Una miscela di idee radicali e di idealismo spinge gli europei a unirsi alla jihad global

RTSecondo il coordinatore anti-terrorismo dell’Unione Europea, Gilles de Kerchove, un modo per tenere a freno la minaccia esistente dei jihadisti europei consiste nel monitorarli una volta tornati dalle zone di guerra.

Kerchove ha riferito a Rt che la maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea affrontano in maniera diversa la minaccia della radicalizzazione: tra questi, la consulenza psicologica fornita alle vittime e una collaborazione più stretta con gli Stati nord-africani.

Rt: La radicalizzazione sta oggi sostanzialmente peggiorando?

Gilles de Kerchove: La radicalizzazione in Europa non è molto diversa da com’era in passato. Stiamo cercando di capire perché così tanti europei stanno andando in Siria. Partiamo dall’idea che loro non sono tanto radicali quando partono, ma sono guidati da idealismo e dal desiderio di poter essere d’aiuto. Alcuni vanno solo nei campi profughi e solo raramente raggiungono i gruppi più radicali.

Ma ci preoccupiamo quando – questo ci sembra di poter dedurre – molti di loro si uniscono a gruppi affiliati ad al-Qa’ida, e a gruppi che non solo vogliono rovesciare Assad, ma si rifanno alla retorica della jihad globale, condividendo appieno il progetto di al-Qa’ida.

Perciò pensiamo, io penso, lo vedremo meglio in futuro, ma, intanto, la mia idea è che molti di loro ritorneranno in Europa molto più radicalizzati. Potrebbero ispirare altri, reclutare altri, o anche compiere attacchi diretti in Europa: per questo motivo tutti gli Stati membri si sono mobilitati.

Rt: Si può dire che la paura del terrorismo esterno possa diventare una minaccia dall’interno?

GK: La minaccia terroristica si è molto evoluta dall’11 settembre a oggi. Non è più una singola organizzazione, ben strutturata, come era al-Qa’ida nel 2001. Oggi è qualcosa di molto più diversificato, assai differente. Al-Qa’ida c’è sempre, ma certamente il suo nucleo è stato degradato. Abbiamo però molte altre manifestazioni.

Abbiamo una proliferazione di franchising, e l’intelligence ritiene, in genere, che il gruppo più pericoloso, che ha le capacità di organizzare un attacco in Occidente è al-Qa’ida della penisola araba. Ma abbiamo altre franchising che sono piuttosto pericolose – as-Shabaab, al-Qa’ida in Maghreb, al-Qa’ida in Iraq e così via.

E ci sono due ulteriori fenomeni da considerare: quello dei giovani che vivono in Europa e che si recano all’estero per ricevere addestramento o per combattere, e che ritornano in Europa ancor più motivati e più radicalizzati e – in alcuni, rari casi – intenzionati a lanciare un attacco in Europa.

E i cosiddetti attori solitari, che potrebbero venire a far parte di una comunità virtuale e, molti di loro, radicalizzarsi tramite internet, o aggregarsi al movimento dei Salafiti. Abbiamo avuto degli  attacchi, nel meridione della Francia, a Tolosa, dove Mohammed Merah, radicalizzato in carcere, dopo essere stato in Pakistan e in Egitto ha preparato questi attacchi una volta ritornato.

Quindi, non direi che la minaccia è solo esterna o solo interna: essa è una combinazione di entrambe.

Rt: Alcuni sostengono che ci si possa radicalizzare senza andare in Siria, ma anche, semplicemente, on-line. Qual è la motivazione principale per i nuovi reclutamenti: il denaro? L’emozione?

GK: Riguardo alla Siria, siamo in fase di osservazione, non ho una risposta esaustiva. Sappiamo che alcuni di loro, come ho detto prima, sono guidati da motivazioni idealistiche. Vogliono essere d’aiuto, pensano di aiutare i loro fratelli sunniti in Siria, e, perciò, uniscono le forze.

Non sono necessariamente spinti da motivi religiosi, è una questione di voler appoggiare la democrazia. Ci ricordiamo bene che tutti iniziano con una rivolta come la Primavera araba, che poi va a finire in guerra civile sfruttata dai gruppi più estremisti legati ad al-Qa’ida.

Alcuni altri sono piuttosto radicali, come in certi Paesi europei, ad esempio in Belgio e in Olanda. Probabilmente essi sono stati reclutati da un’organizzazione chiamata Sharia per il Belgio, in Belgio, e Sharia per l’Olanda. Così, reclutano persone già alquanto radicali.

Se il denaro è una motivazione? Probabilmente alcuni ricevono solo il denaro necessario per il viaggio, che tra l’altro non è costoso. Si può acquistare un volo economico per la Turchia, e poi ottenere il supporto necessario. La famiglia può fornire il supporto. Non credo, pertanto, che il denaro possa essere una motivazione. In un certo senso, si tratta di un mix di idee radicali e di idealismo.

Rt: Ci sono modi/canali conosciuti per il reclutamento in Europa?

GK: Su 28 Paesi, abbiamo cittadini di 9/10 Paesi che partono. Oltre al Belgio e alla Francia, c’è l’Olanda, la Danimarca, la Svezia, la Spagna, la Germania, l’Irlanda e i modi cambiano da Paese a Paese.

In Belgio e in Olanda abbiamo identificato un’organizzazione, in altri Paesi le persone partono per conto loro. Alcuni – quando arrivano sul posto – vogliono reclamizzare la jihad. La presenza di questi giovani su Facebook è piuttosto significativa, sono alquanto narcisisti: si fanno ritrarre con il kalashnikov e invitano altri amici a raggiungerli.

Pertanto, è in un certo senso un passaparola tra compagni. Si ha un reclutamento esterno, un’iniziativa personale per passaparola oppure – ed è la modalità più diffusa – si hanno delle reti. Abbiamo incaricato alcune agenzie di investigare su questo.

Rt: La Spagna è preoccupata di essere il primo passo tra l’Africa e l’Unione Europea. Che cosa deve temere?

GK: Certo che la Spagna è preoccupata, ma lo sono molti altri Stati membri. E non direi, in base ai dati di cui dispongo, che la Spagna recluti un gran numero di jihadisti che vanno in Siria. Ma la Spagna è vicina al Nord Africa, e abbiamo casi di persone che dispongono di due passaporti –  europeo, spagnolo, marocchino – e per loro è più facile passare inosservati. Perché loro possono entrare in Marocco con passaporto marocchino, e poi andare in Turchia e in Siria e ritornare utilizzando il passaporto spagnolo. E poi potrebbero rifare il viaggio e tornare nuovamente, anonimamente.

È pertanto di fondamentale importanza che l’Unione Europea, collettivamente, abbia maggiori rapporti con i Paesi del Mediterraneo settentrionale. Sappiamo, per esempio, che un notevole numero di tunisini ha preso parte ai combattimenti in Siria. E ci siamo quindi impegnati con la Tunisia ad affrontare in maniera congiunta la situazione.

Rt: Alcuni suggeriscono di rendere l’affiliazione a gruppi jihadisti un crimine, di modo che una volta fatto ritorno nel proprio Paese si possa essere penalmente perseguibili. Ritiene questo il modo corretto di affrontare la questione?

GK: Gli Stati membri stanno ora approntando un meccanismo di valutazione di ciascun caso. Così  sarà a una sorta di valutazione di agenzia multipla che la gente suggerirà la miglior risposta.

Si tratterà di fornire sia assistenza psicologica, dopo che queste persone saranno ritornate da una difficile esperienza di guerra alla quale non erano preparate, sia supporto sociale.

Inoltre si attueranno dei monitoraggi discreti. Ma non è possibile monitorare le persone 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, richiederebbe risorse troppo grandi.

E altri dovrebbero essere portati in tribunale. Per questo abbiamo richiesto cooperazione legale all’agenzia Eurojust, per guardare all’interno delle diverse leggi statali, e per accertarci che la legge penale di un determinato Paese consideri reato l’andare all’estero per la jihad. La Francia, ad esempio, dopo l’attacco di Merah, ha scoperto di non avere una legislazione adeguata. Non sarà questa l’unica risposta, ma fa parte del sistema da prevedere per il futuro.

Rt: Quanto si può considerare concreta la possibilità che una persona tornata dal conflitto in Siria possa commettere degli attacchi in Europa, solo per il fatto di essere ritornato “radicalizzato”?

GK: Non ho la sfera di cristallo, ci sono dei rischi, non lo nascondiamo. Per questo abbiamo bisogno di essere pronti, e concentrati nel prevenire il flusso di jihadisti. Dobbiamo monitorare meglio ed essere meglio preparati al ritorno di queste persone. Non dico che ogni persona che ritorna possa commettere un attacco, ed è per questo che dobbiamo avere risposte su misura per ciascun caso diverso. Ma più combattenti abbiamo e più probabile è un attacco terroristico, perciò dobbiamo essere preparati e lavorare fin d’ora su queste possibilità.

Traduzione di Stefano Di Felice

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