeliano ha attaccato la nostra casa nel 1991 per arrestare papà. Il dispiacere della mamma mise fine alla sua lattazione. Io stessa non dovrei cercare asilo in un altro paese a causa della colonizzazione dei coloni che ha prodotto un’organizzazione patriarcale malata nella mia società, ha rubato le nostre risorse e ci ha privato dei nostri diritti fondamentali. I palestinesi non dovrebbero passare attraverso il processo di guarigione dei traumi intergenerazionali. Potrei andare avanti all’infinito ad elencare.

Un movimento femminista inclusivo e intersettoriale dovrebbe affrontare le lotte delle donne in contesti differenti. Dovrebbe anche riconoscere che ci sono enormi divari tra i privilegi delle donne in Occidente e in Oriente. Non dovrebbe ignorare gli impatti duraturi della colonizzazione sulle donne dei paesi colonizzati. Dovrebbe capire che un movimento inclusivo non avrà mai successo senza il riconoscimento dei principali elementi coloniali, imperiali e capitalisti, che plasmano in modo diverso le esperienze delle donne. C’è speranza, ma dobbiamo continuare a fare appello sempre per un movimento femminista diversificato, inclusivo, decoloniale e intersettoriale.

Tamam Abusalamaè una blogger palestinese e studentessa di giornalismo che sta per specializzarsi in Studi di comunicazione con particolare attenzione ai nuovi media e alla società in Europa presso l’università di Vrije a Bruxelles. E’ originaria di Beit Jirja-Palestina.

Il suo blog: http://palestineistamam.wordpress.com/

e tweets: @ TamamAbusalama

Traduzione per Invictapalestina.org di Simonetta Lambertini.

Fonte: https://mondoweiss.net/2018/09/intersectional-prioritize-decolonization/

 

FOTO – La nonna dell’autrice durante la prima intifada si scontra con un soldato israeliano che le ha impedito di visitare il marito malato.

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