Un report di B’Tselem denuncia l’inquinamento israeliano della Cisgiordania occupata

MEMO. Israele rimane attualmente l’unico stato membro delle Nazioni Unite a non aver dichiarato la localizzazione dei propri confini. Infatti, il governo israeliano ha rifiutato di delimitare i confini a causa dell’intenzione sionista di colonizzare l’intera Palestina storica.

Come in molte altre politiche discriminatorie, Israele riconosce l’esistenza dei palestinesi e dei loro territori solo quando ha la possibilità di utilizzare tale riconoscimento per soddisfare i propri scopi nefasti. Il rapporto del dicembre 2013 del gruppo B’Tselem sui diritti umani chiamato “Made in Israel: Sfruttare terra palestinese per il trattamento dei rifiuti di Israele” rivela che ci sono 15 strutture israeliane per il trattamento dei rifiuti nella Cisgiordania occupata. Sei di queste strutture si occupano dello smaltimento dei rifiuti pericolosi.

Con lo smaltimento dei propri rifiuti nel territorio palestinese, Israele sta eludendo diverse responsabilità che possono essere riassunte sottolineando una discrepanza particolare, come afferma B’Tselem: “Il trasferimento di rifiuti in un territorio occupato è una questione molto più grave, poiché i residenti di un territorio occupato non possono opporsi alle decisioni della potenza occupante”.

Il rapporto ha esaminato quattro degli impianti di trattamento dei rifiuti pericolosi e un impianto di trattamento delle acque reflue nella Cisgiordania occupata. Le ramificazioni di tali strutture, che secondo B’Tselem operano senza uno stretto controllo, includono la contaminazione del suolo e dell’acqua, il rischio di organismi resistenti ai farmaci e una maggiore minaccia di malattie. Anche le risorse naturali vengono danneggiate in modo permanente.

Le strutture richiedono permessi dal ministero della Protezione Ambientale e sono inoltre tenute a effettuare valutazioni che descrivono in dettaglio il loro impatto sull’ambiente. Poiché le strutture di trattamento dei rifiuti nella Cisgiordania occupata sono regolate dall’amministrazione dei consigli locali, Israele non si trova ad affrontare gli stessi obblighi e pertanto non è tenuto a effettuare valutazioni d’impatto a causa dell’assenza di una legislazione sull’inquinamento.

Le esenzioni dalla responsabilità nella Cisgiordania occupata hanno reso più facile il trattamento dei rifiuti pericolosi senza che venga effettuato alcun controllo, e con l’opportunità di opprimere ulteriormente i palestinesi. B’Tselem fa un’osservazione importante a questo proposito: sono i palestinesi quelli a cui viene negata la libertà di movimento e i cui spazi sono limitati, a differenza della popolazione dei coloni israeliani nei territori occupati, i quali sono invece liberi di vivere ovunque essi vogliano.

Con tali discrepanze a seguito dell’espansione coloniale, è importante stabilire una connessione tra le violazioni e lo sfruttamento della terra da parte di Israele e il modo in cui definisce la proprietà. La conclusione del rapporto riporta che “Israele ha trasformato la Cisgiordania in una zona di sacrificio, sfruttando e danneggiando l’ambiente a spese dei residenti palestinesi, che sono completamente esclusi dal processo decisionale”.

Questo rapporto associa chiaramente l’impatto ambientale e sulla salute con il più ampio progetto coloniale. La registrazione della comunità internazionale delle violazioni di Israele, tuttavia, si colloca nel contesto delle violazioni stesse, favorendo così un’ulteriore impunità per Israele, eliminando al contempo la responsabilità collettiva internazionale nei confronti dei palestinesi.
Traduzione per InfoPal di Lorenzo D’Orazio

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