Vite sotto occupazione: “Mio figlio è morto senza motivo”

Gaza – Pchr. Il 28 settembre 2012 le Forze israeliane hanno sparato a Fahmi Riash, pescatore 22enne palestinese, uccidendolo, ed hanno ferito suo fratello Youssef, 19 anni, mentre insieme ad altri pescatori stavano tirando le reti fuori dall’acqua a pochi metri dalla costa, nella Striscia di Gaza settentrionale. Secondo le indagini svolte dal Centro palestinese per i diritti umani (Pchr), un’unità israeliana di fanteria ha attraversato il confine nord-occidentale tra Israele e la Striscia di Gaza, sconfinando di circa 20 metri in territorio palestinese, lungo la spiaggia della città di Beit Lahiya. I militari israeliani si sono appostati dietro una collina verso la spiaggia, di fronte a un gruppo di pescatori che stava pescando a pochi metri dalla costa, e hanno aperto il fuoco.

La maggior parte dei pescatori è riuscita a fuggire, ma due di loro, che si trovavano a circa 15 metri dal confine israeliano, non ce l’hanno fatta. Secondo i pescatori presenti nella zona, i militari israeliani avrebbero sparato direttamente contro i due pescatori, ferendoli. Uno di loro, Fahmi Abu Riash, è poi deceduto per le ferite riportate.

Anche il fratello di Fahmi, Youssef, è stato colpito. Questo è il suo racconto: “Siamo usciti da casa attorno alle 5, e ci siamo diretti al mare. Eravamo io, i miei fratelli Fahmi e Ahmed e due nostri cugini. Non siamo usciti in barca, quel giorno, ma abbiamo pescato con le reti a pochi metri dalla costa. Verso le 9.30 ho sentito qualcuno gridare: era mio fratello Fahmi, che era stato colpito da un proiettile alla gamba. C’era una decina di soldati su una collinetta, e parecchi altri alle loro spalle. Sono corso ad aiutare Fahmi, ed ho chiesto aiuto agli altri pescatori. Ho afferrato mio fratello e  ci hanno sparato di nuovo. Ci sparavano da dietro, e mi hanno colpito a una gamba e a un braccio. Ho trasportato Fahmi per una trentina di metri, dopodiché sono svenuto”.

Gli altri pescatori hanno chiamato un’ambulanza, e i due fratelli sono stati portati all’ospedale di Kamal Adwan. Le condizioni di Youssef, nonostante le diverse ferite riportate, erano stabili. Egli ricorda: “Quando sono rinvenuto ero all’ospedale, dove mi hanno medicato e rimesso subito dopo. Sono stato colpito al braccio sinistro e, per i danni al sistema nervoso, soffro ora di una paralisi parziale. Avevo anche delle schegge nelle gambe e nelle braccia, alcune delle quali sono state rimosse. Altre invece richiedono un intervento chirurgico”. Il fratello di Youssef, Fahmi, è invece morto alcune ore più tardi, per le ferite riportate.

La madre Mariam, ricordando l’incidente, racconta ciò che era diventata una tradizione per la famiglia. Spesso, dalle 11 del mattino alle 18, era solita raggiungere i propri figli alla spiaggia e preparare loro da mangiare mentre lavoravano: “Quel giorno non sono andata alla spiaggia. Stavo preparando il pranzo a casa quando sono accaduti i fatti. Mia sorella è venuta a dirmi che Youssef e Fahmi erano stati portati all’ospedale, ed io mi sono precipitata lì. Non mi sarei mai aspettata che sarebbe potuto accadere. Non avrei mai mandato i miei figli a pescare se avessi saputo che era pericoloso. Andavamo sempre su quella spiaggia, e i militari israeliani stavano a guardare. Tutta la mia famiglia nuotava, pescava e passava il fine settimana lì. Loro ci conoscevano. Non ho mai permesso ai miei figli di oltrepassare il confine. Non li avrei mai messi in pericolo. Era normale pescare lì, e mai abbiamo ricevuto delle minacce: e invece, quel giorno hanno deciso di sparare ai miei figli, senza un motivo”.

La famiglia Abu Riash, prima della morte di Fahmi dipendeva completamente dalla pesca. Dal giorno dell’attacco, essa affronta una situazione economica problematica: “La pesca era l’unico sostentamento per noi. Era l’unica cosa che i miei figli sapevano fare. Fahmi pescava da quando aveva 10 anni, era stato arrestato due volte durante la pesca, per essere poi rilasciato il giorno stesso al valico di Erez. Lo interrogavano e lo rilasciavano in giornata. I miei figli avevano una barca, ma si era danneggiata in un incidente e non poteva più essere utilizzata. Ora, Fahmi è morto, Youssef è stato ferito e io non lascerò più andare Ahmed alla spiaggia, per essere ucciso. Mio marito fu ferito durante la prima Intifada, e non è in condizione di lavorare. Ahmed lavora ora, temporaneamente, in un cantiere edile, e il suo stipendio deve bastare a tutti noi. Fahmi era il primogenito, era lui il responsabile per la famiglia. Non sappiamo cosa fare senza lui”.

La morte di Fahmi è stata particolarmente difficile per sua madre, che scoppia in lacrime improvvisamente, quando parla di lui: “Mio figlio mi era così affezionato, e lo hanno ucciso. La sua morte distrugge tutto. Ero orgogliosa di quanto fosse bravo negli sport, a pallavolo, calcio e nuoto. Mi prometteva sempre che quando avrebbe avuto abbastanza denaro mi avrebbe pagato un intervento per correggere un difetto alla vista. Era sposato da soli due anni, lascia un figlio di un anno., che non saprà mai cosa vuol dire avere un padre. La moglie di Fahmi ha solo 22 anni, ora se ne sta a casa in lutto per il marito. Cosa le riserva il futuro? Tutta la mia speranza nella vita è perduta, non so come andare avanti senza mio figlio. In passato avevamo delle speranze di miglioramento. Ora sappiamo che niente cambierà mai. Molti degli occupanti israeliani sono dei bugiardi e dei criminali. Hanno detto che Fahmi aveva sconfinato, ma io non ho mai permesso ai miei figli di farlo, e loro non lo hanno fatto mai. Mio figlio è morto senza motivo”.

Colpire direttamente un obiettivo civile è considerato crimine di guerra dall’articolo 8 (2) (b) (ii) dello Statuto di Roma del Tribunale criminale internazionale. In modo analogo, la distruzione di proprietà privata è proibita dall’articolo 53 della Quarta convenzione di Ginevra, a meno che essa non sia assolutamente necessaria per consentire le operazioni militari.

Inoltre, la distruzione di equipaggiamento e barche da pesca, che sono proprietà privata, significa l’impossibilità, per i palestinesi, di guadagnarsi il cibo, e ciò viola diverse disposizioni sui diritti umani, tra i quali il diritto al cibo adeguato, contenuto nell’articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici. Le azioni di Israele contro i pescatori violano anche il loro diritto a una qualità di vita adeguata, come codificato nell’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani e nell’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

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