‘Vedi Annapolis e poi muori’.

Da www.ilmanifesto.it del 27 novembre

Vedi Annapolis e poi muori
Bush e Condoleezza Rice già vantano il successo della presenza siriana e saudita. Sarebbe pronta tra israeliani e palestinesi una dichiarazione per «negoziati finali». Ma quello che si apre oggi nel Maryland è l’incontro di tre fallimenti (Bush e il Grande Medio Oriente in fiamme, Olmert in caduta libera in Israele, Abu Mazen leader della metà dei palestinesi), con il tentativo americano di cotruire un’alleanza tra arabi «moderati» contro l’Iran. La Palestina può attendere.
Annapolis, si vira sull’Iran
Palestinesi presi in giro. Nella capitale dei velisti d’America, Stati uniti e Israele oggi cercheranno alleati arabi per colpire Tehran. E la pace tra Olmert e Abu Mazen? Quella può aspettare: per ora ci si accontenterà di una dichiarazione.
Michele Giorgio
Gerusalemme

Preceduto dai colloqui di ieri avvolti in una cappa di scontato ottimismo, alimentato anche dalle voci di progressi nella stesura della dichiarazione congiunta israelo-palestinese, si apre oggi ad Annapolis, negli Usa, l’incontro sul Medio Oriente voluto da George Bush. Un lungo faccia a faccia attende il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese che vedranno Bush, e poi daranno inizio, alle 17 ora italiana, al meeting vero e proprio, che prevede tre diverse sessioni. L’incontro si chiuderà domani con colloqui separati tra Bush e Abu Mazen e tra Bush e Olmert.
In queste ultime ore si è respirata la stessa atmosfera artificiale del periodo degli accordi di Oslo (1993) e dei fallimentari colloqui di Camp David (2000) ed, immancabile, è apparso il «Centro Peres», impresa di punta del «business della pace», che oggi attraverso i quotidiani Ha’aretz e Al-Quds distribuirà 80 mila copie di un giochino per ragazzi su come si diventa «negoziatori di pace». Superata questa cortina di ferro di ottimismo di maniera, ci si ritrova di fronte all’oceano di realismo e scetticismo. Ci si accorge così che la massiccia partecipazione araba, Siria inclusa, ha decisamente spostato la rotta dell’incontro.
Quello israelo-palestinese ormai è un binario morto, che non conduce da nessuna parte, mentre quella arabo-israeliana potrebbe rivelarsi una linea ad alta velocità. «Quando si parla di Annapolis si pensa al conflitto israelo-palestinese, ma in realtà il vertice è stato concepito per costituire una coalizione anti-iraniana che metterà insieme Paesi arabi moderati e Israele», dice il professor Jerald Steinberg, analista del Centro Begin-Sadat dell’università di Bar Ilan, esperto di rapporti «speciali» tra Israele e Usa. «La conferma di ciò – aggiunge Steinberg – è proprio la presenza siriana ad Annapolis. (Il presidente) Bashar Assad sarà pure alleato di Teheran, ma ha capito che Bush sta mettendo in piedi un’alleanza, anche militare, contro l’Iran. Ha compreso che sta nascendo qualcosa di nuovo all’interno del quale Israele non sarà più isolato, e pertanto Assad cerca di giocare le sue carte».
Il premier israeliano Olmert quindi ha tutto da guadagnare. Se tornerà a casa avendo stretto la mano e scambiato anche solo qualche battuta con i rappresentanti arabi, nessuno in Israele potrà accusarlo di aver sprecato del tempo prezioso in terra americana. «Il successo di Olmert è però legato a una condizione – spiega Steinberg -: evitare qualsiasi concessione ad Abu Mazen e limitarsi a dichiarazioni generiche senza prendere impegni precisi». D’altronde Olmert sa bene che Abu Mazen è stato indebolito dalla perdita di Gaza a favore di Hamas e difficilmente potrà accettare quello che vuole Israele: rinuncia araba a Gerusalemme Est e al diritto al ritorno dei profughi.
Partito per recitare un ruolo da protagonista, Abu Mazen rischia di fare la comparsa nel grande show della pace di Annapolis. I media arabi ieri riflettevano nei commenti e nelle notizie lo scetticismo che circonda l’incontro e, soprattutto, sottolineavano il rischio che corre il presidente palestinese di tornare a casa a mani vuote. «Sono oscuri gli obiettivi di Annapolis», ha titolato il quotidiano libanese a-Safir. Da parte sua Al Quds al Arabi di Londra ha attribuito «l’entusiasmo» degli Stati arabi per l’iniziativa di Bush ai timori di questi regimi per la crescente potenza ed influenza iraniana nella regione. Con efficacia al Sharq al Awsat, che pure è un megafono fedele della monarchia saudita, ha evidenziato che Annapolis in arabo significa «io sono la polizia» (ana polis), davvero calzante se si pensa che all’Anp di Abu Mazen si chiede di fare piazza pulita della resistenza all’occupazione israeliana. La tv al Arabiya ha pubblicato i dati di un sondaggio fatto tra i suoi telespettatori i quali hanno detto di vedere nella conferenza un tentativo per coprire il fallimento Usa in Iraq e l’occasione per preparare la guerra all’Iran. Ieri sera Bush ha dato il colpo decisivo alle speranze di Abu Mazen affermando che gli Stati Uniti non possono imporre la pace in Medio Oriente «ma possono aiutare ad agevolarla». Parole che hanno confermato che Washington non farà pressioni su Israele per accelerare la nascita in Cisgiordania anche solo di quella entità senza sovranità reale e con i confini provvisori che nella visione del presidente Usa e dei leader israeliani dovrà obbligatoriamente precedere la creazione di uno Stato palestinese. «Abbiamo molta speranza che questa conferenza riuscirà a produrre negoziati sullo status finale – ha detto il presidente dell’Anp dopo aver accusato il colpo – espandendo i negoziati sui problemi che devono essere risolti per giungere ad un accordo globale di pace tra Israele e il popolo palestinese che possa garantire sicurezza e stabilità». Belle parole ma che contrastano con i veri obiettivi della riunione di Annapolis.
«Uno dei frutti meno anticipati era il progresso sul binario israelo-siriano – ha spiegato Yossi Alpher, consigliere speciale dell’ex premier Ehud Barak -. Ora è questo il negoziato più promettente. Offre a Israele e ai suoi vicini arabi importanti dividendi di pace, isola l’Iran, stabilizza il Libano e indebolisce i gruppi più radicali. Poco importa se non era questo l’obiettivo iniziale». Abu Mazen dovrà accontentarsi dei programmi umanitari e gli aiuti all’economia promessi a nome del Quartetto dall’inviato Tony Blair.
Prima del summit
Le mosse di Tel Aviv

Nessuna mano dai sauditi
Il ministro degli esteri dell’Arabia Saudita, Saud al Faysal, non stringerà la mano ad Olmert. La stretta di mano, ha spiegato al Faysal, «implica un accordo su qualcosa che per ora non c’è. Non possiamo dare false impressioni al popolo». Il ministro ha ribadito il principio della pace per la terra: ritorno di Israele alle frontiere del ’67 in cambio della fine delle ostilità.

Missili con gli indiani
Anche l’India è presente ad Annapolis e per l’occasione ha annunciato di aver proposto a Israele lo sviluppo di un missile, nel quadro della joint-venture da 2,5 miliardi di dollari avviata la scorsa estate. Nuova Delhi e Tel Aviv, dopo aver stabilito relazioni diplomatiche nel 1992, hanno incrementato la cooperazione militare e ora Israele è il secondo fornitore militare dell’India (1,6 miliardi di dollari nel 2006), dopo la Russia.

Tre uccisi a Gaza
Volti sorridenti ad Annapolis, sangue nella Striscia di Gaza. Ieri Israele ha ucciso altri tre palestinesi che si erano avvicinati al reticolato di confine. Per il portavoce militare erano armati. Tre giorni fa i soldati avevano ucciso due fratelli sempre vicino alla frontiera.

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