Una saga palestinese di patriarcato e occupazione

Mondoweiss. Di Hatim Kanaaneh. “Against The Loveless World” (Contro il mondo senza amore). Un libro di Susan Abulhawa, 384 pagine. Atria Books.

C’è molto che amo in ciò che Susan Abulhawa scrive nel suo nuovo romanzo, “Against The Loveless World”. Non c’è da meravigliarsi, perché sembra scrivere amorevolmente di me e della mia famiglia. Quando il narratore parla di sua madre, le donne anziane di Arrabeh, la mia città natale in Galilea, riconoscono senza dubbio la mia defunta sorella Jamila: “Una semplice [donna che] era un’artista straordinaria… una creatrice di bellezza, una brillante custode della cultura e storia”.

La sua “stanza di montaggio e cucito raddoppiava come la nostra camera familiare, che era anche la nostra camera da letto di notte”. Senza Jamila, non sarei arrivato al liceo di Nazareth e nemmeno alla facoltà di Medicina negli Stati Uniti. Una tipica famiglia palestinese in difficoltà, si può concludere, esiliata o occupata da Israele.

E quando Abulhawa scrive nel suo romanzo sulla Palestina rurale, parla anche di me e della mia gente. Offre al lettore un’anteprima approfondita e appassionata della tradizionale famiglia palestinese e della vita comunitaria, inclusi l’accoglienza degli ospiti, la cultura del cibo, le celebrazioni, i matrimoni, i funerali, la vita commerciale, la raccolta delle olive e gli incontri quotidiani con i violenti coloni sionisti sostenuti dalle forze armate israeliane, sebbene questi ultimi eventi siano molto più sommessi e cronici nel nostro caso. Tutto ciò dovrebbe bastare per salvare il romanzo agli occhi del più patriarcale degli uomini palestinesi che ottengono un meritato ritratto negativo nel racconto del protagonista.

L’eroina di Susan Abulhawa, Nahr, alias Yaqoot e Almas, condivide con il lettore gli eventi della sua vita, i processi e le tribolazioni della sua cella di isolamento israeliano, “The Cube”.

“Abbandonare l’imposizione di un calendario mi ha aiutato a capire che il tempo non è reale; non ha logica in assenza di speranza o anticipazione. Il Cubo è quindi privo di tempo. Contiene, invece, un tratto sbadigliante di qualcosa senza nome, senza presente, futuro o passato, che riempio di vita immaginata o ricordata”.

La narratrice e protagonista palestinese è attenta a ricordarci il suo isolamento ogni tanto, citando ripetutamente “il cubo” e la sua configurazione di tortura. Il suo racconto inizia con il secondo esilio della sua famiglia dalla Palestina nel 1967. Questo li porta, come tanti altri profughi palestinesi, in Kuwait dove contribuiscono allo sviluppo e al benessere del mini-stato ricco di petrolio. Lungo la strada, la nostra eroina perde suo padre, il salariato della famiglia. Prematuramente, sposa un palestinese e quel matrimonio fallisce con il giovane che scompare senza lasciare traccia. Il fratello minore di Nahr aspira a proseguire gli studi universitari. La madre si diletta con il ricamo palestinese e la sartoria nuziale, un dono naturale e un’abilità artistica che tuttavia lascia la famiglia con le due nonne dipendenti a corto di soldi.

Poi Saddam Hussein invade e la leadership palestinese si schiera con lui, in ultima analisi, la parte perdente. In questa fase della sua giovane vita, Nahr è una bella ballerina naturale:

“Quando la musica suona, il mio corpo si muove come vuole. Non ho mai provato a controllare nulla. È stata una resa totale alla musica e a tutte le forze invisibili e inconoscibili che ha ispirato. Lascio che il ritmo si sfreghi contro il mio corpo e mi avvolga nel respiro. Forse è quello che la gente ha visto, perché ballare è quanto di più vicino abbia mai raggiunto la mia fede”.

Um Buraq, una signora kuwaitiana originaria dell’Iraq, lei stessa abbandonata dal marito per una seconda moglie, recluta Nahr, le dà il nome professionale di ‘Almas’ e inizia a intrattenere e ‘agitare’ ricchi clienti kuwaitiani, iracheni e persino palestinesi, tutti eccezionalmente malati e crudeli. Il contrasto tra questi uomini e la signora saggia e in ultima analisi gentile, Um Buraq, serve a sostenere il forte e coerente attacco di Abulhawa al privilegio patriarcale arabo, il tema che funge da filo conduttore nella narrazione insieme a quello parallelo della Nakba palestinese in corso e ingiusta occupazione israeliana. Mentre procedevo a divorare il racconto, l’inimicizia dell’autrice nei confronti del pregiudizio di genere arabo è cresciuta fino a farmi desiderare le sue dichiarazioni contro il ruolo crudele svolto da tutti quei patriarchi malati.

Qui la narratrice ci mette in un groviglio complicato: palestinesi forse si spiano l’un l’altro, compagni che tuttavia si giudicano a vicenda, e tutto questo sotto le spoglie del ricordo dell’eroina mentre si trova in una cella di prigione. Il tono di voce e le circostanze speciali sono tali che le nostre simpatie sono con questa “puttana” (parola di Abulhawa). Questa è un’altra svolta all’interno di una svolta che aiuta a focalizzare la rivolta femminista dello scrittore contro il patriarcato nella nostra cultura. La trama è piena di sotto-trame con uomini malati che sono misogini da brivido e crudeli violentatori di partner, quasi tutti privi di grazia redentrice mentre tutti i personaggi femminili sono fondamentalmente onesti e premurosi verso gli altri e fanno del loro meglio per mantenere la loro decenza socio-nazionale e per aiutare le loro famiglie, spesso al prezzo del “disonore tecnico”.

Durante i suoi decenni di isolamento e tortura in prigione, veniamo messi al corrente dei pensieri e dei ricordi di Nahr. Qui, l’autrice tenta di evidenziare la fermezza dell’eroina palestinese in contrasto con la crudeltà dei suoi carcerieri israeliani. Un aspetto particolare di questa dualità distintiva è degno di nota speciale, quello della tendenza degli israeliani a sostituire con i palestinesi i loro oppressori nazisti:

La guardia – che ci sovrastava, assicurandosi che né la donna occidentale né il traduttore mi toccassero o mi porgessero oggetti – chiuse i miei braccialetti di sicurezza al muro prima di aprire la porta. La donna si voltò verso di me. “Voglio solo che tu sappia che i miei nonni …” “… sono sopravvissuti all’Olocausto”, conclusi la sua frase.

Mi viene in mente la mia esperienza come dipendente del ministero della Salute dove, a volte, il mio capo medico tentava di mettere a tacere la mia protesta contro il sottosviluppo e la cattiva salute della mia comunità con simili promemoria. Questo mi ricorda la rivelazione del dottor Salman Abu Sitta nel suo libro di memorie “Mapping My Return”, dove afferma che subito dopo la Nakba migliaia di uomini palestinesi furono collocati in una decina di campi di lavoro forzato con la maggior parte delle guardie che avevano appena rilasciato da campi simili sotto i nazisti.

Il romanzo si conclude con una sezione di follow-up opportunamente scarsa e affrettata raccontata dal narratore in diverse circostanze. Per questo tipo di lettore ciò porta una misura di ricompensa, stabilità, equilibrio, speranza e un senso di giustizia anche se tutto immaginato, alla vita eroica del ballerino nato e dell’uccello dell’amore. Bisogna essere il diavolo per non schierarsi con Almas nella sua prolungata sofferenza nel suo ruolo di vittima, anche se, lo ammetto, il ritratto ripetuto di tutti quei clienti maschi crudeli e malati, dallo “sniffatore di mutandine” al torturatore misogino, allo stupratore, sembra un po’ esagerato.

Le pratiche sessuali e di genere nella società araba sono al centro di questo romanzo con Abulhawa che va a pieno regime nel suo attacco al patriarcato: con l’eccezione degli eroi sotterranei palestinesi di entrambi i sessi, la maggior parte delle interrelazioni di genere nel romanzo sono ponderate contro i maschi. Gli incontri sessuali sono descritti come emotivamente malati, disumanamente crudeli e moralmente devianti.

È un vero e proprio attacco anti-patriarcale, tanto che la seconda traccia coerente nella narrazione, quella dell’assalto colonialista dei coloni sionisti israeliani a tutte le cose palestinesi, perde quasi il suo vantaggio violento in confronto. Il patriarcato arabo come descritto da questa scrittrice femminista probabilmente farà arrabbiare molti maschi arabi e forse alcune femmine arabe. Tuttavia, ritengo che sia tempestivo e ben meritato.

Traduzione per InfoPal di L.P.

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