Vertice Arabo: ‘Israele accetti la nostra pace, o sarà il caos’.

Da www.ilmanifesto.it del 29 marzo

Vertice arabo
«Israele accetti la nostra pace, o sarà il caos»

Michele Giorgio

Il vertice arabo, ribattezzato con molta generosità da qualcuno il «summit delle decisioni coraggiose», si è aperto a Riyadh con una seduta inaugurale in cui hanno preso la parola re Abdallah dell’Arabia Saudita, il Segretario generale della Lega Araba, Amr Mussa, e il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon. Tutto si è svolto secondo il copione classico di questo incontro al massimo livello del mondo arabo. Tuttavia l’assenza del leader libico Muammar al-Gheddafi – che ha schernito i capi arabi affermando che non fanno altro che eseguire gli ordini degli americani – non è stato l’unico botto della prima giornata del vertice. Mentre parlava Ban Ki-Moon, il presidente siriano Bashar Assad e i delegati iraniani hanno abbandonato l’aula, per esprimere il loro dissenso verso un personaggio che si sta mettendo in evidenza più come portavoce della Casa Bianca che come rappresentante degli interessi della Comunità internazionale. L’Arabia saudita dal canto suo ha fatto il possibile per confermarsi la vera piazza diplomatica della regione e per ridimensionare il ruolo dell’Egitto.
In un’intervista, il ministro degli esteri Saud al-Faisal, il grande manovratore dietro al vertice di Riyadh, ha messo in guardia Israele dal rischio che se non accetterà l’iniziativa araba del 2002 (pace in cambio del ritiro dai territori occupati), sarà esposto a quelle che ha definito le minacce dei «signori della guerra». «Quello che era in nostro potere di fare nel mondo arabo, lo abbiamo fatto. Se Israele rifiuta, significa che non vuole la pace e che rimette tutto nelle mani del destino». Come dire: noi sauditi ci stiamo provando a darvi una mano, come ci dicono di fare gli americani, ora tocca voi. Israele non ha reagito all’appello di Saud Al-Faisal, ma si prepara ugualmente a raccogliere i frutti del lavoro svolto dalla monarchia saudita. Il quotidiano Yediot Ahronot di Tel Aviv ieri riportava sulla prima pagina un lungo servizio della sua inviata al vertice Orly Azulai – che ha ottenuto il visto d’ingresso grazie ad un deciso intervento di Ban Ki-Moon – in cui si parla della creazione di commissioni miste israelo-saudite per discutere dell’iniziativa araba.
Per applicarla o modificarla nella sua attuazione (in particolare il punto che ribadisce il diritto al ritorno per i profughi palestinesi)? Tel Aviv e Riyadh tacciono, a parlare è solo Amr Musa che ieri ha ribadito che «Israele deve accettare il piano arabo prima di chiederne modifiche». Da questo movimento sotterraneo sembrano esclusi proprio i diretti interessati, i palestinesi. Il presidente Abu Mazen a Riyadh appare una barchetta trascinata via a turno da forti correnti americane, saudite, giordane ed egiziane.
Ma ieri si è parlato molto anche di Iraq e l’attore protagonista, re Abdallah dell’Arabia saudita, a sorpresa, ha denunciato l’«illegittima occupazione straniera (americana)». «Nell’Iraq scorre il sangue di fratelli all’ombra di un’illegittima occupazione straniera ed i conflitti religiosi minacciano di scatenare una guerra civile». Parole inedite per un regime che si è apertamente opposto in questi ultimi mesi ad un ritiro in tempi stretti delle truppe di occupazione dall’Iraq.
Potrebbe essere una ritorsione per l’indecisione che gli Usa mostrano nel dare il loro appoggio agli iracheni sunniti contro la maggioranza sciita. Re Abdallah ha anche lanciato un appello per l’interruzione del boicottaggio internazionale contro il governo palestinese di unione nazionale e ha criticato apertamente il Libano per la sua crisi politica interna. Martedì il premier libanese Fuad Siniora, che pure vanta strette relazioni con la monarchia saudita, all’aeroporto ha trovato ad attenderlo solo il vice governatore di Riad. Stessa sorte è toccata al presidente Emil Lahoud, al quale è stata negata la guardia d’onore prevista per tutti i capi di stato.

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